RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

L'ipocrisia del potere in

Romolo il Grande

di Friedrich Dürrenmatt

Certamente non si può dire che il pubblico catanese abbia fiuto per il vero, grande teatro: è quanto purtroppo siamo costretti ad ammettere dopo aver assistito il 10 febbraio alla prima di Romolo il Grande al teatro Ambasciatori di Catania. Il teatro pressoché deserto, con un pubblico distratto e sonnacchioso, in buona parte eclissatosi dopo la fine del primo tempo. Eppure si trattava di un lavoro di grandissimo spessore e di inquietante attualità: una grottesca e amara satira del potere, che ritraeva l'impero romano d'Occidente alla vigilia della sua caduta. Un bestione ormai fatiscente, pomposo, inutile e sanguinario come il suo fratello orientale, in perenne bolletta, ridotto a vendere anche i busti marmorei del passato splendore. Insomma, un buon ritratto della nostra Italietta ipocrita e becera, grondante ipocrisia e sete di potere nelle persone dei suoi governanti, che nei giorni scorsi hanno dato il meglio di se stesse in uno spettacolo di sciacallaggio pietoso, quando invece avrebbero fatto assai meglio a tacere.

Anna Teresa Rossini e Mariano Rigillo.

Per fortuna dell'esiguo pubblico, il Romolo Augustolo in vestaglia e ciabatte, grande pollicoltore e buon padre di famiglia, si limitava a irretire i veri polli, quelli che stanno nel pollaio, per intenderci, chiamandoli ironicamente con i nomi degli imperatori che lo avevano preceduto, e non andava a caccia di polli da voti fuori dal pollaio.

Ironia a parte, il bravissimo Mariano Rigillo meritava a onor del vero un pubblico più attento e numeroso, sia per l'ottima performance teatrale offerta, sia per aver portato sulle scene un lavoro del grande Friedrich Dürrenmatt che, al di là della sua comicità gustosa, a tratti da avanspettacolo, complici anche le musiche di Lino Patruno, invitava davvero ad una spassionata riflessione sul potere, sulla guerra, sui tanti massacri dei quali gronda il passato, in barba a qualsiasi presunta (ma quando mai è esistita?) cultura della vita.

Belle le scene, bravissimi tutti gli attori della compagnia, ottima la regia di Roberto Guicciardini, ma soprattutto stupendo il testo, denso di rimandi, di un pacifismo assoluto e autentico, che fa dire all'ultimo imperatore romano che la nazione, quando chiede martiri e sangue, prende il nome di patria , parola della quale Romolo avverte tutta l'assurda vuotezza, così come vede, stoicamente, l'inutilità di mantenere in vita un impero fatiscente che, da quando ha dimenticato il suo ideale civile, non ha saputo far altro che spargere sangue. Ben vengano dunque i barbari, perché la ruota della storia è girata: il problema è che nemmeno l'Odoacre di Dürrenmatt ha tanta voglia di continuare a combattere. Anche lui ama i polli (ma forse li amano tutti i governanti?), e ammira Romolo Augustolo proprio per la sua dimessa umanità, per il suo sereno coraggio di rimanere, solo, in una reggia deserta ad aspettare i barbari e la morte. Una morte che non ci sarà, perché alla fine i governanti si mettono sempre d'accordo: sui principi, elastici come la loro coscienza, sui soldi, sempre utili…

Con una sola differenza, però: che i governanti che abbiamo visto sulla scena hanno avuto almeno il buon gusto di ammetterlo e di chiamare le cose col loro nome. Ma già, loro allevano solo polli da pollaio, non polli da elettorato.

Giuliana Cutore

11/2/2009