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Follia della femminilità e femminilità della follia

Le cicale mi hanno reso pazza

con Guia Jelo

La breve ma interessante rassegna Nuovi Percorsi ospitata dal teatro Brancati di Catania, si è conclusa il 22 novembre con lo spettacolo Le cicale mi hanno reso pazza, interpretato da Guia Jelo per la regia di Lamberto Puggelli.

Imbastita apparentemente come un classico One woman's show, la pièce, costituita da testi e frammenti di vari autori, da Shakespeare a Wilde, da Pirandello ad Aurelio Grimaldi (Le Buttane) sino a Dante, si è aperta con una magistrale interazione di Guia Jelo col pubblico, proseguita poi nel corso dello spettacolo, dove l'attrice ha dato prova di un'estrema capacità di recitare a soggetto, che ha coinvolto calorosamente il pubblico, pur tra alcuni imbarazzi maliziosi dettati forse soltanto da un'eccessiva vicinanza delle gentili consorti dei distinti ed attempati signori presi di mira dalla Jelo.

Il titolo si spiega agevolmente, come del resto ha spiegato la stessa protagonista, per chi conosca Acitrezza, con le innumerevoli cicale dall'assordante frinire che popolano la vegetazione del paesino, e in particolare lo storico Lido dei Ciclopi: un frinire intenso che l'immota calura estiva dilata a dismisura, facendolo riecheggiare nel cervello come una corda pazza di pirandelliana memoria.

Attrice intensa e ostensiva, Guia Jelo ha incatenato il pubblico per ben due ore, reggendo senza cedimenti un tempo lunghissimo per questo genere di spettacolo; ottima la scelta ma soprattutto la sequenza dei testi, che consentiva di lasciar emergere quella che è certamente la dote più interessante dell'attrice, e cioè la sua fulminea e perfetta capacità di cambiare registro, mutando all'istante personaggio e recitazione senza tirarsi dietro quello precedente.

Dotata di una dizione eccellente, chiara e ben udibile anche a ritmi velocissimi, la Jelo ha dato il meglio di sé nell'interpretazione della buttane di Aurelio Grimaldi dove, al di là delle gustose provocazioni al pubblico, ha fatto emergere una sua vocazione al grottesco che le ha permesso di incarnare con estrema pregnanza espressiva quattro tipi di prostitute: la compiacente e soddisfatta di sé, l'intellettuale, la rassegnata-schifata e la blasfema.

Momenti di eccelsa espressività sono stati anche gli ultimi, con un doloroso monologo di una suora innamorata di una ragazzina, che scende inesorabilmente nel baratro di una buia e sconsolata follia, e col finale dedicato a Dante, rivisitato in dialetto, del quale la Jelo ha recitato alcune terzine del canto di Taide.

Belli e caleidoscopici i costumi e le scene di Giovanna Giorgianni, insieme alle musiche interpretate al pianoforte e alla fisarmonica dal disinvolto Francesco Calì, anche lui vittima acquiescente dei burleschi strali della Jelo.

Giuliana Cutore

26/11/2010