RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

 

Bentornato, James!

Dopo il concerto di apertura, con la Prima e la Terza Sinfonia di Johannes Brahms, James Conlon, Direttore Principale dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai (OSN), torna sul podio per completare l'integrale con la Seconda e la Quarta: questo il programma del diciottesimo concerto della stagione, il 18 e 19 aprile 2018, dall'auditorium Arturo Toscanini di Torino.

Due sinfonie diverse, se non proprio opposte, ma che provengono, si sente, dalla stessa mano, quella di un compositore che nella solidità della musica strumentale tedesca trova il terreno fertile non sono per arrivare a concludere, in certo modo, un percorso evolutivo durato due secoli, ma a metterlo in crisi e ad aprire così la via a nuove soluzioni espressive che fanno dell'instabilità il loro elemento portante. E per quanto Brahms non sopportasse Bruckner e Wagner, possiamo essere grati proprio a Brahms se il sistema tonale classico è riuscito a sbloccarsi e a proseguire nella sua evoluzione.

A dispetto della Prima, Op.68, la cui fatica compositiva, piena di ripensamenti, idealmente opposizione e insieme prosecuzione del corpus sinfonico beethoveniano, era durata due anni (contando solo la fase finale, attiva, di composizione e trascurando la fase di raccolta di temi e appunti!), la Sinfonia n°2 in re maggiore Op.73 fu completata in un tempo singolarmente breve per Brahms: un'estate appena, quella del 1877 (lo stesso anno in cui Cajkovskij componeva la sua Quarta, per intenderci), nel disteso scenario di Pörtschach, in Carinzia, ma sufficiente per scrivere di getto una composizione sicuramente meno impegnata sul profilo contenutistico, non per questo meno godibile e non per questo “facile”: a definirla sinfonia “viennese”, “mozartiana” per la sua leggerezza, o addirittura “la Pastorale di Brahms, come è stata chiamata, ce ne passa: tra le pieghe della partitura emerge la statura di un compositore che costitutivamente non riesce a comporre cose semplici, poco elaborate, e l'abilità consiste piuttosto nel mascherare tale complessità, anche dietro a una linea melodica, come quella che emerge fugacemente nel primo movimento, strettamente imparentata con la Ninna nanna (Wiegenlied Op.49 n°4).

Sempre a un soggiorno estivo, anzi due, si deve la Sinfonia n°4 in mi minore Op.98: quelli del 1884-85 a Mürzzuschlag, in Stiria. Ancora più complessa, con una complessità ancora più nascosta, la Quarta è la vetta del sinfonismo brahmsiano, che coniuga abilmente il facile e il difficile, un tema di naturale orecchiabilità come quello introduttivo, nel primo movimento, semplice e lirico assieme, con una Passacaglia (sorta di tema e variazioni che affonda le radici nella danza popolare cinquecentesca) nel quarto, il cui tema, derivato dall'ultimo tempo della Cantata Nach dir, Herr, verlanget mich BWV 150 di Johann Sebastian Bach, compare non meno di trenta volte, senza che l'attenzione dell'ascoltatore vi venga mai indirizzata forzosamente. Musica “assoluta”, come è stata definita, che si autosostiene e si autogiustifica, non dovendosi appellare a titoli evocativi (alla stregua di Berlioz o Liszt, mossi da intenti artistici diversi) o a contesti extramusicali. A due anni dalla morte di Wagner, Brahms consegna alla Storia una sinfonia che, pur volendosi esimere da qualsiasi volo pindarico nel campo della novità-a-tutti-i-costi, pur volendosi ergere a modello “classico”, suggella questo genere non permettendo, nella sua granitica monumentalità, di poter andare oltre sulla sua stessa strada: si dovrà cambiare rotta, per proseguire. Sono infatti quelli gli anni del Titano di Mahler (le cui prime quattro note già facevano capolino nel finale della Seconda di Brahms…)

Alla testa dell'OSN, Conlon restituisce una lettura del programma che, nel suo complesso, delude le aspettative. E questo non è da lui. Prove frettolose, intesa non così stretta fra orchestra e direttore (latitante, si diceva, da inizio stagione), stanchezza di una delle due parti: indipendentemente dal motivo, l'esecuzione della Seconda e della Quarta di Brahms convergono verso un generale senso di con-fusione, nel senso letterale di ammasso di suoni indistinti, fusi tra loro, che non hanno fatto percepire, se non raramente, il fine intreccio di temi e di orchestrazione della scrittura brahmsiana. Parti di chiaro accompagnamento a un tema venivano eseguiti con un volume pari a quello del tema, e così via per buona parte dei momenti più complessi (e sono tanti) delle sinfonie. In conseguenza di ciò, i risultati migliori si sono ottenuti quando la scrittura orchestrale si faceva più snella per esigenze espressive, soprattutto nei movimenti intermedi, l'Adagio ma non troppo e l'Allegretto grazioso quasi andantino, secondo e quarto movimento dell'Op.73, e l'Andante moderato, secondo movimento dell'Op.98. La risposta del pubblico è stata, inaspettatamente, calorosissima, con sonori applausi e numerosi richiami sul palco. È passata l'idea di un Brahms “rockettaro”, che si esalta nel trarre dall'orchestra suoni roboanti per il puro gusto del volume sonoro? Mi auguro di no. All'orchestra, allargata al massimo contingente di archi normalmente utilizzato, sedici violini primi e otto contrabbassi, va il merito di aver sostenuto una serata di non facile esecuzione, considerata la densità dei 4+4 movimenti eseguiti, sebbene la sezione dei fiati, e dei legni in particolare, abbia difettato nella pulizia del suono, non limpido come si sarebbe voluto (con riferimento all'esecuzione di giovedì 19 aprile, ma, secondo indiscrezioni, anche a quella di mercoledì 18).

Christian Speranza

7/5/2018