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Les Pêcheur de Perles: l'Oriente di Bizet
Con Les pêcheurs de perles (1863) Bizet si accostò a quel gusto esotico che nel secondo Ottocento tanto fascino esercitò sulla sensibilità occidentale. Un esotismo puramente, o quasi, di facciata, nel quale l'Oriente (o altri mondi lontani) era occasione per ambientare, fra scene e costumi meravigliosi, una bella storia d'amore che nella società europea non sarebbe stata credibile per troppa poca verosimiglianza. In un villaggio di pescatori di perle dell'isola di Ceylon (Sri Lanka), la giovane Léïla viene consacrata, con voto di castità, alla preghiera propiziatoria per tutta la stagione di pesca. Nel villaggio sono presenti due amici, Nadir e Zurga, che si erano invaghiti di lei in passato ed erano diventati rivali, ma si riconciliano prima di ritrovare la donna amata. Nadir, riconoscendo Léïla, la raggiunge di notte, si dichiara e ne è ricambiato. I due giovani sono però sorpresi dal sacerdote e dalla popolazione e condannati a morte: Zurga, capo del villaggio, lacerato fra amicizia e gelosia, in un primo tempo dà il proprio assenso alla condanna, ma poi, riconoscendo in Léïla la ragazzina che anni prima gli aveva salvato la vita, fa fuggire i due amanti, divenendo a sua volta vittima del furore dei pescatori. Quanto alla struttura musicale, Les pêcheurs è un esempio di opéra-lyrique, che, rifacendosi liberamente alla tradizione franco-italiana, si articola in numeri non rigidamente chiusi, nei quali l'esigenza dell'unità drammatica si contempera con lo sfoggio della vocalità. Insomma, più che della Carmen a venire, Bizet pare in questa occasione un precursore di Massenet.
 L'allestimento veronese (nato alcuni anni or sono a Trieste), se è forse un po' spoglio ma non privo di fascino nelle scene di Giorgio Ricchelli, nei costumi (firmati da Alessandra Torella) restituisce quello spirito esotico ottocentesco che, senza alcuna pretesa di realismo circa gli abiti dei pescatori di Ceylon, mette in scena una società “altra”, affascinante e misteriosa. Anche gli allestimenti tradizionali, tra i quali questa regia di Fabio Sparvoli si inscrive, per quanto siano più rassicuranti delle trasposizioni, non sono talvolta esenti da scelte insensate: e penso al finale II, dove Nadir viene fatto inginocchiare in atto di supplica davanti al sacerdote Nourabad proprio mentre canta «Leur demander grâce? / Non, plutôt la mort!»; oppure al momento in cui Léïla, nel III atto, consegna la propria collana non, come chiederebbe il testo, a un giovane pescatore, ma allo stesso Zurga contro cui ha appena scagliato le proprie imprecazioni: cosicché il nome di «amico» e la dolcissima frase musicale con cui dovrebbe rivolgersi al giovane ignoto suonano del tutto fuori luogo rivolti al capo villaggio.
Il maggiore interesse degli spettatori, nei Pêcheurs, almeno finché l'opera veniva rappresentata con una certa frequenza, era ascoltare la voce del tenore. Il ruolo di Nadir è sicuramente impervio per la tessitura acuta, la necessità di un buon dominio delle tecniche belcantistiche (ed in particolare della mezza voce), e la presenza di alcuni slanci lirici spinti. Antonino Siragusa, tenore rossiniano leggero, alla prima rappresentazione (venerdì 1 aprile) ha superato alla grande le difficoltà di tessitura ed ha mostrato un incantevole dominio della mezza voce nell'aria «Je crois entendre encore», dalla quale, nonostante fosse costretto a cantare in posizione ingrata, ha saputo far trasudare nostalgica poesia; ma non è stato altrettanto a suo agio in quei passi in cui occorre mostrare una voce più corposa, come l'ingresso in scena nel I atto ed il successivo duetto con Zurga, dove si è avuta l'impressione che il tentativo di spingere danneggiasse la lucentezza del timbro. Siragusa (che dovrebbe rivedere un po' la pronuncia del francese) è stato, insomma, un Nadir più sognante che volontaristico, abitatore del mondo dell'ideale più che protagonista di quello reale, e non è un caso che i passi a lui più riusciti, oltre all'aria del I atto, siano stati la canzone fuori scena del II atto e soprattutto il finale I, quando la sua voce si unisce alla preghiera di Léïla trasformandola in un duetto d'amore inconsapevole; scena nella quale si è percepita tutta la magia del duetto d'amore, che è invece latitata nel vero duetto di Nadir e Léïla, nel II atto, dove l'affiatamento della coppia si è reso evidente solo nella cadenza finale.
 Nel rendere indimenticabile il finale I, oltre agli interventi di Nadir, è stata determinante Léïla, il soprano Nino Machaidze, con le colorature dolcissime che, leggere come una piuma trasportata dalla brezza, si sposavano perfettamente all'atmosfera crepuscolare della scena. È ora opportuno spendere un elogio per il direttore d'orchestra Frédéric Chaslin: sarà un luogo comune che i Francesi dirigano bene la musica francese, ma questo luogo comune ha avuto qui l'ennesima conferma. Chaslin ha azzeccato perfettamente le dinamiche orchestrali, dipingendo atmosfere cariche d'evocazione e permettendo ai cantanti di dare il meglio del loro carisma interpretativo: la Machaidze , in particolare, ha trovato tempi perfettamente coerenti con lo spirito della partitura sia nel finale I, sia nell'aria all'inizio del II atto, dove ha avuto agio di esprimere la lentezza del ricordo e dell'abbandono fiducioso.
Era probabilmente poco in forma il baritono Luca Grassi, che nei primi due atti veniva continuamente sopraffatto dalle masse; e, quando la sua voce si poteva sentire, emergevano suoni rochi, privi di colore. Meglio se l'è cavata nell'aria del III atto, cantata correttamente. Il basso Paolo Pecchioli, sicuro nel ruolo un po' antipatico e non molto complesso di Nourabad, ha completato la piccola compagine di solisti di quest'opera che meriterebbe una maggiore presenza nei cartelloni ed una maggiore affluenza di pubblico nelle sale (dispiaceva vedere al Filarmonico tanti posti vuoti).
Marco Leo
2/5/2011
Le foto del servizio sono di ENNEVI.
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