RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


La notte è al mezzo, il tempo trascorre e io dormo sola…

Yerma

di Federico Garcia Lorca

Manuela Lomeo

La rassegna Percezioni ha presentato domenica 27 marzo, presso il Centro Zo di Catania, l'ultimo titolo della stagione 2010-2011, messo in scena dall'associazione teatrale Buio in Sala: Yerma, scritta nel 1934 dal grande poeta spagnolo Federico Garcia Lorca, fucilato dai falangisti di Franco nel 1936.

Yerma narra la tragedia della protagonista eponima, una contadina divorata dal desiderio di avere figli: la maternità rappresenta per lei non solo l'attuazione del suo destino biologico di donna, ma anche l'unica possibilità di trovare una collocazione sociale nella sfera delle sue coetanee e dell'universo femminile in generale. Schiacciata dai pregiudizi, condannata di fatto ad essere diversa, Yerma comprende, dapprima oscuramente, che la sterilità del suo matrimonio va imputata al marito, ma non vuole e non può rimediare, come le ambigue parole di una vecchia le consigliano, unendosi a Victor, l'uomo che ama inconsciamente sin dall'infanzia, e verso il quale i suoi sensi continuano a spingerla. Stretta tra un marito di fatto inesistente, non amato e percepito solo come un padrone, il suo senso di aridità (Yerma significa deserto), e la sempre crescente sensazione di inadeguatezza rispetto alle donne del villaggio, si darà inutilmente in braccio a oscuri riti di fecondità, prima di recidere con l'assassinio del marito l'inestricabile nodo di dolore e pregiudizio che la stringe sino a soffocarla.

Un dramma cupo, dalla dinamica inesorabile, lento come uno stillicidio, che la regia di Giuseppe Bisicchia e Massimo Giustolisi ha distillato battuta per battuta, curando gesti, accenti e movimenti dei protagonisti e delle comparse sin nei minimi particolari, guidando passo passo lo spettatore verso un buco nero di angoscia, intessuto di sguardi inesorabili, di riti ctoni, dove il pregiudizio diventa una cappa di piombo, pesante e impenetrabile come quelle che indossano gli ipocriti nell'inferno dantesco.

Una scena spoglia, dove spiccano solo sterpi, contorti e disseccati come l'animo della protagonista, illuminata da luci gelide, sulla quale le donne, menadi e lamie insieme, si muovono come ombre, acquistando spessore solo nel loro interagire con Yerma, ora beffandola come la lavandaie (Silvia Carta, Giovanna Sesto, Luisa Mirone), ora guidandola verso un cimitero dove si svolgerà un macabro rito apotropaico, nel quale si fondono in modo inquietante elementi cattolici e dionisiaci, ora consigliandola alla rassegnazione.

Le musiche, di Astor Piazzolla, scelte con grande competenza da Amelia Martelli, interprete energica e sanguigna del personaggio della vecchia, hanno contribuito, malinconiche e struggenti, a rendere più intenso il dramma tutto interiore di Yerma, esacerbando la sua rinuncia a Victor, reso in tutta la sua sensualità ferina e primigenia da Marcello Montalto.

Ma la vera rivelazione del lavoro è stata la protagonista, Manuela Lomeo, che ha dato prova di una classe attoriale assolutamente matura, e in un ruolo impervio, nel quale il minimo ammiccamento ad una recitazione naturalistica, e non controllata in maniera rigorosa, avrebbe ridotto Yerma ad una povera isterica buona per gli esperimenti di Charcot. La Lomeo è riuscita a rendere il trasmutarsi della giovane donna, da sposa ancora colma di speranza a fredda e feroce uxoricida, calibrando momento per momento i gesti, la voce, il muoversi sul palcoscenico, e financo lo stringersi, dolorosamente rassegnata, nel lungo scialle a frange, simbolo di un'oppressione femminile che solo la realtà meridionale può percepire appieno.

E nella scena finale, che ha segnato l'apparizione di Juan, il marito inesistente ma presente in tutto il dramma per la sua inesorabile assenza, interpretato da Antonio Caruso col suo consueto ed impeccabile vigore scenico, la Lomeo ha fatto emergere qua e là una sensualità ambigua, lucida e vendicativa, funzionale al progetto omicida, che ha amplificato in modo spasmodico gli ultimi istanti del dramma, incatenando l'attenzione degli spettatori che hanno tributato, a lei e a tutta la compagnia, calorosi e meritatissimi applausi.

Giuliana Cutore

31/3/2011