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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

L'estetica musicale

dal Settecento al Novecento

in un volume di Carl Dahlhaus

Gli spunti geniali ed i profondi argomenti di riflessione offerti da Carl Dahlhaus sull'arte in generale e sull'opera d'arte musicale in particolare restano, ancor oggi, quanto di più suggestivo, accattivante e stimolante sia stato espresso modernamente da uno studioso dopo T. W. Adorno, Gisèlle Brelet, Suanne K. Langer e Boris De Schlozer negli ultimi cinquant'anni. Il suo pensiero rappresenta la sintesi suprema delle estetiche musicali del passato da un lato e dall'altro il trampolino di lancio per un'estetica musicale moderna e contemporanea che intenda fare i conti non solo con la storia ma anche e soprattutto con la sociologia, la psicologia, l'antropologia, lo strutturalismo e l'ermeneutica.

Nato ad Hannover il 10 giugno del 1928, Carl Dahlhaus si laureò nel 1952 a Göttingen e in seguito fu professore ordinario di Storia della musica alla Technische Universität di Berlino fino alla morte avvenuta il 13 marzo 1989, lasciando un'imponente produzione di studi, articoli, saggi, biografie, analisi di partiture ecc.

La casa editrice Astrolabio di Roma ha pubblicato da qualche mese, il volume L'estetica della Musica nell'agile traduzione di Riccardo Caleddu. Il saggio, stampato per la prima volta a Colonia nel 1967 con il titolo Musikästhetik dal valente musicologo tedesco, offre ancora oggi validi spunti sui quali l'odierna musicologia può e deve misurarsi.

Nella prima parte del suo libro lo studioso tedesco passa in rassegna le teorie di Kant, Hegel Schopenhauer, Herder, Baumgarten, Hanslick, Wagner, Bergson, sulla musica, evidenziandone limiti e contraddizioni, non tralasciando neanche le diatribe fra formalisti e referenzialisti. Affronta anche il problema della poetica della Musica a Programma con le sue implicazioni di carattere psicologico e di fruizione da parte degli ascoltatori, nonché la fondamentale questione della temporalità musicale nel prezioso capitolo Per una fenomenologia della musica.

Nella parte finale del suo lavoro Dahlhaus tende a dare il colpo di grazia a certi luoghi comuni che ancor oggi sembrano sopravvivere in certa critica: «La tenacia con cui un'opera musicale resiste alla transitorietà e sopravvive nella prassi, o come minimo rimane nella memoria, secondo un'opinione diffusa è uno dei criteri decisivi che determinano l'importanza dell'opera. Questa opinione è diventata una communis opinio di cui nessuno dubita, e dubita meno di tutti un pubblico che si sente sicuro e gratificato dalla consapevolezza di essere l'ultima istanza in materia. Più è radicata fermamente la fiducia nell'infallibilità e nella giustizia riparatrice dei posteri, tanto minore sarà la propensione a distinguere le forme di conservazione, anche se sono vistosamente diverse, e ad analizzare le ragioni per cui alcune opere vengono conservate e altre dimenticate, ragioni non sempre presenti nella cosa stessa, nella qualità della musica. Attribuire unicamente all'opera stessa, alla sua struttura e al suo valore espressivo, il fatto che sopravviva per decenni o persino per secoli, è una superstizione moderna».

Un volume stimolante nel quale insomma l'estetica musicale non è più vista come una disciplina normativa, una disciplina che espone come si deve pensare un'opera d'arte musicale ma come si è pensato nel corso dei secoli e soprattutto badare alle interconnessioni ed alle variabili introdotte dalle più moderne interpretazioni storiche: «…Se, da un lato, la coscienza storica è la memoria del processo da cui è derivato l'esistente, dall'altro, ciò che è passato coinvolge maggiormente se ci è estraneo, e non se ci assomiglia. Piuttosto che ricercare le forme originarie della modernità, è più proficuo riflettere sugli approcci e sugli sviluppi interrotti che sono stati accantonati dalla storia che conduce fino a noi. E scoprire in ciò che è dimenticato qualcosa che possa essere utile per il presente, non importa quanto indirettamente, non è la peggiore tra le motivazioni di uno storico».

Giovanni Pasqualino

15/11/2009