RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Recital di Pedro Valero Abril: musiche di Mendelssohn, Beethoven, Chopin, Albéniz Siracusa, Salone Carabelli, 21 novembre 2010

Memory, or not memory,

that (not) is the question.

Ci sono molti modi per strutturare un programma di recital. Può essere monografico (dedicato quindi ad un solo autore), trattare una forma musicale in particolare (ad esempio un programma fatto di soli studi, o sole sonate, o sole fantasie ecc.), utilizzare brani di una stessa epoca (barocca, classica, biedermeier, romantica o moderna), accostare compositori che per una qualsiasi ragione hanno elementi in comune (sia pur in epoche anche molto distanti) o appartenenti alla stessa area geografica. Si possono concepire programmi di sole trascrizioni, dal profondo contenuto spirituale o di puro intrattenimento. Insomma, da questi pochi esempi, che rappresentano le soluzioni più in uso tra i concertisti, il lettore avrà ben compreso quanto sia vasto il campo delle possibilità di scelta in tal senso. Ma il recital ha anche un insieme di regole dovute ad una tradizione codificatasi nel tempo. Regole che, in linea di massima, non vengono mai meno. Fra queste, tre sono onnipresenti: l'esecuzione in ordine cronologico dei brani interpretati (dal più antico al più moderno), la durata complessiva del recital (circa un'ora di musica o poco più, pause escluse) e soprattutto il suonare a memoria.

Per carità, è vero che le regole sono fatte per essere infrante, ma non si può nascondere un certo stupore quando, all'ingresso di Pedro Valero Abril sulla scena del salone Carabelli, ho notato che il Nostro portava sotto braccio le partiture dei brani da eseguire, con tanto di volta pagine al seguito. Una scelta alquanto eterodossa per un recital pianistico, fenomeno di cultura musicale di massa che, a quanto ci è dato di sapere, da Clara Wieck in poi ha sempre avuto nell'esecuzione a memoria una sua prerogativa quasi essenziale. La mente ritorna a Sviatoslav Richter e alla sua personale crociata portata avanti negli ultimi anni della sua carriera a favore delle esecuzioni con la carta. Ma Richter suonava totalmente immerso nel buio, con un fascio di luce generato da un faretto posto sulla destra del pianoforte che colpiva proprio il leggio su cui poggiava lo spartito, a mettere ancor più in risalto l'importanza degli autori eseguiti rispetto all'interprete. L'effetto era molto suggestivo. Si percepiva l'essenza dell'interprete ma non si poteva vederlo. Era un'ombra pienamente al servizio della musica, con il volta pagine che appariva magicamente come un fantasma all'interno del fascio luminoso al momento di girare le pagine, per poi svanire immediatamente così come si era palesato. Una scelta culturale, dunque, quella di Richter. La scelta di Pedro Abril, invece, non è molto chiara, giacché ha suonato con una illuminazione normale che lo rendeva ben visibile al pubblico insieme al volta pagine. In realtà, sul suonare o meno a memoria si è discusso sin dai tempi di Liszt, e se ne discute ancora oggi. L'ultimo “contestatore” di questa prassi fu appunto Richter. Qualunque sia la motivazione di Abril, non essendo questa la sede adatta per trattare oltremodo l'argomento, mi limiterò a riportare una frase della breve nota che Richter era solito pubblicare nelle note di sala dei suoi ultimi recital, ipotizzando che a questo stesso credo di profondo rispetto per l'arte si sia ispirato anche il nostro Pedro Valero Abril: “ L'incessante richiamo all'ordine dello spartito darebbe meno licenza a questa libertà, a questa individualità dell'interprete con cui si tiranneggia il pubblico e si infesta la musica, e che non è nient'altro che mancanza di umiltà e di rispetto per la musica stessa .

Tornando al mio lungo preambolo sui possibili modi di formare un programma di recital, veniamo a quello eseguito dal Nostro per il suo concerto all'Asam. Prima parte: Romanza senza parole op.19 n.1 di Mendelssohn, Sonata Op.57 “Appassionata” di Beethoven e Polacca Op.53 di Chopin. Seconda parte, selezione di quattro brani dalla suite Iberia di Albéniz. Se la memoria non mi inganna, fu Anton Rubinstein a dire “ I pezzi scelti per un festino musicale devono essere disposti con arte, e come le varie portate di un pranzo ”. Volendo seguire la simpatica metafora culinaria del Rubinstein, forse un po' troppo conviviale, ma che rende perfettamente l'idea anche a chi di musica è “digiuno”, potremmo dire che Mendelssohn rappresenta un delicato quanto raffinato antipasto, seguito da un primo intenso ma non pesante (Beethoven), da un secondo (Chopin) e per finire quattro varietà di dessert dalla comune matrice esotica, che li rende simili pur nella loro diversità.

Metafora a parte, il programma di Abril soddisfa per metà (la prima) i gusti più reazionari, con l'inclusione di musiche ascoltate decine e decine di volte all'Asam e quindi ben note al suo pubblico, mentre l'altra testimonia il piacere dell'interprete di illustrare musiche che, purtroppo, ancora non sono entrate a far parte costantemente nel repertorio delle sale di concerto. Una operazione simile a quella del giovane Pollini che barattava due notturni di Chopin con brani di autori del Novecento italiano come Luigi Nono e Giacomo Manzoni. Certo, Albéniz non sarà inusuale tanto quanto gli autori proposti da Pollini, ma ad ognuno il suo. Per quanto riguarda le interpretazioni, quando si suonano brani così celebri il rischio è sempre quello di scontrarsi contro letture del passato divenute in alcuni casi leggendarie. Pedro Valero Abril suona indubbiamente molto bene. Ha una concezione formale dei brani interpretati che porta avanti con sicurezza dalla prima all'ultima nota. La sua coerenza interpretativa non fa una piega. Possiede un suono gradevole, che non si inasprisce mai oltremodo, pur non rinunciando, ad esempio, a certe immancabili e sacrosante asprezze in Beethoven. Tuttavia, si attesta ad un livello di onesto professionismo e nulla più. E se ancora si possono scrutare timidi tentativi di ricerca nel suono dell' Appassionata, la Polacca di Chopin costituiva quanto di più ordinario si possa ascoltare in concerto. L'esecuzione di uno dei tanti diplomati in pianoforte col massimo dei voti e lode in un qualsiasi conservatorio.

I brani tratti da Iberia (per la cronaca, El Albaicyn, El Polo, Lavapiés e Màlaga) hanno messo in luce, invece, un interprete profondamente diverso. Dimostrando una eccellente musicalità, sia per intensa partecipazione emotiva sia per il sapiente uso del respiro nell'arte del fraseggiare, Abril ha raccontato con abile narrativa spaccati della storia tradizionale spagnola, così come nelle impressioni di Albéniz, ma allo stesso tempo filtrati dalla sua personale esperienza. Quelle impressioni della Spagna non erano più semplicemente secundum Albéniz ma anche e soprattutto secundum Pedro Valero Abril, che ha così potuto esprimere appieno e comunicare l'amore per la sua terra. E proprio l'avere l' Espana en el corazòn (per dirla alla Neruda) gli ha permesso di riequilibrare una serata che rischiava di scivolare in un insipido anonimato.

Benedetto Ciranna

26/11/2010