RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


DON PASQUALE E LA CANTANTE CON LA “VOCE UCCELLINA”

Il Don Pasquale è un'opera di straordinaria modernità, godibilissima, con una musica deliziosa e un libretto inossidabile. Se poi si è benedetti dalla fortuna e lo si ascolta in un allestimento extra lusso come quello di inizio dicembre a Bergamo, diventa uno spettacolo a cinque stelle.

Donizetti compone il Don Pasquale nel 1842, quando è ormai “anziano” (ha ormai 45 anni) ed è all'apice della popolarità. Da tempo, infatti, non ha rivali sulla scena lirica internazionale: Rossini si è ritirato dalle scene da oltre un decennio, Bellini è morto nel '35, gli altri autori coevi temibili, Pacini e Mercadante, sono tali sul patrio suolo, ma alle massacranti tournée internazionali preferiranno sempre più l'insegnamento. Sebbene ormai il pubblico mostrasse apertamente la propria preferenza per l'opera drammatica, Donizetti non aveva mai abbandonato il genere più “leggero”, del quale resta l'unico interprete ancora in attività acclamato ovunque: accanto ai successi di tragedie come Lucrezia Borgia, Maria Stuarda, Roberto Devereux, Lucia di Lammermoor, Poliuto, nel decennio precedente a Don Pasquale Donizetti aveva spesso frequentato l'opera buffa, con l'apice della Fille attraverso altre, oggi meno famose, come Il campanello o Rita. Ma l'opera buffa sembrava ormai destinata al repertorio: qualcosa da ascoltare come ricordo piacevole del passato, mentre la moda imponeva ormai drammi inquieti e spesso strazianti: giusto l'anno prima, nel 1842, un tale Giuseppe Verdi dalla campagna attorno Parma aveva mandato in scena alla Scala di Milano il Nabucco: di lì in avanti, bisognerà aspettare il secolo successivo e l'unico guizzo di comicità di Puccini, con il Gianni Schicchi, per ridere di cuore al teatro dell'opera con un'opera nuova. Come un gol segnato al 90° minuto, però, il Don Pasquale entra in repertorio da subito (l'opera verrà rappresentata in Italia, alla Scala, nella primavera 1843), e vi resiste, accanto agli altri due capolavori comici di Donizetti (l'Elisir e la Fille), fino ad oggi.

L'ultima opera comica del maestro bergamasco è anche la più amara: l'opera affronta impietosa il tema della vecchiaia e dell'incapacità di accettarla, sebbene venga guardata con soluzioni spesso esilaranti. Non diversamente dalle maschere tremende che Alberto Sordi impersonerà nelle commedie degli anni '60, nelle quali stigmatizza gli aspetti deteriori dell'italietta riuscendo però a far ridere di gusto il pubblico, Don Pasquale presenta un vecchio avaro e illuso, che crede davvero di poter far innamorare una donna molto più giovane di lui, ma cade in un tranello banale, dal quale esce bene giusto grazie al lieto fine riparatore. In realtà, l'idea, più e più volte sfruttata dal teatro d'opera, che un uomo anziano possa avere mire di conquista virile su una ragazza è patetica, essendo evidente che l'unico appeal che quegli possa esercitare su di lei è legato ai suoi beni materiali. Eppure quanto è comune, questo costume, di signori ampiamente over 70 che fanno i galletti con signorine ventenni, disposte a concedersi in cambio di un ritorno economico!

Il comportamento di Norina non si distanzia moralmente più di tanto: vero è che la storia la vuole innamorata sinceramente di Ernesto, ma sta di fatto che quest'ultimo, nipote di Don Pasquale, viene diseredato per non aver preso in moglie un partito gradito allo zio. L'eroe romantico avrebbe accettato la sorte, facendo sua l'amata Norina e sfidando le intemperie di una vita con scarsi mezzi. Qui invece, nel terreno dell'opera buffa, Ernesto, senza sfoggio di eroismo, si fa aiutare da un amico, il dottor Malatesta, per ingannare lo zio con la complicità della fidanzata e ottenere eredità e moglie. Nelle cronache odierne la chiamano circonvenzione di incapace, ma se la storia del vecchio ringalluzzito che fa il cascamorto con le ragazze è raccontata da un comico, ci si dimentica degli aspetti umanamente più miseri e ci si lascia andare a una sana risata catartica. L'abilità di Donizetti sta proprio nel cogliere gli aspetti comici di questa vicenda e nel tradurli in un susseguirsi di gag irresistibili, divenendo l'ultimo ineguagliato interprete della catarsi comica nell'opera lirica.

Ad interpretare quest'ultimo capolavoro comico del nostro prediletto autore bergamasco occorrono cantanti di spiccata vocazione brillante, che uniscano all'abilità canora provate capacità recitative. Così è stato nell'edizione che abbiamo visto a Bergamo, dove un cast perfettamente amalgamato ha reso una prestazione di squadra ottima, forse perfino migliore di quegli allestimenti che vedono una stella di prima grandezza attorniata da astri che brillano di luce riflessa. In un teatro pieno di bambini (lo dico con complicità, visto che fra i tanti c'era anche mia figlia, ma soprattutto con piacere: finalmente non solo chiome canute a teatro!), abbiamo ascoltato, nella seconda recita, gli ottimi protagonisti Eugenio Leggiadri Galliani, credibile Don Pasquale e Linda Campanella, brillantissima Norina (per la quale mia figlia, anni 8, ha coniato la definizione di “ voce uccellina ”, che starebbe per “canta come un usignolo ”) come pure Christian Senn, valido Malatesta, seppure un po' statico in scena (forse si tratta di impressione, vista la scoppiettante recitazione dei due protagonisti) e Ivan Magrì, Ernesto, l'unico con qualche piccola incertezza, attribuibile sicuramente all'inesperienza e non alla mancanza di talento. Buona la direzione di Stefano Montanari, che avevamo già apprezzato, sempre a Bergamo, negli altrettanto brillanti Don Gregorio ed Elisir d'amore.

Geniale e pienamente condivisibile l'idea registica di Francesco Bellotto, che riprende la volontà precisa dello stesso Donizetti: fu proprio lui ad insistere perché l'opera andasse in scena con allestimento il più possibile contemporaneo, proprio perché le storie con il vecchio avaro e credulone, il nipote un po' ingenuo prima squattrinato poi ricco, la giovane furbetta e capricciosa, sono senza tempo. Bellotto, mutatis mutandis, ha collocato l'odierno Don Pasquale negli anni '60 (Norina ha interpretato Quel guardo il cavaliere con un magnifico tubino optical) per la coppia Norina/Ernesto, arretrandola invece di oltre un secolo per l'altra coppia Sofronia/Don Pasquale. La casa di Don Pasquale è una galleria di quadri antichi e ricchi addobbi (sembra un quadro di Giovanni Paolo Pannini), dove lui si sente al sicuro e vincente, specie quando annuncia piccato (L'ho detto e lo ripeto) al nipote che si sposerà con una giovane e perciò lo diserederà (esilarante la scena in cui, a chiosa degli annunci matrimoniali, gli avvelena per dispetto il pesce rosso, con il successivo funerale del pesce, quando Ernesto lascia la casa dello zio). La casa-museo sarà pian piano svuotata dalla capricciosa Sofronia, in crescendo di bizze che culmineranno con la distruzione di una statua e uno schiaffo (reale, non morale) al sempre più basito Don Pasquale, che resterà solo, con la sua poltrona in stile, al buio in una casa vuota e grigia. Sarà Ernesto, con la sua ingenuità e i suoi ideali, a riempirla di stelle (Tornami a dir che m'ami) e di colori per la sua amata, nel tripudio generale della scena finale.

Chiara Plazzi

15/1/2011