RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

I TROIANI A VALENCIA

La versione più completa del ‘magnum opus' di Berlioz che io abbia mai ascoltato dal vivo serviva nello stesso tempo per la prima integrale dell'opera nella Spagna. Il bravo Palau de les Arts della città di Valencia che in pochi anni si è guadagnato un bel nome –e anche va fiero della migliore compagine orchestrale di un teatro lirico spagnolo- ha avuto l'onore e l'onere della prova. E se ne è uscito a testa ben alta anche se per forza non tutti gli elementi sono stati allo stesso livello (difficile sempre per un titolo di queste dimensioni). Sugli scudi, incontestabile, la bacchetta (le mani, senza bacchetta) prodigiosa di Valery Gergiev. E' la sua una versione che sa essere lirica e drammatica, possente e dignitosa che passa per tutte le sfumature senza cedimenti durante cinque ore dai toni cupi della prima parte (La prise de Troie) a quelli disperati e vittoriosi di cartaginesi e troiani che chiude la seconda (Les Trojens à Carthage). I balletti, il movimento sinfonico della caccia, il preludio (poche volte eseguito) della seconda parte, la famosa marcia erano naturalmente grandi momenti ma non i soli nè i più ‘belli'. Gergiev sa che quando Berlioz fa cantare l'orchestra deve farlo pure, ma con i cantanti, non contro di loro. E se la grande aria di Enea dell'atto finale veniva portata con tempi piuttosto lenti –strani per un direttore travolgente e un momento così disperatamente tragico- sarà stata appunto la considerazione di Gergiev per i suoi cantanti che l'ha condotto a questa scelta. Putroppo è difficile sempre trovare un Enea. Se la scelta va verso uno Heldentenor ci sarà d'aspettare una mancanza totale di flessibilità e di canto a fior di labbra per guadagnare in acuti tonanti che però non sono quelli di una scuola francese (non è luogo di rimpianti questo, ma se Alagna avesse avuto la forza d'impostare diversamente la sua carriera forse oggi il ruolo sarebbe suo). Stephen Gould è un cantante musicale che ha cercato di seguire la partitura, ma appunto nei momenti più lirici (il grande duetto) la voce non correva, si sentiva quasi soffocata e tesa e non c'era forma di evitare l'inevitabile incidente nel momento più pericoloso dell'aria (quell''adorée' che riusciva così bene - ma non che la cantassero tutti i giorni - a un Thill e un Gedda, tenori peraltro ben diversi tra di loro).

Cassandra pure viene di solito affidata a una cantante wagneriana: se è una come la Crespin, di origine e scuola francese, va benissimo; se si tratta di una specie di ‘Falcon' quale l'Antonacci, anche: purtroppo Elisabete Matos, una brava cantante di acuto sicuro ma metallico e gravi sempre più forzati (il suo repertorio sta diventando davvero pensante) arrivava alla fine quasi sfinita. Indubbiamente la più idonea per il suo ruolo era la Didone di Daniela Barcellona, benchè le mancasse aristocrazia di presenza (non tutta colpa sua, conciata com'era e appesa più di una volta fra cielo e terra) ma anche di fraseggio: l'aria iniziale e quella finale erano i suoi momenti più compiuti. Si sa, la compagnia di canto è enorme, e se da un lato il canto italiano di Gabriele Viviani non rendeva a Corebo tutto quanto aspetterebbe al personaggio, l'Anna gutturale e sorda nei centri di Zlata Bulicheva, un esempio un po'caricaturale di canto ‘russo' (la voce è importante) e l'unica cui si può rimproverare un'interpretazione scenica sopra le righe non era una risposta certo più soddisfacente. Così come non lo era la voce piuttosto opaca del peraltro bravo Hylas di Dmitri Boropaev ma sì invice l'Ascanio del soprano Oksana Shilova. Se Eric Cutler continua a cantare bene il suo Iopas, la voce non è più così bella e il fiato gli giocava un brutto scherzo nella bell'aria (mica sarà stata colpa del microfono da crooner che teneva in mano). Stephen Milling cercava di piegare i suoi enormi mezzi al canto più insinuante e legato di Narbal, cosa che gli riusciva nel suo grande arioso, ma quando toccava un grave o un acuto qua e là li sparava alla ‘Hagen' per intenderci. Corretti Giorgio Giuseppini (Panteo) e Askar Abdrazakov (Priamo) e molto interessante Yuri Vorobiov (ombra di Ettore e prima sentinella). Tanti nomi russi dicono chiaro che si tratta di una coproduzione tra il Mariinski, Valencia, ma anche il teatro Wielki di Varsavia. Ottima la prestazione del coro della Generalitat Valenciana, ottimamente preparato da Francesc Perales.

E arriviamo alla messinscena. La Fura dels Baus si è fatta un nome, non solo con il Ring appena finito tra Valencia e Firenze. Tutto l'aspetto tecnico era semplicemente meraviglioso. Se una regìa però - e in un tempo di crisi forse si dovrebbe pensare a non spendere così allegramente mezzi e maestranze - deve ‘rendere' il senso di un'opera, il risultato è molto meno allettante, in particolare per la seconda parte e quindi si capisce che una parte del pubblico abbia - in modo alquanto inaspettato - protestato alla fine dello spettacolo. O non ci sono veri e propri personaggi, perchè i registi si lasciano trascinare dal discorso ecologista o dall'ossessione per trovare nel - favoloso come realizzazione- cavallo di Troia l'origine dei virus informatici che distruggono una civiltà - o si sbaglia clamorosamente presentando una Cassandra vecchia e invalida che diventa nella scena della morte una novella Giovanna d'Arco (e allora che senso ha tutta la lunga e bella scena con Corebo?). Le due veline che cercano di ‘consolare' Enea durante la sua aria risultano fuorvianti ed irritanti (non pare che ci sia allusione alcuna a eventi contemporanei).I costumi sono piuttosto bruttini e magari si può anche accettare che l'agognata Italia di virgiliana memoria che tant'importanza ha nel testo diventi invece la galassia - soprattutto Marte, sembra - con i troiani (Mercurio compreso) puntualmente in costume di astronauti, ma… A meno che non si tratti di un'ironia oltremodo fine, che potrebbe anche capirsi….

Jorge Binaghi

3/11/2009

Le foto del servizio sono di Tato Baeza/Palau de les Arts Reina Sofia.