RECENSIONI
-

_ HOMEPAGE_ | _CHI_SIAMO_ | _LIRICA_ | _PROSA_ | _RECENSIONI_| CONCERTI | BALLETTI_|_LINKS_| CONTATTI

direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Recital del duo pianistico Raffaella Porcelli e Simone Ugolini Siracusa, Salone Carabelli 24 ottobre 2010

Echi dal passato:

Una tradizione ottocentesca rivissuta attraverso la danza

Raffaella Porcelli

Nel recente passato ci si è spesso interrogati sull'attualità del recital nei tempi moderni, sulla capacità di perpetuare la sua validità nel corso del tempo e di respingere le offensive dei sofisticati mezzi di riproduzione del suono di cui disponiamo oggi. Un argomento che fu al centro degli interessi di un artista iconoclasta e volutamente provocatorio come Gould, il quale, come è noto, con la scelta di ritirarsi dalle scene a favore della sala di registrazione, rispose coi fatti a favore dei nuovi media, considerando il recital una pratica anacronistica, che aveva ormai assolto il suo compito nella storia e che era destinato ad andare in pensione per sempre. Sono passati più di quarant'anni da quando Gould, con le sue teorie che per molti altro non erano che insensate farneticazioni, indossò i panni del crociato a difesa dal “sacro” studio di registrazione e considerando il concerto un male assoluto da cui liberarsi. Eppure, la storia sembra aver dato torto al buon Glenn (sia pure armato di buone intenzioni) e ragione (ancora una volta) a chi il recital, poco più di un secolo prima, l'aveva inventato: Franz Liszt. Dopo molti anni il recital vive ancora ed afferma il suo diritto di cittadinanza nelle sale da concerto. Ma c'è di più. La storia dell'interpretazione pianistica (nata, anch'essa con Liszt) ha subito un'evoluzione che l'ha portata ultimamente a rivedere le sue origini, ad un ripensamento del passato. Sempre più artisti, oggi, pensano le loro interpretazioni riallacciandosi alle linee di lettura dei grandi del passato che hanno fatto la storia. Ovviamente questo non significa riproposizione pedissequa di pensieri musicali già esposti, una sorta di appropriazione indebita di idee altrui per mancanza di originalità. Si tratta semplicemente di una libera rivisitazione di ciò che è stato, attualizzazione del passato, una sorta di culto dell'antico che in musica è arrivato più tardi che in altri campi (come le arti visive, in cui questo fenomeno si sviluppò già nei primi anni Ottanta). Una costume che non è un'invenzione astratta, ma talmente definito che ha un nome ben preciso: post moderno. Questo atteggiamento, che in un primo momento interessava esclusivamente l'atto interpretativo, si sta estendendo adesso anche al modo di concepire e strutturare il recital come fenomeno culturale di massa, al ruolo che esso può ancora svolgere nella nostra cultura.

Il concerto organizzato dall'Associazione siracusana amici della musica, unica fondazione privata che garantisce una regolare stagione concertistica nel capoluogo aretuseo, sembra fornirci l'esempio più adatto per spiegare questo atteggiamento culturale. I due pianisti Raffaella Porcelli e Simone Ugolini si sono esibiti in un recital per pianoforte a quattro mani splendidamente strutturato sia nella scelta dei brani eseguiti sia nel modo originale di presentarli al pubblico. Le note di sala contenevano solo i curricula dei concertisti e il programma che si sarebbe ascoltato. Nessun riferimento ai compositori o alle musiche eseguite. Questo perché i due giovani interpreti hanno deciso di sostituire le tradizionali note di sala scritte, con delle introduzioni orali volte a spiegare la genesi e la natura dei brani. Una scelta felice sotto molti punti di vista. Innanzi tutto perché rompeva la solita linea di demarcazione e invalicabilità che in genere si crea tra artisti e pubblico, come se sul palco ci fossero delle entità immateriali astratte, completamente isolate e distanti. Quindi, stabilire un contatto diretto, più autentico col pubblico in sala attraverso toni colloquiali e recuperare una consuetudine che affonda le sue radici nelle origini del recital. Quella di presentare oralmente i pezzi prima di suonarli, infatti, era una pratica d'uso comune nella seconda metà dell'Ottocento e anch'essa fu, fra le tante, una trovata di Liszt. Trovata che ebbe largo successo allora e che ha una sua validità ancor oggi per i motivi precedentemente illustrati. Bisogna dare merito, dunque, ai due pianisti per questa intuizione che a pieno diritto possiamo definire post moderna e che ha solide fondamenta culturali. Ci auguriamo che sempre più interpreti recuperino questa forma di comunicazione col pubblico e che non si tratti più solamente di sporadici episodi isolati. Il mezzo usato per questa, diciamo così, rivisitazione storica di costume è la danza. Il programma comprendeva infatti due Rapsodie ungheresi di Liszt, la Ouverture dal Tannhäuser di Wagner nella trascrizione a quattro mani di Hans Von Bülow, La Valse di Ravel e la Rapsodia in Blu di Gershwin. Tre rapsodie, un valzer e un brano che trasmette celebrazione e trionfalismo dalla forte connotazione danzante. Chiunque capirebbe, quindi, che il cuore di questo programma è imperniato su alcune forme, tra le possibili, che la danza può assumere.

Simone Ugolini

Venendo ora alle interpretazioni dei brani da parte del duo, bisogna subito premettere che gli esiti sono stati piuttosto altalenanti. Le rapsodie lisztiane, mancavano della giusta eloquenza retorica nel lassu (la parte lenta e introduttiva) mentre la friska (la parte veloce in ritmo uniforme) poteva essere risolta con maggiore slancio e spavalderia. Fra le due proposte, la celeberrima seconda e la sesta , quest'ultima è sembrata senza dubbio quella più convincente. Con la trascrizione di Bülow le cose sono notevolmente migliorate. Il brano presenta una scrittura pianistica molto efficace, capace di garantire i giusti effetti di spettacolarità e di mettere in mostra le potenzialità espressive dello strumento. Un brano che è frutto della sapienza pianistica di Bülow, allievo di Liszt, primo grande interprete di Beethoven alla tastiera, direttore d'orchestra e che all'arte della trascrizione si dedicò con grande ingegno e con risultati brillanti. Molto bella l'esposizione del tema, affidato a Simone Ugolini che in questo brano suonava la parte del secondo, con una cantabilità piena e rotonda. Efficace l'interpretazione de La Valse di Ravel. Suggestivo l'attacco e l'atmosfera fin de siècle, di un'epoca di passaggio tra due mondi distanti, trasmessa con quel profumo di nostalgica, romantica chimera perduta.

Dove invece si è, a mio avviso, fallito in pieno è con Gershwin. La Rapsodia in Blu ebbe una genesi piuttosto travagliata, non tanto per la sua composizione che, al contrario, fu portata a termine in poche settimane, ma per le diverse versioni esistenti. Abbiamo cinque versioni ufficiali, tutte legittime e tutte originali del compositore: una per pianoforte solo, una per due pianoforti, una per pianoforte e jazz-band, una per pianoforte e orchestra sinfonica e una per due pianoforti e orchestra. Non esiste, invece, una versione originale a quattro mani. Quella eseguita dal duo è un arrangiamento di Henry Levine. Cinque versioni dicevamo. La più accreditata, dovrebbe essere quella per pianoforte e jazz-band, poiché il brano fu commissionato da Paul Whiteman, direttore di un'orchestra jazz, che pensava di nobilitare il nuovo genere facendosi costruire un pezzo su misura che, per forma e struttura, fosse legittimato ad entrare nelle sale di concerto. Ma questa è storia più o meno nota. Lo stesso Gershwin ci racconta un bizzarro aneddoto che spiega la genesi della composizione della rapsodia. Un evento fortuito, come spesso accade: un viaggio in treno. Altalenato dal ritmo delle ruote, Gershwin vide sulla carta lo schema completo della Rapsodia in Blu da principio alla fine. A questo aggiunse che molte volte sentiva la musica nel cuore stesso del rumore. Inoltre, esiste una versione per pianoforte solo registrata su rullo di pianola nel 1925 dall'autore che attesterebbe quali fossero le sue linee interpretative. Uso volutamente il condizionale perché a quanto pare quella versione, di cui sono in possesso e che ho avuto modo di ascoltare svariate volte, è stata falsata dalla ridotta disponibilità di spazio su cui registrare, il che avrebbe indotto Gershwin ad accelerare forzatamente i tempi del brano per finire entro i limiti imposti dalla capienza dei dischi di allora. Ora, non so se i due interpreti abbiano tenuto conto del concetto di rumore citato prima o della registrazione cui ho fatto cenno (in quest'ultimo caso potremmo parlare anche di interpretazione post moderna!). Probabilmente, convivendo nella rapsodia due anime opposte ma compatibili, hanno privilegiato l'aspetto jazzistico e d'improvvisazione a discapito di quello classico-sinfonico. Il che sarebbe una scelta legittima e accettabile. Ma il concetto di rumore non può diventare caos, così come rifarsi ad una interpretazione che già per il gusto di allora sembrava forzata e dettata solo da esigenze pratiche, appare priva di valore oggi. E anche se si considerasse la rapsodia solo in chiave jazz, questo non potrebbe essere preso come attenuante per una totale libertà che porterebbe all'anarchia musicale. La scelta degli stacchi di tempo, di fraseggio e soprattutto l'equilibrio tra le due parti (che negli altri brani era stata sempre molto equilibrata) sono apparsi del tutto inappropriati e spesso di cattivo gusto. Lo squilibrio fra le parti si avvertiva nei punti in cui le parti tematiche sono affidate al secondo (non messe nel giusto risalto, ma coperte dal primo che in quel caso dovrebbe solo accompagnare) o quando un passaggio identico è distribuito tra i due pianisti. In questo caso l'impressione che a suonare sia una sola mente pensante a quattro mani veniva brutalmente disillusa da un netto contrasto di tocco pianistico tra i due interpreti. E non si sta parlando qui di differenze dinamiche, che sono giuste e doverose, ma di una differente concezione della qualità del suono. Ma soprattutto è di chiarezza espositiva, di chiara percezione della frase melodica di cui si sta parlando e che non può essere messa in discussione, neppure in un brano che, per sua natura, consente maggiori libertà interpretative come la rapsodia.

Malgrado le mie riserve su Gershwin, il pubblico sembra comunque aver apprezzato molto, come accade spesso quando è confortato da temi notoriamente familiari. Ma il merito va principalmente al duo Porcelli-Ugolini capaci di guidare il loro pubblico facendogli dimenticare, per una sera, di essere ad un concerto e ricreando l'atmosfera da salotto ottocentesco in cui ci si ritrovava per il solo gusto di far musica insieme. Di questo il pubblico gli è stato riconoscente. E, alla fine, al di là di ogni giudizio estetico è questo che conta: soddisfare il pubblico. Missione riuscita!

Benedetto Ciranna

27/10/2010