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Totò Sapore
Sabato 5 dicembre, presso l'Auditorium del Carlo Felice di Genova, è andata in scena l'ultima recita di Totò Sapore, un'opera lirica (alias “Favola in musica”, in atto unico) che, sulla carta, sarebbe per bambini. E tanti, difatti, ce ne erano tra il pubblico, insieme ai genitori. Così come il sottoscritto che vi è capitato (quasi per caso a fronte di un “tutto esaurito” per tutte quante le recite previste), con la propria figlia di nove anni.
Ancora i bambini della scuola elementare hanno lavorato alle scene, in un laboratorio organizzato dalle maestranze del teatro.
Ma, nei fatti, il lavoro è godibile da un pubblico molto vasto ed ha, aldilà del puro divertimento e delle situazioni create e delle arguzie del testo, un triplo valore educativo. Verso il teatro, verso la musica e verso l'opera lirica. Verso quest'ultima forma di spettacolo, poi, riesce gradevole sia per coloro che la conoscono, sia per coloro che ne sono digiuni.
Di opera si tratta dunque, cantata e recitata come era nell'Opéra-Comique, in Francia, e, in Italia, l'opera buffa napoletana ed a Napoli, guarda caso, si svolge la trama (e regnanti di Francia calcano la scena).
La musica di Totò Sapore (“favola musical-teatrale gastronomica e filosofica”: un amalgama determinato dalla regia di Patrizia Ercole) è stata scritta dal giovane compositore genovese Andrea Basevi; mentre le parole sono del poeta Roberto Piumini: (divertenti, lievi, con rime efficaci e mai banali, sempre puntuali nel colorire una frase, sottolineare una battuta, risolvere una scena) . Entrambi cantano nell'opera e, a fronte di una presenza inusuale, lo spettacolo ne acquista in divertimento e in utilità; nel senso che, avere sul palco il poeta, può servire a re-impostare la scena (e il canto) per sopperire a qualche incidente di percorso.
Dapprima un racconto (Il cuoco prigioniero, 1985) dello stesso Piumini, poi tradotto per il teatro. Quindi un cartone animato (Le avventure di Totò Sapore, 2003).
L'opera narra le vicende di Totò Sapore (parte en travesti), un cuoco vissuto a Napoli all'epoca di Re Borbone (uno qualsiasi). I suoi piatti erano talmente deliziosi che fu ammesso a corte dove, nella cucina della reggia, divenne il numero uno. Ma quando a Palazzo giunsero il re e la regina di Francia, le squisitezze dei manicaretti di Totò gli si rivoltarono contro. Il re francese chiede al re Borbone che il cuoco sia trasferito a Parigi. Il Borbone, diplomaticamente, rifiuta («…Totò Sapore / ha un male misterioso, assai molesto, / che Napoli soltanto può curare… / Se invece vive altrove… muore presto!»). La regina di Francia, però, non sente ragioni e, strappandosi un capello, lo fa cadere nella pietanza accusando Totò di negligenza (e lesa maestà?).
A questo punto il Re Borbone è costretto a imprigionarlo. Dopo varie peripezie, compresa un'evasione, sarà la pizza («un cibo che sia tondo / come il mondo, / né primo né secondo») la chiave che gli aprirà definitivamente la via verso la libertà e il Re Borbone, se vorrà, andrà a mangiare la pizza (facendo la fila) nel locale di Totò.
Il racconto è condotto da un bravissimo Pulcinella (en travesti) interpretato con cipiglio gioviale (e giovanile) dalla brava Laura Schintu. Bravissima è stata Giulia Beatini che ha interpretato Totò con sicura presenza (anche di spirito) e bella interpretazione canora. Magistrale la sua aria (in altri tempi “di catene”) del carcere «Se questa è una cucina…Dov'è la libertà?» (con una cadenza finale d'una sobrietà disarmante – a onore del compositore - e d'una difficoltà particolare - ad onore della cantante). Sia il Re Borbone, come già detto l'autore del libretto Roberto Piumini, con voce di basso-baritono cantante; sia l'Ufficiale, interpretato dal compositore Andrea Basevi (qui in veste di tenore), hanno ottima resa e credibilità. Bella l'aria di sortita del Re Borbone («Caro Totò ascolta questo detto») e la sua partecipazione ai pezzi d'insieme (duetti e quartetti: esilarante quello con i regnanti di Francia, «Sia fatto un gran brindisi / agli ospiti magnifici»); così come ben scritta e interpretata l'aria dell'Ufficiale alla ricerca di Totò evaso («Accidentaccio, ma dov'è scappato?»).

Non possiamo dimenticare la coppia dei regnanti di Francia (Tomaso Valseri e Sara Minoggio) con la regina che attacca quella che in altri tempi veniva chiamata “aria di sdegno”, quando “trova” (il suo) capello nel piatto: irresistibile «Un capello di cuoco nel mio piatto». Plauso alla Regina di Napoli, Barbara Maciulli, dalla napoletanità compìta e bastantemente mediterranea.
Napoletanità diffusa a piene mani dagli innumerevoli Pulcinella presenti in scena, senza mai cadere nell'agiografico, pizza compresa, dato che l'ironia e la verve dei cantanti–attori è stata ragguardevole. Nella favola, si sa, un posto vale l'altro, ma in questa “favola filosofica” appare soffusa, tra le righe, la capacità – e la voglia? – di parlare di un aspetto del Meridione, tra tanti Soloni xenofobi contingenti e tanti pregiudizi conclamati (dei tempi nostri).
Insomma, uno spettacolo (autoprodotto) da raccomandare, come se ne vedono pochi al giorno d'oggi e che avrebbe retto facilmente anche il palcoscenico maggiore del Carlo Felice, così come il “tutto esaurito” delle recite (martedì 1, mercoledì 2, giovedì 3, venerdì 4 e sabato 5 dicembre) la dice lunga sul gradimento del pubblico. Per contro, va detto, che lo spettacolo non sarà rappresentato altrove ed è un vero peccato perché davvero meriterebbe d'esser conosciuto in altre piazze, oltre quella genovese fortunata. Bisognerebbe far circolare e conoscere questa Favola che possiede musica chiara, agevole e genuina. Eseguita, qui a Genova, dal vivo, con flauto traverso (con funzione di “obbligato” e di rinforzo al canto), chitarra e pianoforte. Orchestra dal vivo che, vista l'esiguità dell'insieme, potrebbe trovare riscontro anche altrove.
Solo una raccomandazione: dato che è una favola gastronomica ad altissimo livello di sollecitazione dei succhi gastrici, è buona regola arrivare a teatro a stomaco pieno.
Francesco Cento
8/12/2009
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