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Ai gran soli carichi d'amore
«Questa musica è fatta di donna, spargiamo nell'aria il nostro profumo speziato, è questo che vuole don Antonio?» Tutt'altro che innocente, il quesito di Cecilia la giovanissima violinista protagonista di Stabat mater, il romanzo di Tiziano Scarpa vincitore del Premio Strega 2009 risuona quale eco stranita e straniata alle musiche di Antonio Vivaldi, don Antonio, appunto, quasi una premonizione alla drammaturgia allusiva e sfuggente de L'altro Casanova, la nuova coreografia di Gianluca Schiavoni presentata al Teatro alla Scala di Milano in prima esecuzione assoluta. Il Casanova in questione è altro' puramente e semplicemente perché è altra': è un libertino al femminile, è icona della seduzione, è immagine di una liberazione sessuale, quella vissuta dal gentil sesso, vagheggiata sin dal Settecento ma esplosa solo in epoca contemporanea. Per questa ragione, il coreografo romano, benché invitato a scrivere uno spettacolo a serata intera, opportunamente sfugge alle maglie del balletto narrativo; o meglio ne reinterpreta l'essenza stessa, in maniera «morbidamente allusiva», quale può efficacemente rintracciarsi in Mats Ek o in Wayne McGregor.
All'aprirsi del sipario, infatti, un maestoso, turgido velario scarlatto progressivamente rivela una sorta di monumentale orgia, un'onda di corpi languidamente trasportati dalle note di Vivaldi l'Andante dal Concerto in si bemolle maggiore per violino discordato, orchestre d'archi e basso continuo, RV 583 in un'atmosfera perversa ed enigmatica come quella celebrata da Stanley Kubrick nel suo testamento cinematografico, Eyes wide shut. Non sarà solo la Venezia barocca a fare da sfondo all'intreccio coreografico, bensì gli interrogativi esistenziali di una donna, Casanova, nei suoi intermittenti rapporti con Eros, suo alter ego maschile, immagine di un desiderio giovanile e scanzonato, avido di conquiste e prodigo di quelle mille seduzioni che stordiscono i sensi e muovono il mondo: forse l'universo intero, rappresentato da luminosi astri, gemme preziose dalla superficie specchiante e cangiante, molecole impazzite di quell'arcana reazione chimica che produce amore.
 Ma è argutamente equilibrato il soggetto che Schiavoni ha elaborato con Andrea Forte Calatti. Così, le relazioni pericolose settecentesche presto squadernano voragini affettive, inquietanti quesiti che assalgono la protagonista e la fanno precipitare in un incubo, nell'insondabile mistero di un buco nero, che le musiche di Petr Eben una Fantasia per organo solo efficacemente descrivono. Tra queste due dimensioni vive l'intera scrittura coreografica di Schiavoni, che spoglia un Settecento di maniera in una scena deliziosamente impertinente, chiosata dal celeberrimo, paradigmatico Minuetto di Luigi Boccherini per approdare al polistilismo mercuriale e sfuggente di Alfred Schnittke, che nel suo (K)ein Sommernachtstraum ironicamente svela quanto la dimensione onirica di un (ein) sogno di una notte di mezz'estate sia ormai svanita, dissolta in un gioco di parole utile solo per descrivere l'assenza (kein, nessun) di sogni. Saldamente circolare, il balletto si conclude com'era cominciato, con una nuova orgia da cui Casanova questa volta sfugge: per un ultimo, appassionato pas de deux con Eros, quindi in una solitudine carica di una nuova consapevolezza, se non di una provvisoria pacificazione.
Abilmente valorizzato, l'intero corpo di ballo, diretto da Makhar Vaziev, solidamente risponde alle esigenze di una scrittura modernamente agguerrita: geometrie accademicamente convenzionali si frangono in un gioco d'echi quello tra Sette e Novecento, magistralmente impostato dalle trame musicali selezionate da Franco Pulcini che rivela una sensibilità affatto contemporanea, mirando ad un'espressività astratta, tesa, vibrante. Polina Semionova, nei panni di Casanova, convince per la morbida eleganza del gesto, per la costante ricerca di una sinuosità di movimenti perfettamente in linea con l'incarnazione di un personaggio che progressivamente si fa, diventa un sentimento; validissimo supporto le viene da Gabriele Corrado, un Eros modernamente sicuro di sé, tecnicamente forbito e accattivante. Particolarmente riuscita è anche l'impaginazione scenica firmata da Aurelio Colombo, che inquadra l'intera vicenda tra le quinte di un teatro barocco, in uno spazio sospeso tra il passato e il futuro che Marco Filibeck illumina di turchese e di opale, di malva e di smeraldo, salvaguardando però quei cupi affondi nel buio dell'anima che efficacemente traducono le riflessioni esistenziali di Casanova. Preziosi nella ricerca dei materiali e nelle fogge, i costumi di Erika Carretta contribuiscono ad arricchire, con segni essenziali quanto efficaci, un dialogo tra le seduzioni settecentesche ed il rigore contemporaneo che culmina nella scelta dei colori della coda del pavone, simbolo di vanità e di effimero ma anche di una bellezza senza tempo, irraggiungibile ma sempre desiderabile.
Note meno felici venivano invece dall'orchestra del Teatro alla Scala, guidata da Fabio Bonizzoni. L'ampiezza della sala, da una parte, e, dall'altra, la greve bacchetta del direttore, peraltro esperto nel repertorio barocco, hanno inesorabilmente appesantito scelte musicali che invece miravano a rappresentare atmosfere intrise dell'insostenibile leggerezza della sensualità. E allora non è stato un caso se il momento più felice è venuto dallo straniamento dell'inserto di Schnittke, perfetto esempio delle inquietanti potenzialità di un materiale da scomporre e ricomporre con inestinguibile curiosità: per interrogare il passato e divinare il futuro, per scoprire permanenze celate allo sguardo, ma non alle emozioni.
Giuseppe Montemagno
23/6/2011
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