RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

LA FILLE DI BREDA

Breda, Chassé Theater

 

C'era una volta in Italia (non è una fiaba) il Carro di Tespi lirico, sorto nel Ventennio e sopravvissuto per qualche tempo nel Dopoguerra con l'obiettivo di portare le opere più popolari nelle aree geografiche in cui proprio il popolo non aveva la possibilità di assistere a spettacoli lirici. Poi arrivò la televisione, che, pur con la limitazione di uno o due canali in bianco e nero, trasmetteva più opere - riprese dai teatri o realizzate in studio - di quante non ne diffondano messi insieme la moltitudine di canali attuali. Non sorprende dunque che una forma d'arte ormai elitaria come l'opera divenga ancor più elitaria poiché la si celebra in un limitato numero di templi della lirica, non facilmente accessibili ai più se non altro per la distanza, mentre i costi degli allestimenti continuano impavidamente a superare gli incassi. Ma le stagioni liriche in comune tra i teatri sono rare o interessano aree geografiche limitate. E se cercassimo di trarre profitto dall'esperienza dell'Olanda?

Nel paese della regina Beatrice infatti le stagioni in comune tra numerosi teatri di grandi e piccoli centri - fino a una quindicina e più - che coprono almeno la metà o i tre quarti del territorio esistono e prosperano da decenni sotto varie formule attuate da altrettante organizzazioni e con una proficua collaborazione tra pubblico e privato. Una di queste è la Reisopera di Enschede, che coesiste con le concorrenti Opera Zuid di Maastricht e Internationale Opera Producties, quest'ultima attiva anche nella limitrofa regione fiamminga belga. I loro cartelloni propongono opere del repertorio tradizionale, comprese talune rarità, e novità con un livello esecutivo medio non disprezzabile.

Tra novembre e dicembre questa Fille du régiment dell'Opera Zuid, varata a Maastricht, è stata in seguito eseguita a L'Aia, Utrecht, Sittard, Tilburg, Eindhoven, Venlo, Groningen, Breda, Den Bosch e Heerlen.

La fille du régiment di Donizetti, opera squisitamente francese composta da un italiano, dopo esser stata fino al Dopoguerra popolarissima anzi emblematicamente nazionalpatriottica in Francia, è riapparsa solo sporadicamente sulle scene francesi negli ultimi decenni, mentre la si eseguiva altrove con maggior frequenza. Poiché si era fatta rara anche in Olanda, l'Opera Zuid l'ha opportunamente ripresa in questa stagione 2008- 2009 in un'edizione che, senza ambire di misurarsi con i fasti di quelle recenti di Londra, Vienna e New York, ha pur sempre dimostrato la sua validità ed ha infatti riscosso il caloroso gradimento del folto pubblico di Breda nella sera in cui ne sono stato spettatore.

La regia del tedesco Bruno Berger-Gorski si è valsa della scenografia ridotta all'essenziale ma funzionale di Herbert Janse: poco più di un plastico in miniatura delle Alpi tirolesi, con attorno gli sgomenti valligiani mentre infuria la battaglia, arreda la scena di apertura. Ma le minimontagne restano al centro della scena una volta passati all'interno dell'accampamento dei francesi invasori, in un ambiente tra cucina, spogliatoi e docce. Nel secondo atto infine il plastico delle montagne incombe dall'alto sull'elegante e arioso salone nella dimora della Marchesa.

Nell'accampamento, mentre Marie (la trovatella adottata dal reggimento) svolge disinvolta varie incombenze armata di un trapano elettrico, i soldati - non comparse ma aitanti coristi - si alternano, con scrupolosa cura dell'igiene corporeo, sotto le docce, aggirandosi poi sulla scena in mutande o con un asciugamano alla cintola. Tuttavia lo spirito da caserma aleggia con discrezione, ché Berger-Gorski non ha spinto troppo in là la fantasia e il tutto resta abbastanza castigato. Il sud dell'Olanda - al di sotto dei grandi fiumi - è prevalentemente cattolico e gli opera goers brabantini e limburghesi non avrebbero probabilmente apprezzato le trouvailles da spogliatoi a cui sono avvezzi altri registi, ma più per ragioni di buon gusto che di pruderie: qui i bacchettoni del calibro dei responsabili della RAI 2, che hanno osato tagliare i pochi secondi del bacio gay nel film I segreti di Brokeback Mountain, sarebbero vilipesi a gran voce.

Sarebbe paga l'orfanella di restarsene con il suo reggimento bonaccione, unita al montanaro Tonio di cui nel frattempo si è innamorata. Il quale Tonio si è tal punto invaghito di Marie da arruolarsi nello stesso reggimento. Ma gli eventi bellici hanno rimescolato le carte e fatto spuntare come per incanto la Marchesa di Berkenfield, zia di Marie (si scoprirà poi che è la madre), che riprende senza indugio la ragazza per condurla al suo castello e destinarla a una vita nobile e in carattere con l'alto grado svelato, sottraendola così al reggimento e a Tonio. Nel castello avito la fanciulla cerca di adattarsi bene o male alla nuova vita, rimpiangendo il reggimento, il cui ricordo è reso ancor più vivo dalla presenza del sergente Sulpice, convalescente di una ferita di guerra, sul quale la Marchesa conta per indurre Marie ad accettare le nozze imminenti con il Duca di Krakentorp. Tutto sembra quindi volgere verso tale "happy ending", ma l'invasione del reggimento nel castello con alla testa Tonio, che è già avanzato di grado, sconvolge la prospettiva e, quando tutto è pronto per la cerimonia, la Marchesa annuncia, tra gli inorriditi nobilissimi invitati e il reggimento plaudente, che annulla le nozze blasonate e concede Marie a Tonio.

Berger-Gorski ha scelto una lettura contemporanea della vicenda, ma senza riferimenti precisi, a parte la presenza riconoscibile tra la stramba, caricaturale nobiltà invitata al castello nel secondo atto di un principe ereditario e della consorte, allusione alla casa reale olandese che non ha mancato di divertire il pubblico. L'azione scorre in maniera stringata e fluida, mantenendo una buona tensione dinamica, attenta a sottolineare il variare del clima e combinare espressivamente comicità, sentimento e pathos, con sottolineature talora da farsa, specialmente nel secondo atto, cui il libretto si presta e che non disturbano. Interessante e suggestivo notare come vengano sfruttati scenicamente i "tempi morti" delle ripetizioni e dei da capo nel mosso e variegato finale primo: gli innamorati, che si erano già detti addio e separati, tornano a unirsi e ad abbracciarsi, il congedo di Marie dai commilitoni non era l'ultimo bensì il penultimo. La Marchesa e il maggiordomo la riprendono, ma lei scappa di nuovo.

Stefan Veselka, giovane direttore norvegese di origine ceca, ha guidato con scioltezza la Limburgs Symfonie Orkest, ottenendone eleganza di suoni e delicatezza di sfumature, in particolare nell'ouverture, temperando i clangori militareschi di un'opera tutto sommato poco bellicosa. Garbato sberleffo quella Tirolese, che introduce l'atto secondo, non suonata dall'orchestra, ma straziata dal pianista che si accinge ad accompagnare Marie nell'esilarante lezione di canto.

Protagonista effettiva, Annemarie Kremer si è dimostrata una Marie ragguardevole, in grado di cogliere le sfaccettature del personaggio, scenicamente credibile e vocalmente fresca e persuasiva nei vari momenti, non soltanto nel vibrante addio del finale primo e nella non meno impegnativa aria del secondo atto. Dei due elementi non olandesi del cast, assai deludente è risultato invece il Tonio dello statunitense Todd Wilander, il quale, pur cercando di rendere soave il suo canto e di non forzare, si rivela inferiore al cimento del ruolo, non solo per la flagrante incapacità di effettuare l'impervia scalata dei "famigerati" do dell'aria del primo atto, ma anche nel mancare la bellissima aria del secondo (che risuona ancora nelle nostra memoria cantata da Pavarotti, Kraus, Florez ed altri ancora), sprecandone, ahimè! la struggente melodia. Quanto al basso-baritono tedesco Rolf Scheider è stato un sergente apparentemente ruvido, ma bonaccione e paterno, vocalmente appropriato ed espressivo. La Marchesa del mezzosoprano Klara Uleman, non ha certo sfigurato al confronto con tante colleghe più o meno note, sfoggiando ai vari livelli di comicità del suo ruolo un cattivante registro grave e una presenza scenica irresistibile, egregiamente coadiuvata dal maggiordomo Hortensius, che era il baritono Marcel van Dieren. Il Zuidelijk Theaterkoor, per concludere, ha adeguatamente completato nei cangianti interventi questa esecuzione, salutata alla fine da un'entusiastica e prolungata standing ovation.

Fulvio Stefano Lo Presti

13/1/1009