Gli anziani e il loro piccolo mondo
Classe di Ferro di Aldo Nicolaj
al Brancati di Catania 
Tuccio Musumeci, Alessandra Cacialli e Marcello Perracchio
Capita raramente che un tema ormai usato e abusato dal buonismo imperante su massmedia e talkshow quale è quello degli anziani riesca a tradursi in un piccolo miracolo teatrale di equilibrio, dove la tristezza e la malinconia tipiche della terza età si stemperano in momenti di volta in volta comici, polemici, a tratti tristi, ma senza mai un intento predicatorio o un astratto pistolotto moralisteggiante.
Aldo Nicolaj è un drammaturgo dalla graffiante vena grottesca e surreale, che riesce a impadronirsi di brani di vita quotidiana traendone sempre qualcosa di teatralmente molto valido, pur nella voluta esilità della trama e nell'esiguo numero di personaggi che si muovono sulla scena.
Anche questo Classe di ferro, che dal 1974 vede un crescendo di successi sulle scene italiane, è stato molto apprezzato dal pubblico del Brancati per la gustosa vivacità dei dialoghi che sono riusciti ad offrire un ritratto degli anziani che, pur se comico nei battibecchi tra i protagonisti, rifuggiva dalle tanto frequenti cadute nel patetico-sentimentale che affliggono un certo teatro leggero, e dialettale in particolare, dove il binomio vecchietto buono - figli cattivi ha ormai assunto una fissità marmorea, a tutto vantaggio di un intento moralistico-didattico il cui unico fine sembra quello di convincere i figli della necessità di pagare la cambiale dell'assistenza ai genitori, come se l'assistenza ai genitori potesse prescindere, per chissà quale miracolo finanziario, dall'altrettanto imprescindibile necessità di guadagnarsi la vita con un onesto lavoro che spesso obbliga a scelte dolorose e ineluttabili.
Gli anziani di Nicolai, come tutti gli anziani che si rispettano, hanno certo dei figli, i quali a loro volta, come tutti i figli, tentano di relegare il vecchietto ai margini della loro esistenza: ma questi figli sono come ombre sul palcoscenico, e si capisce bene che al drammaturgo interessano fino ad un certo punto, perché la sua attenzione è assolutamente focalizzata sull'universo degli anziani. Libero Bocca e Luigi La Paglia , infatti, passano le loro giornate su una panchina, dove, incontratisi per caso, hanno stretto un'amicizia complice, tenera e gelosa: entrambi inventano balle sui figli, un po' per scusarli, un po' perché fa parte del loro essere vecchi, entrambi ricordano i bei tempi passati (non esiste infatti anno di nascita che gli anziani non chiamino classe di ferro), entrambi sopportano un'anziana signorina, Ambra, che vive sola e si occupa di gatti randagi, impicciandosi ad ogni piè sospinto dei due amici.
Sembrerebbe un quadretto di maniera, ma non lo è, perché nei dialoghi Nicolai riesce a far passare alcuni spunti essenziali, quali la maggior autonomia della donna anche da anziana, il suo riuscire comunque ad organizzarsi la vita senza troppi pensieri, e soprattutto quello che costituisce lo specifico della terza età maschile, come il timore dell'abbandono, quel non saper vivere da solo che comunque il maschio si porta sempre dappresso, e che ha le sue bestie nere nel prepararsi da mangiare, fare il bucato, attaccarsi i bottoni e così via.
Questo quadro d'insieme è stato reso con grande maestria dai tre protagonisti: Tuccio Musimeci, nel ruolo di Libero Bocca, Marcello Perracchio in quello di Luigi La Paglia , e Alessandra Cacialli che interpretava la sin troppo loquace Ambra. Sia Musumeci che Perracchio hanno recitato con grande professionalità, assecondando la comicità del copione ma anche i suoi momenti tristi, facendosi reciprocamente da spalla con estrema sicurezza e misura, conferendo un grande spessore umano ai loro personaggi, grazie anche ad una mimica e a una dizione eccellenti. Alessandra Cacialli, con le tonalità dolci e soavi che la contraddistinguono, si è destreggiata con notevole disinvoltura fra i due protagonisti maschili, imponendo talvolta con la sua verve innata una maggiore dinamicità al lavoro.
La regia di Nicasio Anzelmo, insieme alle scene e ai costumi di Giuseppe Andolfo, ha sottolineato la quotidianità della vicenda, puntando assolutamente sulla maestria degli attori. Notevoli infine le musiche di scena di Matteo Musumeci, che hanno punteggiato l'azione introducendo la vicenda con delicate e nostalgiche melodie, ma anche sottolineandone con accenti dolorosi l'intrinseca tristezza.
Giuliana Cutore
20/4/2010
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