RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Il Festival al Castello di Peralada

Arrivato questo Festival al traguardo dei primi venticinque anni, venivano offerti concerti vari in sedi diverse (dall'Auditorio del magnifico parco del Castello alla chiesa in città). Preceduta da un concerto del cantautore catalano Joan Manuel Serrat e seguita da due concerti di Montserrat Caballé (con pianoforte uno e l'altro con Al Bano e grande orchestra), l'inaugurazione veniva affidata a una versione di concerto del Nabucco appunto all'Auditorio, in presenza dei principali esponenti della politica catalana. Vi collaboravano l'orchestra e il coro del Gran Teatre del Liceu di Barcellona (con i più la Polifonica di Puig-Reig, come già era avvenuto anni prima al Teatro) e (pure come allora) sotto l'esperta bacchetta del Maestro Nello Santi, che, senza partitura (come il resto dei solisti), dava una lettura infuocata e ricca di sfumature del capolavoro verdiano. Protagonista era Joan Pons, in questo momento poco adatto alla parte anche se qua e là c'erano bagliori che ricordavano il cantante di tutto rispetto che è stato. Ferruccio Furlanetto offriva di più nei panni di Zaccaria, ma pure nel suo caso la parte non sembra la più idonea, vuoi per gli acuti esplosivi e quasi urlati, i gravi limitati e le difficoltà nelle note sostenute. Maria Guleghina era indubbiamente la migliore tra i principali, ma il suo canto non ha la facilità di una volta e soprattutto non è più pulito com'era. Gli acuti fanno il suo effetto ancora e sono l'aspetto più interessante, sempre audaci e valorosi. Ma il centro non esiste o quasi e i non pochi momenti che richiedono una tecnica ferrata di belcanto risultano tutt'al più approssimativi; di conseguenza, il grave diventa aperto ed esagerato. Teodor Ilincai non sembra la classe di tenore che vogliono venderci nei vari concerti con la signora Gheorghiu (dove canta perfino Ernani e Turandot): addirittura per Ismaela la voce, bella e timbrata, è gradevole ma non ha sempre lo slancio richiesto e il fraseggio è generico. La Fenena di Serena Pasqualini era di buon volume, ma di colore e acuti metallici.

Una settimana dopo, sempre allo stesso posto, si offriva l'atteso concerto di Roberto Alagna accompagnato da Svetla Vassileva e dall'orchestra sinfonica di Barcellona e Nazionale della Catalogna discretamente diretta da David Giménez Carreras in frammenti sinfonici, arie e duetti di autori diversi. Il soprano si mostrava ancora una volta inadatto al repertorio scelto con qualche svista d'intonazione, acuti gridati e un grave e un centro assolutamente artificiali (a parte, i tre vestiti adoperati non si potevano chiamare un monumento al buon gusto). La dizione poi era come al solito confusa. Alagna, anche se neanche lui indossava degli abiti sempre ineccepibili (quello tutto in bianco, scarpe comprese, era più adeguato a un concerto per evocare – benissimo, come suole – Luis Mariano), si mostrava pletorico ed esuberante, con un francese, spagnolo ed italiano da manuale, sia in Halévy che in Zandonai o Puccini. Al momento dei ‘bis' ci regalava due momenti straordinari dell'Otello verdiano (se ce la farà a cantare tutto il ruolo e quante volte è un altro discorso), un ‘O soave fanciulla' eccellente ma desideroso di ascendere con il soprano steccava l'acuto finale. E poi intonava una canzone messicana ‘Paloma negra' di cui non ricordava bene il testo, ma che stava come i cavoli a merenda con il resto del programma. Fiori ed ovazioni scroscianti benché il ‘tutto esaurito' fosse piuttosto lontano.

Jorge Binaghi

25/7/2011