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Le nozze di Figaro
al Covent Garden di Londra
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La mia vicina rifletteva ad alta voce alla fine dello spettacolo: ‘quando finisce la folle giornata de Le nozze di Figaro desideri sempre un da capo, anche se non è stata una recita perfetta'. Sante parole. Perfetta non lo era neanche questa volta, la recita, ma sì aveva elementi d'interesse bastanti da non farvi rimpiangere tempo e soldi perduti. Con Mozart si finisce sempre che qualcosa si rimedia.
Colin Davis non ha avuto tutti i critici dalla sua parte. Alcuni non trovavano abbastanza fantasia, altri si lamentavano che non fosse più scherzoso e brillante…Poi, che scandalo, non seguiva l'odierna dittatura degli strumenti e il suono ‘originari'. Benedetto, fa il suo Mozart, che in parte è quello della grande tradizione, ovvero un Mozart umano. Forse se avessimo oggi (magari) un Erich Kleiber o un Bruno Walter o un Fritz Reiner, i rimproveri sarebbero gli stessi. La musica scorreva naturale, senza sussulti, niente asprezze, niente ascetismi, e seguiva, proprio come nella vita, le pazzie di questi incredibili e un po'o molto sbagliati personaggi creati da Beaumarchais e ridisegnati con sfumature e colori diversi da Mozart e Da Ponte (se una cavatina quale ‘Porgi amor' dipinge in modo così assoluto un personaggio appena iniziato l'atto, solo si può gridare –senza voce – al miracolo difficile com'è, vera lezione di canto sul fiato e di legato, sembra invece un gioco di bambini).
L'orchestra c'era, eccome, ma non costituiva un ostacolo, anzi; senza di lei niente era possibile, stava invece al suo posto, senza prepotenze nè pretese di occupare uno spazio che non era il suo. Arcibravo Sir Colin, che, scusate la trivialità, continuava a dirigere le recite anche dopo la morte della moglie. Neanche in questo è un artista all'uso, quando dive e divi (piuttosto artificiali e comunque non professionisti) cancellano all'ultimo minuto con un qualsiasi pretesto.
La messinscena di David McVicar viene lodata in modo forse esagerato: è piacevole e piace, ma con qualche riserva. Innanzitutto, il regista ama sempre riempire il palcoscenico di gente, qualche volta senza alcun bisogno… Ma se per evitare una piccola pausa tra l'atto primo e il secondo (perchè certo c'è una differenza notevole, e scusate, ma una piccola pausa ci vuole tra ‘Non più andrai' e ‘Porgi amor'), il prezzo da pagare è una Contessa che arriva quasi di corsa per mettersi subito a cantare davanti a cameriere ed inservienti, io personalmente non l'accetto. O prendiamo la grande aria del Conte: non la si canta con ‘pubblico' perchè si tratta di una espressione intima. Sarà forse che i nobili mi sono parsi poco ‘nobili', appunto. Il Conte è un donnaiolo, ma (come del resto suo fratello maggiore, tale Don Giovanni) mai e poi mai darebbe un ceffone a una donna, e tantomeno se questa risulta la sua legittima consorte. La Contessa veniva forse vista tempo fa in modo eccessivamente ‘aristocratico'; ed è verissimo che qui è anche quella Rosina del Barbiere , ma non fino a diventare la cugina di Susanna. La sinfonia iniziale, che avrei preferito ascoltare a sipario calato, era un'ottimo quadro della società dell'epoca, però con troppa gente, e quindi chiasso e grida che stavano alla musica (quella musica) come i cavoli a merenda. Un po' di modestia e ricordarsi che qui non si tratta di Beaumarchais ma di Mozart e che quindi tutto deve mettersi al suo servizio non guasterebbe. Per il resto, tutto funzionava benissimo, con grande dinamismo e ancora più grande inventiva e capacità interpretativa notevole di alcuni tra gli artisti. Penso in particolare a un Erwin Schrott in stato di grazia vocale ma che non solo canta il suo Figaro in modo notevole (il suo ‘Se vuol ballare' è di antologia non unicamente per l'aspetto vocale ma per quanto può fare quest'artista con un paio di stivali in mano). Avrei desiderato un po' più di volume in ‘Non più andrai', ma rendeva in modo stupendo ‘Aprite un po'´, con grande padronanza delle sfumature. Mi rincresce rimproverargli ancora una volta quei recitativi piuttosto parlati che rispondono a una volontà deliberata: non è che non sappia o non possa farli come di dovere; è proprio che non vuole e adesso inventa anche parole o suoni strani. Si capisce che un uomo giovane e pletorico cerchi sempre nuovi approcci a un personaggio, ma non mi sembra questo il modo (quando si ‘dimentica' di questa sua presa di partito, lo fa benissimo). È una sua scelta e va rispettata ma non condivisa (il pubblico era in adorazione).
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Accanto a lui, l'altro protagonista maschile, Mariusz Kwicien, brillava in modo particolare. Sebbene il volume fosse più modesto di quando nella stessa sala, un paio di anni fa, cantava il ‘Germont', il fatto può imputarsi al modo di concepire il ruolo e al modo di cantarlo. Distinto, audace (in eccesso, ma qui entra l'idea del regista), fiero, con un bel timbro e una linea eccellente, il fraseggio e la dinamica della fine della sua grande aria non risultavano assolutamente puliti, e il trillo è stato appena accennato.
Se si parla di trilli (o della sua assenza), la prestazione più deludente in assoluto è stata quella di Annette Dasch nei panni della Contessa: la voce appare opaca e prematuramente oscura, le mezzevoci mancavano quasi tutte all'appello e se non si può dire che cantasse male, ‘bene' sarebbe troppo. È un po' il caso della giovanissima Jurgita Adamonyté, molto applaudita: ha la presenza e una voce ambigua, fra il soprano e il mezzosoprano, che si addice a Cherubino ma con un acuto piuttosto teso (‘Non so più') e un grave scarso (‘Voi che sapete', comunque molto meglio) diventava l'esempio tipico di un cantante ancora acerbo. Resta cosí la migliore in campo, Eri Nakamura, più personale del solito in una cantante orientale, anche se deve ancora centrare meglio i recitativi e dimostrare mezzi più saldi e corposi nell'affrontare la sua grande aria dell'atto finale (grave particolarmente insufficente): molto vivace come interprete e ottima coppia sia per Schrott che per Adamonyté.
Ottima senz'altro, come al solito, la Marcellina di Marie McLaughlin. Ma s'era da lamentare che Davis tagliasse la sua aria (è vero che ritarda l'azione drammatica), almeno veniva tagliata anche quella di Basilio: Peter Hoare, bravissimo interprete, ha una voce francamente orribile, che parte in tutti i sensi (vietati) quando deve cantare una frase, e il suo italiano è piuttosto ‘modesto' (o forse ‘molesto'). Il veterano Robert Lloyd si dava da fare con il dottor Bartolo e, anche se nell'aria si potevano avvertire punti non risolti in modo del tutto soddisfacente, la voce suona oggi meno nasale che in altri tempi. Bravissimo l'Antonio di Nicholas Folwell, discreto il Curzio di Christopher Gillet e vivace e gradevole come voce la Barbarina di Amanda Forsythe. Le due contadine (Glenys Groves e Kate McCarney) e il coro preparato al suo abituale grande livello da Renato Balsadonna anche per i suoi brevi ma importanti interventi completavano degnamente il cast. Tutto esaurito e grandissimo successo.
Jorge Binaghi
19/6/2010
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