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L'ADDIO DI VERDI
Ludovic Tézier e Ambrogio Maestri
Per uno che ha fatto famoso un tragico e sconvolgente 'Addio del passato' non era facile immaginare un'ultima riverenza al mondo lirico del tipo del Falstaff . Anche se più passa il tempo e più mi sembra che la divertente e alquanto serena costatazione che 'tutto nel mondo è burla' nasconda piuttosto una rassegnazione e un saggio ma scettico sguardo alle follie umane. ‘La risata final' è perfino troppo allegra dopo quel 'tutti gabbati'...allegro ma non troppo... Ancora non è arrivata quest'ultima fatica lirica del grande 'sciur Peppin' a farsi amare dal pubblico quanto sorelle più frequentate. La prova è che al Liceu di Barcellona si erano viste, fino a questo momento e dalla prima nel 1896, solo trentatré recite in otto stagioni, e l'ultima quasi trent'anni fa (1983-84)... È vero che per norma generale un Falstaff non è mai una ripresa inutile (quanti 'trovatori', 'rigoletti', 'aide' e 'traviate' poco o niente interessanti si contano in ogni teatro?). E così è stato questa volta con un doppio cast per dieci recite, di cui ho visto la prima il 9 dicembre.
La messinscena di Peter Stein non è nuova né pensata per il Liceu (è arrivato Nick Ashton per la ripresa di una regìa che gira da una ventina d'anni per mezz'Europa e niente male, soprattutto se si pensa all'economia); non è forse geniale, ma funziona bene. Siccome geniali sono libretto di Boito e musica di Verdi che vengono seguiti ad litteram (fatto che non guasta, anzi), con dei bellissimi costumi ('d'epoca', forse oggi un ‘errore' che al sottoscritto non pare così) e una scena unica che fa pensare giustamente al teatro e alle condizioni materiali dei tempi di un certo Mastro Shakespeare. È evidente che alcuni interpreti hanno messo molto della loro parte, ma la gente rideva compiaciuta (moderatamente, che in quest'opera mi sembra un bene) e tutti uscivano contenti (forse senza voler capire quel 'tutti gabbati' che invece a me fa male da cinquant'anni – il mio primo contatto 'dal vivo' con questo capolavoro).

Ludovic Tézier e Fiorenza Cedolins
Molti sono i motivi di soddisfazione. Primo e principale, perché, salda base per tutto il resto, il fatto che finalmente il Liceu si è deciso (ma quanto durerà quest'atteggiamento?) a scritturare un grande maestro (italiano perfino, to', anche se la sua fama la deve maggiormente a paesi di lingua tedesca) che non so quando tornerà perché il Met, sempre all'erta (e fa benissimo), ha richiesto i suoi servizi. Fabio Luisi non poteva fare un miracolo ed estrarre un suono particolarmente bello dall'orchestra del Teatro: ha fatto di meglio e di più (e forse lo si vedrà nei prossimi giorni quando dirigerà un concerto tutto Brahms, un'altra iniziativa che va lodata se continuerà): in un'opera difficilissima suonava precisa, espressiva, veramente concertata con il palcoscenico. Un lavoro di grande artigiano, pulcro e naturale, a dimostrazione di quanto già si sapeva: non esistono orchestre modeste se la bacchetta l'impugna qualcuno che conosce e soprattutto ama il suo mestiere e la partitura che ha davanti. Alla fine il maestro Luisi aveva diritto a una grande ovazione, meritatissima. Per la mia più grande gioia, Ambrogio Maestri – non so se fosse dovuto alla regìa o alla direzione orchestrale, o a entrambi i fatti – quasi ricuperava l'innocenza di quel suo debutto nel ruolo con Muti quasi dieci anni fa. A febbraio di quest'anno l'ho visto nel ruolo a Parigi e n'ero uscito dispiaciuto perché aveva caricato pesantemente la mano nella peggiore tradizione dei bassi buffi rossiniani d'antan. Poco o niente di tutto ciò qui. Il primo atto era addirittura sensazionale per canto e scena; gli altri due forse un po' meno ma sempre di eccellente livello. Sembra però vedere il Pancione come un erede di Bartolo, Dulcamara e Don Pasquale, tanto per dire. Credo che sia alquanto diverso.

Ambrogio Maestri e Fiorenza Cedolins
Fiorenza Cedolins faceva la sua rentrée dopo mesi di forzato riposo: timbro ed estensione sembrano intatti, e la bellezza e morbidità del primo ripristinate rispetto alle ultime prove del soprano. In più, la si vedeva molto elegante (non stupisce) ma anche divertente e divertita in una dimostrazione di capacità di attrice molto benvenuta, perché aggiunge un'altra nota alle sue abituali regine o donne tragiche e drammatiche. I trilli e le mezzevoci erano ben messi a fuoco e non si lasciava sfuggire occasione (sebbene Alice non abbia un'aria) di mettersi in luce con i non pochi momenti che Verdi offre a chi sa trarne vantaggio ('Gaie comari di Windsor', 'Quando il rintocco della mezzanotte' o la famosa 'stella sull'immensità' alla fine dell'atto primo, quel piccolo concentrato di tutte le meraviglie liriche che Verdi poteva scrivere, per non parlare degli acuti finali dell'opera nella grande 'fuga').
Ludovic Tézier è riuscito a far crescere ancora il suo già eccellente Ford, sia dal punto di vista puramente vocale che da quello scenico rispetto della sua prestazione parigina di due anni fa, e non solo cantava e fraseggiava alla grande nel suo monologo del secondo atto o in tutto il grande duetto con il protagonista, sebbene questi fossero, naturalmente, i suoi migliori momenti.
Elisabetta Fiorillo conosce bene la sua Quickly e anch'essa si diverte. Ha il centro e i gravi e per fortuna qui l'acuto importa meno. Maite Beaumont era una bella Meg, per voce e figura e i veterani Raúl Giménez (soprattutto, con il suo Dottor Cajus) e Carlos Chausson (Pistola) davano adeguato rilievo alle loro difficili parti, per niente comprimarie. Mariola Cantarero ha un'emissione un po' metallica in zona acuta, benché sicura, e per una volta non sembrava piagnucolosa anche se il colore non è particolarmente bello come dovrebbe, in particolare per le frasi amorose e soprattutto per la canzone della Regina delle fate, quell'ultima ‘arietta' composta da Verdi che è una filigrana preziosa, solo in apparenza lontana da quanto il musicista aveva saputo dirci sull'anima umana; pure questa Nannetta si divertiva assai. Il suo Fenton, Joel Prieto, era più interessante per la figura che per la voce (bella ma piccolissima e con qualche problema d'intonazione arrivato al momento decisivo del suo breve ma difficile 'Dal labbro il canto'). Francisco Vas era un Bardolfo notevole, ma alcuni acuti – per la prima volta per quanto mi riguarda in tutta la carriera di questo notevole caratterista – venivano piuttosto gridati. Ma siccome, appunto,'tutto nel mondo è burla' e 'l'uomo è nato burlone, burlone' e in fine dei conti 'tutti gabbati', lasciamoci con quella 'risata final' anche se.... Tanti auguri per l'anno venturo; niente male finire questo con Sir John e gli altri.
Jorge Binaghi
19/12/2010
Le foto del servizio sono di Antonio Bofill.
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