RECENSIONI
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L'inferno delle parole

Ugo Pagliai ed Eros Pagni

Aspettando Godot è un lavoro che sembra offrire sempre nuove chiavi di lettura ad ogni rappresentazione, tale è la sua forza visionaria ed evocativa: testo complesso e variegato, sin dal titolo che i critici non sono ancora riusciti a decodificare univocamente (ma quando mai ci riescono?), e che pare rimandare da un lato all'idea di Dio (God), dall'altro al fantomatico socio atteso dal Mercadet di Balzac, pur se sarebbero possibili altri paralleli, ad esempio con Kafka, nel quale il tema dell'attesa si carica di angosciose paure, Aspettando Godot indaga comunque il tema dell'esistenza umana nei suoi aspetti più disadorni ed inquietanti (nella sua gettatezza, per dirla con Heidegger), della sua finalità sempre postulata ma mai scoperta né dimostrata, di cui forse è metafora il tema dell'attesa, passando per la mercificazione umana, fisica e morale simboleggiata da Lucky che Pozzo va a vendere al mercato, sino a giungere all'incomunicabilità celata nell'attesa di Godot, per ingannare la quale Vladimiro ed Estragone si rintronano a vicenda in un vuoto chiacchiericcio al quale nessuno dei due sa e vuole sfuggire, dato che l'unica alternativa possibile è un assordante silenzio.

Un albero malinconico e rinsecchito riempie di sé la scena: sullo sfondo un cielo torbido, il cui mutare di luce accompagna l'eterna estenuante attesa, la cui momentanea fine è segnata dal giungere di un giovane (un anghelos?) che annuncia che Godot non viene oggi, ma giungerà sicuramente domani. E sono le uniche frasi univoche di un testo ambiguo, dai risvolti amaramente comici, parole che segnano la fine dell'atto e poi del dramma, e il contemporaneo cessare della ciarla che poco o nulla comunica.

La regia di Marco Sciaccaluga ha evidenziato con rara maestria la profonda malinconia del testo, il suo senso di assoluta inanità del tutto, evocando, grazie alle luci gelide di Sandro Sussi e alle scarne musiche di Andrea Nicolini, una solitudine immensa mascherata da una banalità sempre più vuota e impotente che, se solo profetizzata negli anni '50, è giunta oggi alla sua più piena espressione.

Eros Pagni, nei panni di Vladimiro, in un personaggio che lo vedeva finalmente a suo perfetto agio, ha infuso alla sua recitazione tutta la gamma di sentimenti che animano il povero derelitto compagno di Estragone, del quale è volta a volta amico, protettore, complice, ma anche tiranno. La sua dizione perfetta ha scandito parola per parola il testo, lasciando trapelare ad ogni battuta la profonda umanità e la dolorosa dignità di Vladimiro, l'unico forse ad aver compreso sin dall'inizio che Godot non arriverà mai, ma egualmente intento a mantenere questa illusione della quale Estragone ha certo bisogno più di lui.

Ugo Pagliai, Estragone, ha confermato ancora una volta l'estrema maturità attoriale che l'età gli ha donato, mutandolo in un interprete tecnicamente perfetto, capace di rendere palpabile l'innocente ingenuità ma anche l'amaro umorismo del suo personaggio.

Da sinistra: Eros Pagni, Roberto Serpi, Ugo Pagliai e Gianluca Gobbi.

Bravi anche Gianluca Gobbi nei panni di Pozzo e Roberto Serpi in quelli di Lucky; la loro ottima mimica ha vivacizzato con garbo la scena, permettendo di esaltare gli aspetti grotteschi e surreali della pièce, che nella dinamica tra i due vagabondi e Lucky e Pozzo trova i suoi momenti più esaltanti e ambigui.

Ottima la scelta di affidare ad una donna, Alice Arcuri, il personaggio del ragazzo, in un rimando implicito e rivelatore all'androginia dell'anghelos.

Il pubblico dell'Ambasciatori, come al solito poco numeroso, in una proporzionalità sempre inversa alla qualità dello spettacolo, ha tributato calorosi e dovuti applausi ad una messa in scena eccellente, sia sotto il profilo registico che recitativo.

Giuliana Cutore

13/3/2011

Le foto del servizio sono di Marcello Norberth.