RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 

 

Quel cerimoniale funebre

macchiato di rosso

È ancora caldo, il pomeriggio autunnale in cui ci apprestiamo ad assistere a Madama Butterfly di Giacomo Puccini, titolo scelto dal Teatro Massimo di Palermo per la ripresa delle attività del cartellone lirico 2009. Il pubblico scivola disinvolto in sala, elegante e compassato, fino a gremirla in ogni ordine di posti. Perché la realtà è inoppugnabile: tante sono le lacrime versate per il capolavoro pucciniano, altrettante sono quelle che i melomani sono sempre pronti a spargere, ogni qual volta l'opera viene rappresentata.

Pure, è proprio la straordinaria notorietà della tragedia giapponese a costituire un ostacolo, se si desidera impressionare favorevolmente l'uditorio. Senza imprevisti colpi d'ala, privo di temibili alzate di ingegno, lo spettacolo palermitano scorreva nel solco di una tradizione consolidata, rodata con perfetto dominio di una drammaturgia sapientemente tratteggiata, tale da gratificare le attese del pubblico: puntualmente ricompensato, secondo una prassi ormai caduta in desuetudine, dal bis dell'aria più celebre dell'opera, “Un bel dì vedremo”, replicata a furor di popolo. E, se questo ha inevitabilmente creato una caduta di tensione – all'interno di un atto dall'impianto saldamente architettato – pure pare legittimo accontentare le richieste del pubblico, che nella patetica storia della geisha tradita e abbandonata ha trovato una delle sue eroine preferite.

Certo gran parte del merito va ascritto alla presenza di Hui He, una Cio-Cio-San di solidissima caratura, curata nel fraseggio, in possesso di robusti mezzi vocali, che le consentono di affrontare con sicurezza i momenti più attesi dell'opera. Certo la sua non è una fanciulla ingenua, ma donna risoluta e passionale sin dal primo istante; il suo personaggio evolve con misura e sobrietà di tratti, fino ad una scena finale vissuta con partecipe carica emotiva. Squillante era anche il Pinkerton di Massimiliano Pisapia, certo poco adeguato per physique du rôle ma pronto a riempire di acuti rilucenti la sala del teatro palermitano, tanto nel primo atto, quando brinda alle nozze giapponesi, quanto nel finale, nel momento in cui abbandona un asilo che non gli appartiene più. Perfettamente sostenuti dall'orchestra, i due protagonisti brillano nel finale del primo atto, uno dei più strabilianti, tristaniani duetti d'amore dell'intera storia del melodramma.

Accanto a loro era ben distribuito l'intero cast vocale, a partire dall'autorevolissimo Sharpless firmato da Fabio Capitanucci, oggi uno dei migliori baritoni italiani in circolazione. L'intero duetto del secondo atto, con la lettura della lettera di Pinkerton a Cio-Cio-San, è gestito con eleganza di riscontro vocale e scenico. Ma non sono da meno Rossana Rinaldi, una Suzuki dalla vibrante partecipazione, e ancora lo stentoreo Zio Bonzo di Francesco Palmieri, lo sgusciante Goro di Saverio Fiore, il compassato Yamadori di Alessandro Battiato, insieme con Riccardo Schirò e Giovanni Lo Re. Una menzione merita l'attenta preparazione della compagine corale, istruita da Andrea Faidutti.

Più di una perplessità, invece, suscitava – come di consueto, peraltro – la controversa bacchetta di Gabriele Ferro, e non soltanto per lo scollamento tra fossa e palcoscenico, per il quale è ormai universalmente noto, qui particolarmente evidente nel corso del primo atto. Di Madama Butterfly Ferro evidenzia un ipertrofico, rigurgitante tessuto orchestrale, qui tradotto con un sinfonismo debordante, a tratti anche tellurico. Certo, questa scelta appare convincente nel corso del finale del primo atto, quando evidenzia la marca wagneriana del duetto d'amore, e laddove accosta la lezione pucciniana alle ricerche orchestrali coeve – Mahler in primis – per farne emergere l'originalità e la singolarità di tratti. Ma tutto ciò va puntualmente a scapito non solo dell'equilibrio generale, ma soprattutto di quel canto di conversazione, che nell'opera raggiunge uno dei suoi vertici, e che perigliosamente vacilla – e talvolta naufraga – nel mare tempestoso dell'impeto orchestrale.

Era una lettura, peraltro, singolarmente in contrasto con la parte visiva dello spettacolo (firmata per la regia da Lorenzo Mariani, direttore artistico del Massimo, su scene e costumi di Maurizio Balò e luci di Guido Levi), proveniente dalla Finnish National Opera e ripresa a Palermo da Elisabetta Marini. Perché Mariani, opportunamente, procede per sottrazione, evitando accuratamente il rischio della cartolina illustrata, del presepe con fiori di pesco, sempre pericolosamente presente nell'immaginario collettivo. Di più: Balò sembra voler confinare il gusto dell'esotico, caro alla sensibilità art nouveau, inquadrando l'intera vicenda all'interno di una cornice di lacca rossa, quasi a voler allontanare, nel tempo e nello spazio, una vicenda figlia del proprio tempo. Non già che non ci sia lo shosi o l'albero di pesco: ma questo è raffinatamente mimetizzato da una serie di sipari in tulle, che lo pongono in secondo piano. Ma che il dramma incombe, e in maniera prepotente, è dimostrato dal ritorno di Pinkerton, nella seconda parte del secondo atto, quando la prua della nave americana addirittura irrompe nello shosi della protagonista, squassandolo dalla fondamenta. Più della japonaiserie di maniera, a Mariani interessa dunque l'evoluzione del dramma, la relazione obliqua che si instaura tra i due protagonisti, e di cui è traccia nell'impervio palcoscenico, una superficie sghemba su cui si sgrana il calvario della protagonista. E che piccole, grandi macchie di rosso – da quella che invade metaforicamente il piancito, nel finale primo, all'obi nuziale di Cio-Cio-San, indossato durante le nozze come per il suicidio finale – punteggino la scena è solo un mezzo, particolarmente elegante e di forte impatto visivo, per trasformare Madama Butterfly in uno straziante rituale di morte, in un angosciante, inesorabile cerimoniale funebre, su cui posare lo sguardo con impietosa, acuta lucidità: lontano dalla cartolina illustrata, dentro la tragedia.

Giuseppe Montemagno

3/10/2009

Le foto del servizio sono di Franco Lannino © Studio Camera.