Che vuol dir ciò?
Moltissimi anni fa, chiosando il suo Il Nome della Rosa, Umberto Eco ebbe a dire che un titolo può irreggimentare o depistare le idee del lettore, e citava l'esempio de I tre moschettieri, romanzo che è in realtà la storia del quarto, cioè di D'Artagnan.
Sempre per restare in tema di argomenti di autorità più o meno mascherati, gioverebbe qui fornire l'opinione di Erasmo da Rotterdam che, criticando certi retori del suo tempo, ridicolizzava la loro abitudine di prendere le questioni troppo alla lontana, con preamboli risalenti al diluvio universale, preamboli che, lasciando assolutamente basito e disorientato l'ascoltatore, lo portavano a chiedersi smarrito: «Ma dove approdano tutte queste scemenze?». Il che è più o meno quello che accade oggi a chi ascolta un dibattito politico…
Entrambe le autorità succitate potrebbero riassumere le sensazioni provate alla prima di Memorie di un suggeritore, andata in scena il 14 febbraio al Verga di Catania. La locandina informava che si trattava di un testo teatrale scritto a quattro mani da Ezio Donato e Pippo Pattavina, e le note di regia tracciavano una sorta di itinerario teatrale il cui filo conduttore sarebbe dovuta essere la figura del suggeritore che, ad un certo punto, durante le prove di un Cyrano, si ribella al suo ruolo oscuro ed esplode in tutta la sua proteiforme molteplicità.
Benissimo: era dunque lecito aspettarsi una serie di pezzi di teatro dotati di un ductus organico atto a far emergere proprio la figura del suggeritore, i suoi rapporti con gli attori, la dialettica teatro-finzione, quella testo-interpretazione e via discorrendo. Il che avrebbe offerto uno spettacolo in linea echianamente col titolo, sia sotto l'aspetto irreggimentante sia sotto quello sviante, aperto cioè ad ulteriori chiavi di lettura, nei limiti però di un testo che doveva comunque proporsi appunto come testo teatrale e non come one man show.
Sì, perché sarebbe stato anche più cortese far capire al pubblico cosa avrebbe dovuto attendersi, recuperando in tal modo almeno un po' più di presenze: infatti la sala non era gremita come sarebbe stato ovvio aspettarsi, dato il grande consenso che Pattavina riscuote come attore comico dialettale, e il pubblico presente appariva francamente disorientato. Chi infatti era convinto, perché aveva letto le note di regia, che si sarebbe trattato di un testo teatrale nel senso esplicitato sopra, è rimasto perplesso per tutta la durata dello spettacolo, continuando a chiedersi a cosa stesse assistendo, mentre gli altri, convinti di potersi godere uno show di Pattavina, si sono sorbiti la prima mezz'ora abbondante, più un lacerto della seconda parte, con la stessa disposizione d'animo di chi deve farsi una fila in autostrada per arrivare in spiaggia una domenica d'agosto, respirando solo al giungere all'agognata meta, al mare di grasse risate che alla fine Pattavina ha regalato al suo pubblico.
 Fuori da considerazioni socio-economiche, che in questo momento sono però quanto mai opportune, non è possibile mettere insieme la scena del bacio del Cyrano , il monologo di Amleto, Questa sera si recita a soggetto e Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello, pretendendo di renderli omogenei e funzionali alle macchiette dei fratelli De Rege, alle tiritere di Gastone, Gastoneeee! e a tutto il grasso repertorio farsesco siciliano, spargendo qui e là a mo' di peperoncino la monaca lussuriosa e disperata di Micio Tempio, una Pompilia caduta nell'inferno dantesco che ciancia delle iniziazioni erotiche di Berlusconi, per finire col classico Arfieddu balbuziente, inceppato e sputacchiante che parla del traffico e delle buche di Catania!
Quanto alle musiche, erano forse le uniche a svelare sin dall'inizio dove si sarebbe andati a parare, proponendosi come onomatopeici sberleffi per dare occasione a Pattavina di reiterare almeno per tre volte una battuta ben riuscita, o accompagnando le sue esibizioni canore, anch'esse variopinte, che spaziavano da Lili Marlene a Cavalleria Rusticana e Pagliacci, passando con disinvoltura per tutto il repertorio anni '50.
L'abilità istrionesca di Pattavina è e rimane comunque molto valida, come lodevole è stata la sua capacità di tenuta per ben due ore del palcoscenico, con Agostino Zumbo e Raffaella Bella ai limiti di diafane spalle da avanspettacolo, ma quel che non ha convinto è stata soprattutto l'assoluta disorganicità di un testo di fatto accozzato alla meno peggio, esclusivamente in funzione di un ruolo attoriale di registro puramente comico, quale è quello di Pattavina, che ha faticato non poco a mantenere un livello adeguato su prove di recitazione impegnative quali quelle shakespeariane e pirandelliane.
Giuliana Cutore
16/2/2011
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