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Norma
al teatro romano di Catania per Bellini Festival 
En attendant Norma. Così soltanto si potrebbe definire la settimana appena trascorsa: dalla sera del galà inaugurale a Catania si respirava, dapprima lieve e sommesso, poi sempre più manifesto, un clima di attesa per questo evento, che doveva segnare il momento culminante del neonato (o rinato?) Bellini Festival.
Un'attesa segnata da un pubblico sempre più numeroso ed entusiasta, che ha affollato tutte le manifestazioni intermedie, e che ha letteralmente gremito, sfidando il tempo inclemente, la cavea del teatro romano, parte delle cui pietre dormono ancora sotto la casa natale di Vincenzo Bellini. E tutto ha amplificato l'attesa, una volta giunti in teatro: le proteste accorate dei precari della scuola, ospitate sul palcoscenico prima dell'inizio dello spettacolo, i malumori di parte del pubblico, stipato sulle gradinate, i goccioloni che hanno interrotto la cavatina di Oroveso, quando già la regia di Enrico Castiglione aveva tramutato le rovine e le case che attorniano il teatro in una magica selva.
Dieci minuti o poco più di attesa, e lo spettacolo riprende: al malcontento subentra qualche Viva Bellini! e inizia un'altra attesa: si attende che Norma entri, per empire di sé la scena con lo scultoreo recitativo che precede Casta Diva. E June Anderson giunge: Norma entra nascosta, celata sulle prime fra il coro (come Medea), e la sua epifania si attua nel lungo istante che annuncia Sediziose voci. Bella e maestosa nell'oscuro abito sacerdotale, invita i Galli alla pace, minaccia e infine rasserena. La luna è lì, immensa, luminosa e virtuale, e il grande soprano statunitense la invoca: un canto elegiaco, sommesso, privo di impennate, dolce.
La voce di June Anderson è bella, indubbiamente, la sua tecnica eccellente, la sua musicalità indiscussa, ma altrettanto non può dirsi, purtroppo, della sua aderenza al ruolo. Sì, perché quello di Norma non è solo un ruolo impervio: è una tessitura che richiede un soprano lirico, e l'Anderson lo è certamente, ma anche e soprattutto un soprano drammatico, e l'Anderson non lo è. Non lo è nel portamento della voce, e non lo è nella zona medio-bassa, dove si trovava francamente in difficoltà, ma non lo è innanzitutto perché, e duole dirlo, anche lei, come moltissime cantanti, trascura ciò che è essenziale in Bellini: i recitativi. I recitativi belliniani non sono solo un momento di passaggio, un traghetto per aria e cabaletta; sono parte integrante del personaggio, sono ciò che lo connota, e che lo rende eccelso, sublime, oppure, se trascurati, sciapo e banale.
Norma piange, impreca, maledice, conforta; e questa gamma di sentimenti è affidata non solo alle arie, ai duetti, ma anche e soprattutto ai recitativi. E se l'Anderson è stata sublime in quelli teneri ed elegiaci, come Teneri figli e Deh, non volerli vittime, senz'altro più adatti alla sua voce, e dove poteva distendersi nel lucido smalto del suo registro acuto, altrettanto non può dirsi di Sediziose voci, o della scena del terzetto Norma-Adalgisa-Pollione, che inizia con Tremi tu? E per chi?, dove le è mancata la forza vocale e la potenza scenica per sottolineare gli altri due aspetti fondamentali del ruolo di Norma, e cioè il ruolo sacerdotale e politico della druidessa e il furore della donna barbara tradita dall'amante.

June Anderson
Anche nella cabaletta Ah! bello a me ritorna l'Anderson non è riuscita a risolvere al meglio le difficoltà tecniche, ostacolata forse in quello che a nostro parere è stato uno degli aspetti in assoluto meno convincenti dello spettacolo: la direzione dell'orchestra. Un altro nodo cruciale delle rappresentazioni belliniane è dato infatti dall'orchestra, e discende direttamente dal problema dei recitativi. Infatti, come i recitativi sono parte integrante del personaggio, allo stesso modo l'orchestra belliniana non può limitarsi ad accompagnare i cantanti o a suonare, ma deve comprendere che la musica del Cigno, proprio perché scoperta e scarna nel suo splendore adamantino, necessita di un'accuratissima scelta dei tempi e del colore orchestrale, affinché la melodia possa distendersi in tutta la sua dolcezza ed efficacia, creando quell'atmosfera essenziale per la mimesis teatrale e per l'assoluta aderenza del cantante al suo personaggio.
Tutto questo, purtroppo, non può dirsi della direzione di Marco Zambelli, che non è riuscito ad armonizzare la scelta dei tempi, rallentando troppo durante le arie, le cabalette e le scene d'insieme, e imprimendo una forzosa e forzata stringatezza nelle altre zone, il che non ha certo giovato né alla coesione né all'efficacia di uno spettacolo che aveva invece molte possibilità di riuscire memorabile.
Quel che è mancato di incisività a Norma è stato invece egregiamente fornito da Pollione e Adalgisa, rispettivamente Gregory Kunde e Lyubov Petrova. Kunde è stato un egregio Pollione, restituendo al personaggio del condottiero romano tutte quelle sfumature di pathos, ira, amore, stupore e pentimento che tanti tenori avevano obliato, riducendone il ruolo ad una mera esibizione di forza e di acuti da stadio. Kunde ha invece intessuto con estrema attenzione il suo condottiero, curando i recitativi e la gestualità in ogni minimo particolare, al punto da ricordare per molti versi celebri interpreti del ruolo, quali Corelli e Del Monaco.

Gregory Kunde
Anche Adalgisa, ancora una volta restituita al suo originario ruolo sopranile, ha infuso alla giovinetta innamorata dolcezza e passione, ma al tempo stesso quell'ingenuo vigore che si richiede nel secondo duetto con Norma, quello culminante in Mira, o Norma, ai tuoi ginocchi, dove il canto della Petrova e quello dell'Anderson è riuscito a creare un momento davvero magico, complice anche la geniale trovata di Castiglione che, piuttosto che ambientarlo sul palcoscenico, ha spostato l'attenzione del pubblico sulla zona destra dello stesso, dove una specie di casotto ha fornito il modo di separare il nascondiglio dei figli di Norma dalla scena vera e propria. Una giardino di Gretchen in miniatura, dove l'Anderson, emergendo da una sorta di ponticello, ha cantato Dormono entrambi, e dove si è poi svolta tutta la scena, dando anche visivamente l'impressione del “privato” della sacerdotessa, e del momento in cui può esplodere in tutto il suo autentico e disperato amore di madre. E del resto, tutta la regia di Enrico Castiglione, in linea con quanto avevamo già visto a Taormina con Aida, ha impresso all'opera un nuovo vigore, creando un nuovo concetto ed una nuova attuazione della mimesis assolutamente essenziale al melodramma. Le proiezioni digitali, infatti, curate da Alfredo Troisi, hanno ricreato un mondo barbarico, lunare e lacustre troppo spesso ignorato dai registi, fornendo nel contempo anche rimandi a segno, come nella proiezione che accompagna Guerra, guerra!, che amplificava la valenza guerriera del contesto scenico.
Altrettanto può dirsi dei costumi di Sonia Cammarata, perfettamente aderenti al periodo storico dell'opera. Molto spesso infatti si rimpiangono i bianchi veli delle classiche Norme, dimenticando che Norma non è una vestale, e che i sacerdoti celtici indossavano abiti scuri e rozzi, e non le raffinate armature o le toghe romane. I costumi di questa Norma hanno invece rispettato tale dicotomia, sia per quel che riguarda Pollione, sontuosamente abbigliato alla latina, che per il versante gallico.
Per finire, va senz'altro citato il misurato e ieratico Oroveso di Francesco Ellero D'Artegna, che ha interagito con estrema professionalità sia con i protagonisti che col coro del nostro teatro Massimo Bellini, guidato come sempre da Tiziana Carlini.
Giuliana Cutore
20/9/2009
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