RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Il vecchio e il mare

 

«Homme libre, toujours tu chériras la mer! La mer est ton miroir…»

Charles Baudelaire , L'homme et la mer, in Les Fleurs du mal, 1857.

È opera inquieta, Simon Boccanegra, e non solo perché Giuseppe Verdi affrontò il soggetto poco prima dell'Unità d'Italia, tra il 1856 ed il 1857, quindi un ventennio più tardi, agli inizi degli anni Ottanta. È, infatti, autentico crogiuolo di temi cari alla drammaturgia verdiana, primo fra tutti il rapporto tra padre e figlia, che qui matura nel corso dell'opera e prevede, nel corso del primo atto, uno splendido duetto in cui il protagonista ritrova la figlia creduta morta per lungo periodo. Ma è, soprattutto, studio delle relazioni tra un uomo e la sua terra, tra il mare, che il giovane corsaro solca in cerca di gloria, ed una città, Genova, che sarà chiamato a governare – storicamente dal 1339 al 1363 – nel tentativo di imporre la pace su antiche, esiziali lotte fratricide. E tutto questo si sposa magnificamente con uno studio sui timbri scuri, di baritono e di basso, che qui trova, nei personaggi di Simone e di Fiesco, due incarnazioni di straordinario impatto teatrale, nel più vasto contesto di una struttura circolare che si apre e si conclude su due duetti dedicati a questi personaggi. Prima giovani, poi anziani, il corsaro ed il patrizio sono divisi da contrapposizioni sociali, prima ancora che economiche, ma sempre nella condivisione di un apparato valoriale forte, fatto di rispetto dell'avversario e delle regole, dedizione al bene comune. E che tra i due s'incunei una terza voce baritonale, quella di Paolo Albiani, peraltro potenziata nella seconda versione, è da leggersi come studio preparatorio in vista della creazione del personaggio di Jago, ormai imminente nel laboratorio creativo di Verdi e Boito. Al termine della vicenda, è il sacrificio del doge a suggellare la pax tra patrizi e plebei, come all'interno di una famiglia troppo tardi ricostituita, fino ad un finale che progressivamente ingloba tutti i protagonisti e si schiude all'intera città.

Con Simon Boccanegra Palermo nutre un rapporto parco ma significativo: l'ultima edizione, al Politeama Garibaldi, risaliva al 1982 – dirigeva Roberto Abbado, protagonisti Peter Glossop e, niente meno, Cesare Siepi! – ma è al Teatro Massimo che si contano presenze di notevole prestigio: andando a ritroso, infatti, vi hanno cantato Simone Giuseppe Taddei, nel 1964, Tito Gobbi, nel 1951, e Carlo Galeffi, in occasione del debutto dell'opera nella sala del Basile, il 14 gennaio 1909: sul podio un'autentica star palermitana, Gino Marinuzzi, destinato a diventare bacchetta tra le più illustri di primo Novecento.

L'edizione 2009 si fregiava di una nuova produzione, già pluripremiata, coprodotta dal Teatro Massimo con il Comunale di Bologna, che l'aveva presentata come spettacolo inaugurale della stagione 2007-2008. Era spettacolo particolarmente atteso, anche perché affidato ad un' équipe artistica di origine genovese, con in testa il regista Giorgio Gallione – direttore artistico del prestigioso Teatro dell'Archivolto, nella città ligure – e lo scenografo e costumista Guido Fiorato. Ed è proprio una stampa del XV secolo della città Superba a far da sipario e da sfondo all'opera, durante la gran parte dell'azione: quasi a voler ancorare fortemente l'azione ad un luogo, cifra essenziale della drammaturgia dell'opera. Nel corso di tutta l'opera, sontuosi costumi rinascimentali e ricchi panneggi creano un felice contrasto cromatico con l'alternarsi del bianco dei marmi e del nero dell'ardesia, ripetendo il ritmo che connota le architetture genovesi. Sul piancito, fortemente inclinato, una riproduzione di Campo Pisano, con la ricchezza del suo mosaico istoriato, diventa terreno di incontro e di scontro di traiettorie pubbliche e sentimenti privati, luogo verso il quale convergono carruggi e ripide scalinate, quinte naturali di ampi squarci prospettici. Meno felice, soprattutto nel Prologo, è l' horror vacui, che muove il regista a “riempire” momenti in cui non è necessaria un'impronta tanto didascalica, come nei casi dell'interminabile corteo funebre dell'estinta Maria o nell'arrivo di Simone in casa di Fiesco, rappresentato da un drappo nero su cui campeggia un'immagine della morte. Se la compagine corale, ottimamente istruita da Andrea Faidutti, si muove con convincente senso delle dinamiche, poco incisivo appare il lavoro sui protagonisti, inchiodati a pochi gesti – mano sul petto o invocazioni al cielo buone per smistare il traffico urbano – appartenenti ad un repertorio più corrivo. Ma a riscattare queste mende interveniva la persuasiva costruzione del terzo atto, che si apre – in maniera inusitata, peraltro – nel carcere da cui viene liberato Fiesco, una prigione oppressa da pesanti grate di ferro: che si schiuderanno, nel finale, per lasciare spazio alla vastità di una distesa marina, verso la quale il doge morente s'incammina, dopo aver invocato per l'ultima volta il nome dell'amata Maria.

Di mare era dunque questione, per dar vita a Simon Boccanegra. E degna di lode è parsa la ricerca timbrica condotta da Philippe Auguin, impegnato, sul podio, ad insufflare al dettato verdiano quel soffio panico, vitale, che attraversa l'opera, tanto da squadernare la straordinaria modernità della scrittura orchestrale – a tratti quasi britteniana - nei passaggi più scopertamente descrittivi – il preludio iniziale, il sorgere dell'alba. La medesima ampiezza di respiro era riscontrabile nell'imponente concertato del Finale I, come negli interventi solistici, magistralmente sostenuti nel loro percorso melodico. Ad Auguin va dunque accreditato il merito di aver messo in evidenza quanto l'opera, nella sua versione definitiva del 1881, appartenga a quella maturità verdiana, ormai padrona di un materiale musicale perfettamente piegato ad esigenze drammatiche, in un gioco di chiaroscuri sapientemente dosati.

Di elevata caratura era anche la distribuzione vocale. Nel ruolo del titolo, Roberto Frontali si disimpegnava con sicura professionalità, cura del fraseggio, eleganza timbrica. Certo non entusiasmava per immedesimazione nel personaggio, ma venire a capo di un ruolo tanto impervio, ricco com'è d'innumerevoli sfaccettature musicali e psicologiche, è impresa in sé meritoria. Diverso discorso per Amarilli Nizza, un'Amelia dagli importanti mezzi vocali, in crescendo durante l'esecuzione. E tuttavia era da notare una propensione a forzare la linea di canto, per assecondare una scrittura vocale che esige notevole impegno dall'esecutore: apparentare Amelia ad Aida è operazione musicalmente ineccepibile, salvo imporle un risalto talora eccessivo. Nei panni di Gabriele Adorno figurava Walter Fraccaro, anch'egli cantante di notevoli potenzialità, incline al dispiegamento di considerevoli risorse vocali, che però andrebbero esibite con più parsimonia, rinunciando ad un canto sfogato ancora di là da venire. Notevolissima era invece la presenza di Gezim Myshketa, abitato da piglio demoniaco nell'animare un fraseggio insinuante, suasivo, tanto da fare di Paolo Albiani un personaggio centrale nell'azione: degno contraltare del superbo, magistrale Fiesco di Ferruccio Furlanetto, che si conferma princeps della corda grave maschile. È un momento particolarmente felice, per il basso friulano, che oggi può essere considerato a buon diritto come il maggior interprete del repertorio italiano, almeno da Verdi a Pizzetti. Nel ruolo di Fiesco, al rigoglioso, vellutato splendore di un timbro brunito associa una presenza scenica imponente, particolarmente indicata per lo storico nemico di Boccanegra. Con il passare degli anni, Furlanetto ha approfondito sulle scene liriche internazionali lo scavo psicologico del personaggio: fosco, solitario, straziato dal dolore, gli assicura quella nobiltà di tratti che ne fa il disincantato protagonista dell'opera, cupo osservatore di quell'«interminato pianto» in cui si dibatte l'uomo sulla terra. E che a lui sia affidato il lapidario explicit dell'opera, nel momento dell'ascesa di Adorno al soglio dogale, diventa accorata richiesta di una pacificazione generale, che è auspicio, più che certezza, di fronte ai rigori della vita.

Giuseppe Montemagno

2/11/2009

 

Le foto del servizio sono di Franco Lannino © Studio Camera.