| Il gabbiano
di Anton Cechov
per lo Stabile di Catania
Assieme a Zio Vania, Il giardino dei ciliegi e Tre sorelle, Il gabbiano fa parte di quella sublime tetralogia teatrale che Anton Pavlovic Cechov ci ha lasciato e dove si evidenziano i tratti essenziali, peculiari e caratteristici della sua concezione drammaturgica, cioè la puntuale ricostruzione d'atmosfere più che di vicende, l'attenzione quasi maniacale per il dettaglio psicologico, l'attitudine rassegnata e dolorosa di fronte al destino ineluttabile ed alla morte. Inoltre i suoi drammi hanno l'indubbio merito di esasperare l'intrinseca staticità del teatro realista russo dell'epoca e nello stesso tempo anticipare alcuni motivi fondamentali della moderna drammaturgia, quale per esempio l'attesa di qualcosa mai nominato ma incombente, quasi presagio di scelte fatali comunque inutili e fallimentari perché sempre inerenti all'esistenza umana.
La commedia in prosa in quattro atti Il gabbiano venne ultimata da Cechov nel 1895, rappresentata al teatro Aleksandrinskij di San Pietroburgo il 17 ottobre 1896 e pubblicata infine nel 1897. In essa vengono messi in campo i conflitti generazionali non solo fra genitori e figli ma anche fra anziani artisti affermati e giovani artisti emergenti, in una micidiale dialettica nella quale vengono coinvolti anche sentimenti di amore-odio, simpatia-antipatia, rifiuto-emulazione. A rendere più dolorosi e laceranti i contrasti contribuiranno anche gli allontanamenti ed i dinieghi amorosi. Così il giovane artista Treplev è infastidito dall'amore che prova per lui Masa e nello stesso tempo ama perdutamente Nina che a sua volta insegue i suoi sogni artistici e s'invaghisce di Trigorin.

La regia molto oculata di Marco Bernardi ha saputo cogliere i tratti salienti dell'opera e metterli in rilievo, avvalendosi anche della fluida e moderna traduzione realizzata con mano lieve ed estremo buon gusto da Fausto Malcovati. Le incisive e significative scene di Gisbert Jaekel, i semplici ma adeguati costumi di Roberto Banci, le soffici e morbide luci di Lorenzo Carlucci e per finire l'inquietante ambientazione sonora di Franco Maurina, sono riusciti a creare una vera e propria sinergia positiva di forze che hanno determinato la riuscita piena ed assoluta della messa in scena.
Di notevole spessore l'interpretazione di Patrizia Milana (Irina Akradina) la quale ha saputo cogliere i tratti psicologici profondi di un artista un tempo celebre e oramai giunta sulla soglia del declino fisico e professionale. In perfetto ruolo anche l'eccellente Carlo Simoni (Sorin) il mite fratello della matura attrice che si sforza di perorare la causa del giovane nipote, oppresso dal carattere egocentrico e narcisistico della madre. Maurizio Donadoni (Trigorin) ha offerto un'immagine quanto mai precisa e psicologicamente esatta dell'intellettuale russo dell'epoca, con tutte le sue eccentriche, affascinanti suggestioni. Molto versatile nell'interpretazione del personaggio di Nina Zarecnaja è stata Gaia Insegna, riuscendo a mettere in campo una forte presenza scenica ed una recitazione assolutamente accorata e dilacerata. Delicata, soffusa e satura di pathos ci è parsa la prova resa dal versatile Massimo Nicolini (Treplev), il giovane artista pieno di slanci e illusioni che non riuscendo a vivere fino in fondo le contraddizioni e le sconfitte riservategli dal mondo reale, perduto l'amore di Nina, distruggerà tutti i suoi scritti e porrà fine alla sua vita con il suicidio.
Giovanni Pasqualino
28/2/2010
|