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«Oh! la surprenante aventure!»
Tempo d'estate, tempo di bilanci: della stagione appena conclusa, ma anche forse più opportunamente di quella ormai alle porte. Ed è in questa prospettiva che desideriamo intrattenere i nostri dieci lettori estivi: riaprire sipari appena chiusi può aiutare, in alcuni casi, a capire quali venti soffieranno, in Italia come all'estero, sulle scene liriche. Sui palcoscenici francesi, ad esempio, già si scaldano i motori in vista del 2012, anno in cui sarà celebrato il bicentenario della morte di Jules Massenet, voce tra le più autorevoli dei mutamenti culturali e delle tendenze estetiche del melodramma della Terza Repubblica. Ad aprire ufficialmente i festeggiamenti, anticipando tutte le altre istituzioni musicali parigine, è stata l'Opéra Comique, che nel suo cartellone appena concluso una successione di delizie per autentici gourmets ha inserito Cendrillon, titolo di rara esecuzione del catalogo di Massenet. La scelta, peraltro, era tutt'altro che casuale, perché l'opera, ispirata al celeberrimo conte di Perrault, aveva debuttato nella medesima sala il 24 maggio del 1899. Si era trattato, in quell'occasione, di un avvenimento, e non soltanto per la presenza in sala di Émile Loubet, il Presidente della Repubblica appena eletto. Distrutta da un devastante incendio nel 1887, la sala era stata interamente ricostruita su progetto di Louis Bernier, la terza a portare il nome di Opéra Comique: trionfalmente inaugurata il 7 dicembre 1898, era diventato il teatro con l'attrezzatura più avanzata disponibile sulle scene parigine. Albert Carré, che ne aveva assunto la direzione e che firmava gli allestimenti degli spettacoli, si era infatti premurato di utilizzare al meglio l'impianto di illuminazione elettrica del palcoscenico, in maniera da restituire all'opera di Massenet quel suo connotato di féerie, che tanto doveva impressionare il pubblico dell'epoca. Nell'arengo teatrale della capitale, l'Opéra Comique a cavaliere tra Otto e Novecento si era imposta così come la scena privilegiata di quel repertorio ad un tempo «aimable et léger» di cui era considerato tempio musicale per eccellenza.
Assistere, oggi, ad una rappresentazione di Cendrillon è come affondare entrambe le mani in un barattolo di confettura e consumarla avidamente: il rischio di una rapida impennata del tasso glicemico è molto elevato. Si tratta, infatti, di un Massenet della più bell'acqua, sortito indenne dalle esperienze veriste de La Navarraise e Sapho, pronto a riconquistare la miglior vena melodica, il gusto sapido del pastiche settecentesco, la preziosa citazione shakespeariana di un amore vissuto dapprima nella dimensione onirica, quindi in una realtà ironicamente rivisitata. Qui la sapida penna di Henri Cain ricava, direttamente da Perrault, un conte de fées in cui trionfa l'eclettismo: alla delicata figuretta di una Cendrillon preraffaellita immaginata per Julia Guiraudon, futura moglie del librettista corrisponde un Prince Charmant scritto per la voce femminile di un mezzosoprano en travesti, un Cherubino solitario e ipocondriaco, un adolescente androgino secondo una prospettiva che dal primo Ottocento italiano approderà all'Octavian del Rosenkavalier straussiano; e infine, per legare questi elementi eterogenei, il fascino del meraviglioso, legato alle volute liberty della Fata Madrina, finemente smerigliate dagli arabeschi di un soprano di coloratura.
E tuttavia, non è solo questo Cendrillon, perché almeno altri due elementi giustificano l'iniziativa dell'Opéra Comique. Da un lato, infatti, l'inarrestabile metamorfosi di atmosfere e la contaminazione di generi, perfettamente controllate dal compositore, gli suggerirono di approfondire l'aspetto fiabesco della storia, grazie alle nuove dotazioni luministiche del teatro. Così, le apparizioni della Fata, fino alla Danse silencieuse des gouttes de rosée (la Danza silenziosa delle gocce di rugiada) sembrano filtrate non solo attraverso il gusto art nouveau delle trasparenze dei cristalli di Lalique; ma soprattutto alla luce degli spettacoli di Loïe Fuller, che dalle Folies-Bergère stavano conquistando le platee parigine grazie alla sapiente, irresistibile miscela di danza, luci e colori. Non a caso Albert Carré, direttore dell'Opéra Comique ai tempi della creazione dell'opera e primo metteur en scène dello spettacolo, fece firmare le coreografie originali a Madame Mariquita, coreografa en titre proprio delle Folies-Bergère. Ma, d'altro canto, non si può non restare folgorati all'ascolto del secondo quadro del terzo atto, con i due innamorati che per vie separate si recano alla grande quercia magica, luogo dei misteriosi incontri con la Fata, pronti ad appendere ai rami dell'albero un cuore «pur et sanglant», puro e sanguinante, mortalmente ferito dall'amore. È una scena d'impalpabile, aerea levità pre-debussiana, che lascia presagire quanto l'incontro alla fontana di Pelléas e Mélisande sia ormai imminente.
 Per restituire la complessità di un'opera simile l'Opéra Comique, come di consueto, non ha lesinato sforzi, garantendo ad un pubblico numeroso ed entusiasta una produzione destinata a rimanere negli annali del teatro. In primo luogo perché lo spettacolo è stato affidato alle mani esperte e competenti di Benjamin Lazar, una tra le più interessanti firme registiche del panorama francese, impostosi con l'allestimento di alcune opere barocche, Il Sant'Alessio di Landi, nel 2007, e soprattutto Cadmus et Hermione di Lully, nel 2008. Uno studio approfondito della realtà culturale e teatrale francese fin de siècle gli ha permesso di evidenziare alcuni aspetti essenziali per comprendere Cendrillon, a cominciare dall'avvento del cinema proprio nel 1899 Georges Méliès firma una Cendrillon che supera i cento metri di pellicola e dalla diffusione dell'elettricità in occasione dell'Esposizione Universale del 1900 sarebbe stato inaugurato il Palais de l'Électricité. Non è un caso, allora, se la protagonista della fiaba massenetiana si chiama Lucette, piccola luce nel grigiore del focolare domestico. Ed ecco allora che il funzionale impianto scenico di Adeline Caron lo scheletro di una casa con una scalinata a tenaglia passa d'improvviso da un bianco e nero cinematografico all'autentica luminaria di mille, minuscole fiammelle, quasi ad evocare lo stupore suscitato negli spettatori dell'epoca. La lanterna magica nella quale siamo immersi seduce così grazie ai rutilanti, fantasiosi, ipertrofici costumi di Alain Blanchot, agli effetti speciali e alle imprevedibili, fantasmagoriche creazioni che accompagnano le apparizioni della Fata Madrina e dei suoi spiriti. Di volta in volta serie o divertenti, le essenziali coreografie, firmate dai Cécile Roussat e Julien Lubeck, mancano invece di un disegno unitario. Nel complesso, tuttavia, è uno spettacolo di rara eleganza e di sorgiva, intensa poesia, capace di valorizzare le risorse di un teatro dalle dimensioni notoriamente ridotte.
Condizione, questa, sulla quale ha costruito la sua concertazione Marc Minkowski, alla guida delle compagini orchestrale e corale dei Musiciens du Louvre di Grenoble. Dalla produzione barocca, di cui è stato per anni incontrastato, irrinunciabile protagonista, Minkowski è adesso transitato, con pari disinvoltura, al repertorio ottocentesco (l'anno prossimo è annunciato addirittura un Trovatore a Bruxelles!). Senza essere folgorante, dirige con impeccabile aplomb una compagine vocale corretta, attento ad evidenziare le curve melodiche di un fraseggio che ormai valica i limiti della quadratura musicale per assecondare l'espressività della frase. Tempi ed agogica mantengono una nettezza ed una schiettezza che conferisce alla partitura slancio ed eleganza, languore e brillantezza, quell'inafferrabile miscela di sentimenti ed atmosfere, cioè, che definiscono la scrittura massenetiana. Accuratamente selezionato, l'intero cast perfettamente si adegua e si inserisce in un lavoro di équipe che garantisce la riuscita dello spettacolo. Così per la Cendrillon di Judith Gauthier, voce ad un tempo polposa e screziata quanto emotivamente partecipe; così per il Prince Charmant di una Michèle Losier dal retrogusto sapidamente fruttato, capace di sottolineare quanto la lirica sortita del personaggio la bellissima aria del secondo atto Cur sans amour, printemps sans roses! sia felicemente influenzata dalle iridescenze della mélodie francese di fine secolo; così per Laurent Alvaro, unico significativo ruolo maschile dell'opera, sensibile quanto austero nelle vesti di Pandolfe, padre della protagonista. Ma è nello scoppiettante terzetto femminile buffo la matrigna, Madame de la Haltière, e le due sorellastre, Noémie e Dorothée che Ewa Podles, Aurélia Legay e Salomé Haller fanno faville: autentici fuochi d'artificio che illuminano d'ironia contagiosa e irriverente un universo tutto al femminile.
A dicembre prossimo, al Théâtre de la Monnaie di Bruxelles, una nuova produzione di Cendrillon, firmata dall'estroso talento di Laurent Pelly, permetterà di ritornare a considerare l'opera: da non perdere perché, in quest'occasione, due cast si alterneranno per proporre le due versioni autorizzate da Massenet, quella originale per soprano e mezzosoprano come nell'esecuzione proposta all'Opéra Comique e quella successiva per mezzosoprano e tenore, elaborata per rispondere ad esigenze di maggior realismo. Due intonazioni possibili tra i mille c'era una volta di una storia che continuamente rinasce dalle sue ceneri.
Giuseppe Montemagno
22/8/2011
Le foto del servizio sono di Elisabeth Carecchio.
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