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Varsavia, Festival internazionale Chopin e la sua Europa 2010

Uno sguardo da Oriente

Varsavia è una città che celebra i suoi miti. Non solo nell'occorrenza del bicentenario della nascita, che quest'anno viene festeggiato in tutto il mondo, Fryderyk Chopin costituisce uno dei pilastri dell'identità nazionale, di un idem sentire faticosamente costruito al prezzo di lotte e rimpianti, faticose conquiste e dolorose rinunce, di un mal de vivre, tipicamente ottocentesco, che nella musica del compositore nazionale vibra con appassionata evidenza. A lui, quindi, sono state dedicate iniziative di vario genere: da un itinerario di panchine, pronte a diffondere nello spazio circostante musiche chopiniane – da scaricare sull'ultima generazione di cellulari – sino ai pianoforti, gentilmente messi a disposizione di giovani talenti, desiderosi di cimentarsi in un'indimenticabile Chopin's experience. Con fondi europei, ancora, è stato inaugurato il Museo Chopin, nella prestigiosa dimora di Palazzo Ostrogski: una sede potenzialmente avara di documenti autentici – una carenza prevedibile per un musicista che abbandonò l'amata Polonia neppure ventenne – ma rigurgitante di informazioni, riproduzioni e, soprattutto, isole multimediali interattive, capaci di restituire un avvincente spaccato della cultura musicale europea della prima metà dell'Ottocento. Concorsi, concerti e pubblicazioni – tra cui la prima registrazione integrale su strumenti d'epoca – si avvalgono della consulenza scientifica dell'Istituto Nazionale Fryderyk Chopin, straordinariamente attivo nella revisione critica di un autore fin troppo noto, eppure ancora da tutto scoprire.

La dimostrazione forse più evidente è venuta dal festival estivo, Chopin e la sua Europa, organizzato durante tutto il mese di agosto. Una carrellata dei più prestigiosi pianisti della scena internazionale – Evgenij Koroliov, Philippe Giusiano, Jon Nakamatsu, Arcadi Volodos, Andreas Staier, Nikolaij Luganskij, Michel Dalberto, Fou Ts'ong, Lilya Zilberstein, Olli Mustonen, Mihaela Ursuleasa, Pietro De Maria, Alexander Lonquich, Maria João Pires, Christian Zacharias, Menahem Pressler, Martha Argerich e Nelson Freire, tra gli altri – non esauriva le potenzialità di una rassegna aperta alle contaminazioni – dal jazz al flamenco – come all'esplorazione delle relazioni privilegiate di Chopin con i musicisti coevi – su tutti Bellini, presente con la prima esecuzione polacca di una Norma su strumenti d'epoca, proposta dall'Europa Galante diretta da Fabio Biondi. Tra i recital, un posto di spicco era riservato a Denis Leonidovic Matsuev, trentacinquenne pianista russo, vincitore dell'ambitissimo Concorso Cajkovskij di Mosca già nel 1998, ribattezzato come ‘il nuovo Horovitz' per il talento eclettico, oltre che per la straordinaria, virtuosistica tecnica esecutiva. Nella calda, avvolgente atmosfera della Filarmonica – un palazzone di austera impronta sovietica, controllato da schiere di zelanti maschere ed inutili guardarobiere – Matsuev è stato applaudito da un pubblico assai competente quanto composito, in cui l'abbigliamento casual affiancava l'abito da sera.

Denis Matsuev

Singolare nell'impaginazione, il programma di Matsuev progressivamente rivelava scelte attentamente ponderate. A lasciare inizialmente perplessi, infatti, era l'intero primo tempo, occupato dalle Stagioni, op. 37, di Cajkovskij: un componimento articolato nei dodici numeri – corrispondenti ai mesi – in cui era stato pubblicato come feuilleton del ‘Novellist', in un periodo particolarmente fervido per il compositore russo, il 1876. È un tipico esempio di Salonmusik – la Barcarola associata al mese di giugno è entrata stabilmente a far parte dello zuccheroso repertorio delle signorine di buona famiglia – gradevole nell'insieme, ma privo di grande interesse, se ascoltato integralmente. Per Matsuev è stato, evidentemente, banco di prova nella caratterizzazione del pezzo breve, di un bozzettismo confinato alla dimensione minima, ma non inconsistente, della pagina d'album.

L'intento era – ma lo si è compreso immediatamente dopo – di far comprendere quanto questo repertorio discenda per li rami dal pezzo caratteristico d'impronta chopiniana, da quell'attenzione alla forma breve destinata a trionfare nella letteratura pianistica fin de siècle . Ma certo era ben altra la densità e l'intensità di scrittura delle due pagine del musicista polacco, presentate quale doveroso omaggio al centro del programma: dapprima con lo Scherzo in si minore, op. 20, in cui prevalevano i toni contrastanti delle sezioni esterne, contrapposte al mood rarefatto della parte centrale; quindi con la Quarta Ballata in sol minore, op. 52. Che, se da una parte è stato il trionfo del pianismo di scuola russa, vigoroso negli accenti come nell'approccio appassionato, dall'altro ha messo in luce – e qui la filiazione cajkovskijana ha assunto maggior spessore – il talento narrativo del pianista. Del corpus delle Ballate chopiniane, questa è forse quella che richiede le maggiori cure nell'attardarsi su un discorso che improvvisamente s'infiamma, ma che deve immediatamente ritrovare la dimensione intima, raccolta, a tratti quasi sussurrata del racconto. La tastiera di Matsuev colpisce per la straordinaria ricchezza di colori, il nostalgico abbandono con cui intona le melodie, pronte ad arricchirsi di fioriture sgranate come un'inarrestabile caduta di perle. La tecnica, prodigiosa, brilla nel finale con fuoco, in cui l'impeto dinamico diventa animatissima, pirotecnica esplosione sonora, fiammeggiante epilogo del componimento.

Ultimo brano in programma la scoscesa, impressionante Settima Sonata in si bemolle maggiore, op. 83, di Sergej Prokof'ev. Opera della maturità del compositore sovietico, è forse uno degli ultimi, nostalgici omaggi della produzione russa alla musa chopiniana. E tutto questo emerge con cura del dettaglio, ma anche con partecipata visione dell'insieme, nell'interpretazione di Matsuev: pronto ad enucleare – nella cantilena centrale del primo movimento, Allegro inquieto, ma soprattutto nell'Andante caloroso centrale – uno chopinismo cromaticamente forbito, intriso di quegli umori novecenteschi che esplodono nel toccatismo martellante, drammaticamente contrastato, del Precipitato conclusivo. Con questa pagina si concludeva il programma ufficiale del concerto, uno sguardo da Oriente – e segnatamente dalla Russia – tra fine Ottocento e primo Novecento alla ricezione della poetica chopiniana. Ma l'entusiasmo del pubblico, esploso in autentiche, generose standing ovation all'indirizzo del pianista russo, ha dato il via ad un singolare happening, utilizzato da Matsuev per mettere in luce le molte frecce del suo arco: sei bis – con variazioni da Rossini a Grieg, fino ad un'improvvisazione jazz – hanno concluso un itinerario siglato da un luminoso bouquet di girasoli, fiore prediletto delle campagne polacche.

Ma Varsavia celebra anche i suoi riti. Tra questi, da oltre un cinquantennio, sono imperdibili i concerti che si svolgono la domenica, nella splendida cornice del Parco Reale Lazienki, all'ombra del Monumento a Chopin. Inaugurata nel 1926, si tratta di un'imponente scultura, di stile secessionista, dovuta all'ispirazione di Waclaw Szymanowski: Chopin, immortalato di profilo, sembra ascoltare i suoni della natia Mazovia all'ombra di un salice agitato dal vento. Oggi – tra gli altri – è diventato un simbolo della resistenza polacca: demolito dai nazisti subito dopo l'invasione, l'ultimo giorno di maggio del 1940, fu immediatamente ricostruito alla fine della guerra e ricollocato nella posizione originaria, in cima ad un delizioso specchio d'acqua, già nel 1948. Ed è lì che, ogni domenica, un migliaio di spettatori, rapiti in religioso silenzio, si danno convegno per ascoltare alcuni celeberrimi hits del catalogo chopiniano. La penultima domenica di agosto si è esibita Maria Szraiber, docente dell'Accademia Chopin di Varsavia, tra le più accreditate interpreti della tradizione pianistica polacca. La scelta dei brani è d'impronta decisamente più popolare, l'interpretazione più corriva, pronta ad indulgere ad un rubato che insensibilmente si espande fino a toccare le corde del patetismo. Ma, forse, Chopin è anche questo: il suo sguardo imperturbabile, capace di valicare la fitta vegetazione del parco di Varsavia, sembra pronto ad affrontare nuove sfide, ben oltre i confini del bicentenario.

Giuseppe Montemagno

3/9/2010