RECENSIONI
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CARMEN, ESSENZA E ASSENZA

Assente dal cartellone del Liceu (e purtroppo essendo un titolo molto popolare, vero favorito del pubblico di Barcellona), Carmen è tornata dopo quasi vent'anni in due cicli diversi di recite (inizio e fine stagione) con tre compagnie alquanto diverse.

Calixto Bieito lavora da tempo sulla figura della zingara e può dirsi che questa volta, senza dimenticare i suoi ‘tópoi' – o i suoi ‘clichés' – è arrivato più vicino a cogliere il senso della musica e del testo dell'opera, rinunciando però a una serie di aspetti importanti. Quasi non c'è società civile (compare soltanto, perché non c'è altro, una calca festante all'ultimo atto). Il resto sono o il potere militare (perfino i bambini sono delle nuove reclute) o il mondo dei marginali (gli zingari, come succede appunto oggi stesso sotto il nostro naso). Micaela è una turista di provincia timidamente hippy e le scarse scene – e i costumi davvero di un kitsch orribile – ci rimandano agli anni 50-60 del secolo scorso in Spagna. L'atto terzo si apre con quel meraviglioso preludio come sfondo a una ben nota immagine di pubblicità che presenta un toro fiero sotto la quale un legionario si spoglia e prova a eseguire i gesti di un ‘diestro'. Uno potrebbe dire ‘mais nous ne voyons pas la Carmencita ', e cioè non ritrovare l'aspetto più ‘francese' dell'opera (peccato perché l'ingresso della protagonista è già accaduto ed esce furibonda da una cabina telefonica in mezzo a una lite verbale).

Ci sono le solite Mercedes dei contrabbandieri, la carica sessuale tra Carmen e i suoi uomini è forte (fino allo spasimo di un amplesso completo durante il secondo atto), le amiche sono delle ubriache o delle prostitute, Escamillo soprattutto un vero ‘chulo' piú che torero. Polemico, insufficiente, ma in molti momenti forte e interessante come spettacolo.

Si presentava il maestro Marc Piollet con un discreto lavoro (per fortuna l'orchestra sembrava in forma migliore che alla fine della stagione scorsa) non scevro di piattitudine in qualche momento (e, alla fine del terz'atto, il crollo del toro di cui sopra non faceva sentire niente della musica) ma cercava di andare all'incontro dei cantanti. Il coro è stato un elemento di vero lusso, preparato come al solito da José Luis Basso.

Tra i comprimari si avevano buone prestazioni da Eliana Bayón (troppo leggera forse) e Itxaro Mentxaca nei panni delle amiche della protagonista, così come pure da Marc Canturri e Francisco Vas per Remendado e Dancairo. C'era anche un Lilas Pastia presente dall'inizio alla fine che non aggiungeva nulla e toglieva parecchio.

Tra i protagonisti, il più valido è stato Roberto Alagna: molto intenso nell'azione e troppo intenso nel canto (peccato che adesso possa cantare soltanto forte e che le poche ‘mezze voci' – alla fine del duetto con Micaela – siano state solo un povero ricordo di quanto gli riusciva fino a non tanto tempo fa). Erwin Schrott cantava e si muoveva bene e non sembrava avere i problemi che vocalmente una parte come quella di Escamillo lascia di solito scoprire. Cantava malato ma non se ne accorgeva nessuno. Se è vero che questa è l'ultima volta che interpreta il torero, eccellente idea: c'è altro, di meglio e di più, per dedicare le proprie forze. Marina Paplovskaia continua a avere una voce strana, gelida, fissa, con qualche bel momento di tecnica e anche un certo vibrato, ma se Micaela non vince la gara con la sua aria vuol dire che qualcosa non va. Il francese poi non era eccezionale. Il testo invece si capiva fino all'ultima virgola sia con Alagna che con la protagonista, Béatrice Uria Monzón, titolare da una ventina d'anni del ruolo. Artista intensa, il suo ribelle istrumento (un acuto stiracchiato, un grave insufficiente ed artefatto) le consente di venire a capo dei due primi atti, ma la scena delle carte (atto terzo) e il duetto finale lasciano apparire troppe carenze di timbro, volume ed estensione. Il pubblico ha applaudito parecchio.

Jorge Binaghi

29/10/2010