| Una geniale regia e un grande cast per L'Elisir d'Amore scaligero

Ambrogio Maestri
La carriera scaligera dell'Elisir d'amore conobbe un avvio piuttosto strano e singolare. Dalla Canobbiana, dove era andato in scena nel 1832, approdò alla Scala nel 1835 con la Malibran , nei panni di Adina. La diva amò sempre quest'opera che cantava con variazioni di suo gusto. Vi tornò nel '39, con la Strepponi, nel '41, nel '48 con Eugenia Tadolini, nel '57. Poi più nulla fino al 17 febbraio 1901, dopo quarantaquattro anni di assenza. Lo diresse Arturo Toscanini. Il cast era stellare con Regina Pinkert e Enrico Caruso, formato tenore di grazia, in uno dei suoi rari passaggi scaligeri. Da allora L'Elisir d'amore è una presenza fissa del palcoscenico milanese, con interpreti di grande spolvero. Basti l'elenco dei Nemorino: Bonci nel '17, Schipa, nel '29 e nel '32, nel '37 e nel '42 con Ferruccio Tagliavini che ritorna nel '46, per lasciare il posto a Schipa nel '47, ma per riprenderselo nel '50, mentre nel '51 si alterna con Nicola Monti e Cesare Valletti. Nel '54, nel '56, nel '57, nel '58, nel '64 domina Giuseppe Di Stefano. Per le prime quattro volte si alterna con Nicola Monti, cui la penultima si aggiunge Luigi Alva, prima che nel '64 spunti Kraus. Nel '66 arriva Bergonzi con il rincalzo di Di Stefano. Nel '70 è la volta di Pavarotti, cui subentrano Renzo Casellato e Eduardo Gimenez. Pavarotti torna nel '79 con Pastine. Nell''88 si presenta Vincenzo La Scola , con Gösta Winbergh. La Scola torna nel '98 con Paul Groves e Maurizio Comencini. Infine nel 2001 è la volta di Giuseppe Sabbatini e Riccardo Botta. L'elenco ha lo scopo di dimostrare che in tanto scialo di grandi nomi non poteva mancare Rolando Villazon: il Nemorino per antonomasia dei nostri giorni con due DVD al suo attivo e la fama di essere riuscito a portarsi via il personaggio.

Rolando Villazon
La creazione di Villazon si inscrive alla perfezione nello spettacolo che Laurent Pelly firma per la regia (qui ripresa da Hans Christian Räth) e i costumi, mentre le scene sono di Chantal Thomas e le luci di Joël Adam. È il famoso allestimento, presentato nel 2006 all'Opéra di Parigi, prodotto con la Royal Opera House di Londra e visibile in un DVD, pubblicato dalla Bel Air Classic. La scena si sposta in un ambiente rurale pre bellico. A giudicare dalla foggia della divisa di Belcore potremmo essere anche in un paese dell'Est. Ma non è questo il problema. Il sipario si apre su di un enorme piramide di balle di fieno. Adina, la ricca e capricciosa fittavola, vi legge un libro sotto la tesa di un ombrellone. Nemorino è un giovanotto di paese, un po' grullo, un po' smandrappato e un po' tenero. Maglietta a rigoni orizzontali, braghe di tela e scarpe da tennis. La scena cambia, la prospettiva si apre: una grande distesa di campi presso un crocevia, il dehors di un bar, meglio sarebbe dire di un'osteria, di campagna. Dulcamara arriva su di un camion. I giovanotti vanno in bicicletta. Si balla sull'aia. Il tutto è ricostruito con tratto incantevole ed una felicità iconografica che mozza il fiato. La regia fa il resto: libera la storia da leziosi cascami, da un Ottocento di cartapesta, ma la rispetta nella sostanza. Anzi, nell'aggiornarla ne mostra la forza e la genialità, il potenziale espressivo che non va disperso, al contrario esce ancora più forte. Evita la fuga nel mondo fiabesco. ‘L'Elisir' non è una favola, i suoi personaggi non sono burattini, ma uomini e donne in carne e ossa. Il colpo di genio sta tutto lì, nell'aver dato un'anima alle maschere dell'opera buffa. Pelly plasma i personaggi, aiuta i suoi cantanti ad essere veri, pur senza eccedere nel realismo. Trova sul palco attori formidabili che hanno in Villazon la punta di diamante. Gli giova la figura magra e allampanata. Lo aiuta quella faccia un po' strana, un po' infantile e un po' adulta. Gli fa gioco la sguardo, il movimento dinoccolato, il trasalire dal serio al faceto. La voce fa il resto. Non nascondiamo che nel tempo essa ha perso di volume e oggi sembra la metà di quella degli esordi. Ricordiamo però che la sala della Scala, specie in platea non ha acustica eccezionale e tende a mangiarsi le voci o farle sembrare più piccole di quelle che non sono. Il timbro è brunito, con un colore che ti ricorda quella di Domingo e, seppure in sedicesimo, quello di Caruso. E va da sé che questo tenore guardi ai Nemorino, che prendono avvio da Caruso e non certo a quelli di grazia, alla Bonci e alla Schipa. Lo si coglie nel turgore delle tinte. Il canto è schietto, ma da dove gli derivi non sapremmo dirlo. Analizzata al microscopio la fonazione di Villazon è stravagante, se non strampalata, con quelle note che si stiracchiano sul passaggio, con una tavolozza dinamica assai ridotta dove è l'accento a sostituire la ricchezza delle modulazioni. Eppure non manca qualche ombreggiatura, comprese le mezzevoci e pianissimi. Come accadeva a Di Stefano, questo canto che sembra fuori dalle regole penetra, conquista, dà senso al personaggio e, arrivato alla ‘Furtiva lagrima' trascina il pubblico e gli detta un applauso, vero, sincero e liberatorio. Tutto conquista in questo Nemorino, dalla sortita, al Duetto con Adina, all'improvviso intenerimento di ‘Adina, credimi', alle patine malinconiche del Duetto con Belcore. In questo passo l'influenza di Caruso sembra più forte che altrove e pare che il giovane tenore abbia studiato sui dischi famosi che tutti i melomani conoscono. Il segreto di Villazon è la generosità, che lo fa erede di Domingo e per certi versi di Giuseppe Di Stefano.
Due le Adine di questa edizione: Nino Machaidze, che giunge alla Scala aureolata da una bella fama, e Irina Lungu. Noi abbiamo ascoltato la Lungu, che sapevamo corretta cantante, ci sorprende e ci sembra che sigli qui una delle interpretazioni più riuscite. La cantante intanto è diventata ferrata nell'emissione, sempre rotonda e sicura. Ha completato la tecnica dell'acuto e sa risolvere con sicurezza la coloratura cui è chiamata, con bei momenti nell'Aria ‘Prendi per me sei libero'. Aggiungete il bel portamento, il fisico adatto per essere una incantevole Adina, moderna e in linea con l'allestimento, e avrete i motivi che fanno della Lungu la partner ideale di Villazon.
 Irina Lungu
Ma non basta. Dulcamara ha la fortuna di trovare in Ambrogio Maestri un eccellente interprete. In realtà dovremmo usare il verbo ritrovare. Maestri era già nel cast di Parigi. Il suo fisicone lo aiuta ad essere un Dulcamara perfetto: rude nel gesto, sbrigativo nel comportamento. La voce sopporta con facilità la tessitura del personaggio e il cantante si trova a suo agio nelle diverse necessità, dal sillabato veloce, all'intonazione rotonda. Serve il tutto in un fraseggio cordiale che nell'acuto trova note timbrate, forti nel suono che riempie la Scala. Gabriele Viviani è un corretto e cordiale Belcore. Ma al personaggio gioverebbe una voce capace di sonorità gravi più che di autentico baritono. In caso contrario talune note della sortita, là dove la tessitura pesca in basso, finiscono per essere poco sonore.
Completa il cast la Giannetta di Barbara Baronesi che nell'edizione critica di Alberto Zedda, con la riapertura dei tagli acquista un maggior spessore. Mzia Bakhtouridze accompagna al fortepiano.
Successo vivissimo con i toni del trionfo per Villazon.
Giancarlo Landini
12/11/2010
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