RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Linda di Chamounix

al Teatro Sociale di Bergamo

Abituati ai drammoni romantici (pensiamo alle Lucrezie o alle Elisabette e alle altre eroine che hanno calcato di recente i palchi orobici) o alle opere davvero brillanti e divertenti (come il Don Gregorio di un paio d'anni fa o il sempre gradevolissimo Elisir d'Amore), gli spettatori convenuti al Teatro Sociale per l'apertura del festival donizettiano di quest'anno non possono che essere rimasti un po' perplessi davanti alla Linda di Chamounix . Niente dramma, ma tante lacrime. Niente divertimento, ma lieto fine. Niente arie importanti da opera romantica, ma tante canzoni con strofe rimate, per un impressione generale di grande semplicità, con modelli estetici che richiamano una moralità popolare solida e rassicurante. Un perfetto esempio di pièce à sauvetage, nel quale la rappresentazione didascalica dei personaggi impedisce di lasciare spazio a primedonne ed eroi, ma impone una coralità d'azione dove ogni attore può e deve dire la sua.

Linda è una storia popolare ambientata tra la Savoia e Parigi, tra campagna e città, dove i passaggi drammaturgici più crudi sono lasciati all'immaginazione dello spettatore, nella speranza che gli difetti: la fanciulla è e deve restare innocente fino al coronamento del suo sogno d'amore (anche se il ratto c'è, ma il padre non pensa a una reazione vendicativa come quella che avrà Rigoletto, bensì è più propenso a maledire la figlia stessa), l'adescatore cattivo tanto cattivo poi non è, tanto è vero che la parte è affidata a un buffo; la povertà, il bisogno, la fame, l'emigrazione, non come dramma che umiliava chi lo viveva ma come circostanza fondante le società rurali, senza altre (apparenti) conseguenze. Il denaro come qualcosa da cui tenersi prudentemente distaccati, ma non fino al punto di disprezzarlo quando viene offerto quale pegno o prezzo d'amore: tempo una decina d'anni si parlerà di mantenute e verso la fine del secolo di meravigliose o di gheishe, attività rispetto alla quale l'ultima interessata – Butterfly – dichiarerà apertamente: “ Non lo nascondo, nè mi adonto [...] Cose del mondo! ”. A Parigi, però, la nostra Linda si mostrerà quale innocente colomba adescata dal concupiscente Marchese di Boisfleury, che impazzirà davanti all'intricata serie di equivoci che – in effetti – avrebbe messo a dura prova anche menti meno emotivamente coinvolte.

Donizetti, vuoi per la sua incontenibile esuberanza creativa, vuoi per la consapevolezza di consumato maestro, che ben conosceva i gusti raffinati del pubblico viennese al quale la prima Linda era destinata, arricchisce un'opera che in mano ad altri sarebbe divenuto probabilmente un trascurabile esempio di sceneggiata larmoyant, di un'orchestrazione complessa e impegnativa, con ruolo di rilievo anche per l'orchestra sola, e di parti canore di notevole impegno, che richiedono una compagnia niente affatto comune.

Vivente Donizetti, non tanto alla prima viennese, quanto alla ripresa parigina, la compagnia era davvero di gran lusso: niente meno che Fanny Tacchinardi Persiani nel ruolo della protagonista, per la quale la partitura fu arricchita di quella deliziosa “ Oh luce di quest'anima ” fin da allora autonoma rispetto all'opera, Marietta Brambilla, Mario, Tamburini e Lablache (ma questo cast all star non impedì ai francesi di arricciare il naso, a differenza dei viennesi che portarono Donizetti in trionfo).

Per quest'opera poco rappresentata e non amatissima dal pubblico, è stato riaperto il Teatro Sociale, restituito agli spettacoli lirici dopo un lunghissimo periodo di oblio. Il Teatro Sociale, come spiega Paolo Fabbri nell'estratto posto a saggio nel programma di sala, si contrappone al Teatro Donizetti come la Città Alta alla Città Bassa, i nobili ai plebei, la gente di città alla gente di campagna. Emozionante e unico assistere a uno spettacolo in un teatro il cui restauro è ancora da completare, senza volta sul soffitto e con travi e argani in bella vista. Questo, per la verità, ha un po' inciso sulla qualità del suono, appiattendo un po' l'acustica. Nondimeno, il fascino di partecipare ad un progetto in divenire ha sicuramente ripagato l'apparenza un po' spoglia e “cantierata” dell'insieme.

Qualche appunto va mosso invece all'esecuzione in forma semi scenica, scelta evidentemente dettata da ragioni di bilancio (alle quali tocca sottostare, essendo ormai mal comune delle produzioni italiane, con prospettive scarsamente incoraggianti) e, dichiaratamente, dalla scarsa profondità del palcoscenico (ma non ci sembra che questo sia un problema insormontabile). I pochi elementi appesi o posti al centro della scena sono apparsi più ingombranti che costitutivi dei diversi ambienti in cui la vicenda si snoda, anche se il regista ha saputo ben rendere con una simbologia semplice ma efficace le varie situazioni (bello lo squarcio del “soffitto” sulla maledizione di Antonio “ Va', sciagurata, soffri la pena della tua colpa ”). Certamente l'esecuzione in forma di concerto è di più difficile fruizione e fa perdere, inevitabilmente, la componente scenica propria del teatro d'opera, ma non lascia quell'impressione di “vorrei, ma non posso”. Nondimeno, ci sembra di poter dire che la forma semiscenica finisce quasi sempre con l'essere una scelta di ripiego che non può che rivelarsi infelice, nonostante le grandi capacità di un consumato maestro di palcoscenico qual è Roberto Recchia.

Come abbiamo detto, Linda non è un'opera di primedonne con corteo di comprimari, ma lavoro che richiede una buona squadra il più possibile equilibrata e tale ci è parso il cast diretto dal maestro Vito Clemente (che ha forse qua e là un tantino troppo accelerato i ritmi), anche se la Linda di Majella Cullagh e il Pierotto di Chiara Chialli, artista dal bellissimo colore vocale e dalla spiccata personalità che auspichiamo voglia proseguire sulla linea di questi ruoli en travesti dell'opera ottocentesca che ben le si attagliano, non potevano non emergere per qualità vocali e interpretative rispetto agli altri. La Cullagh in particolare, che in molti avranno sentito nelle incisioni di Opera Rara (Il diluvio universale, Pia de' Tolomei), si è confermata una valida interprete donizettiana, con la lodevolissima dote di riuscire del tutto naturalmente a non sovrastare gli altri cantanti pur se dotata di una parte oggettivamente di primo piano. L'adesione perfetta ad un modello di primus inter pares qual è il ruolo di Linda, che è sì protagonista ma non primadonna assoluta, permette di apprezzarne le qualità senza tuttavia restarne abbagliati.

Validi comunque e, ribadiamo, ben amalgamati in questa opera “di squadra”, tutti gli altri interpreti, dall'Antonio di Giuseppe Altomare al Marchese di Maurizio Leoni (artista ultra-eclettico il cui repertorio passa da Paisiello a Dallapiccola, con ampie soste rossiniane e donizettiane senza soluzione di continuità e riscuotendo ovunque meritati elogi) al Carlo di Roberto Iuliano (forse un po' troppo spinto, specie nella cavatina Da quel dì che t'incontrai), al Prefetto di Simone Del Savio (che in Quella pietà sì provvida è stato davvero superlativo).

Calato il sipario a tarda notte (decisamente troppo tarda!) ci sentiamo di far nostre le parole di Walter Bettinelli, riportate nel gradevole dossier di Piera Ravasio in programma di sala: “entusiasta il pubblico che ha applaudito con ardore i protagonisti, tutti allestitori di un simpatico spettacolo”.

Chiara Plazzi

30/9/2009