RECENSIONI
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Michele Novaro

Fratelli d'Italia e non solo.

L'inno Fratelli d'Italia, di Goffredo Mameli, fu per cent'anni un popolarissimo canto patriottico. Dal 1847 attraversò la storia d'Italia. Dai moti del 1848 alla Grande guerra: nel 1915 Toscanini dirige una memorabile esecuzione al Teatro Lirico di Milano. Avversato, tuttavia, dal Fascismo dal 1946 è diventato l'inno ufficiale della Repubblica italiana. Ma perché mai è conosciuto, come autore dell'Inno, solo il poeta e non, come è nella consuetudine italiana indicare, soprattutto il compositore? Eppure, quando si parla dell' Aida si dice «di Verdi», autore della musica, non mai «di Ghislanzoni», autore delle parole. Allo stesso modo la Carmen è di Bizet, giammai di Meilhac e Halévy, i librettisti.

La musica di Fratelli d'Italia fu composta da Michele Novaro. Egli nacque a Genova, il 23 dicembre 1822, da Gerolamo, originario di Dolceacqua (Ventimiglia), macchinista presso il Teatro Carlo Felice di Genova, e da Giuseppina Canzio, sorella di Michele Canzio, scenografo e poi impresario del massimo teatro genovese.

Nacque in una casa di vico Vegetti, nell'attuale centro storico genovese. Percorrendo verso nord questa via, si sbocca in quella di San Bernardo dove, al numero 10 nasceva, il 5 settembre 1827, Goffredo Mameli,

I due, pur appartenendo a ceti sociali differenti (macchinista teatrale, come abbiamo visto, il padre di Michele; ufficiale di marina il padre di Goffredo) crebbero con lo stesso ideale di libertà e patriottismo, aderendo a quelle manifestazioni nelle quali sventolavano la bandiera tricolore, ancora fuorilegge, tale che in un rapporto della polizia genovese risultava già «tale Goffredo Mameli, figlio del colonnello di marina», con quale delizia del padre, c'è da immaginarlo.

Goffredo, nell'agosto del 1848, nell'impeto della delusione dopo la sconfitta di Custoza, auspicava l'intervento contro l'Austria della flotta sarda, ancorata ad Ancona, senza attendere ordini da Torino. Precipitatosi ad Ancona pretendeva che il padre Giorgio, al comando della fregata Des Geneys, commettesse un atto d'insubordinazione in nome dell'unità d'Italia. Il burrascoso incontro tra i due si concluse con la concessione, da parte del padre, della lettura dell'ode Milano e Venezia, appena composta da Goffredo, davanti ai suoi ufficiali. Questo atto, seppure suscitato dall'orgoglio di un padre per il figlio poeta, costò parecchio all'ufficiale: già in odore di fronda antisabauda, Giorgio Mameli verrà destituito e messo anzitempo a riposo.

Michele Novaro e Goffredo Mameli, si troveranno a segnare una tappa particolare della storia d'Italia dell'Ottocento, avendo, l'uno scritto e l'altro musicato, uno degli inni più popolari del Risorgimento italiano e che, più o meno cento anni dopo, diverrà, giammai riconosciuto definitivamente, l'Inno della Repubblica italiana. Difatti, mentre il 14 ottobre del 1946 si svolgono i lavori dell'assemblea costituente, l'adozione dell' Inno di Mameli (quale inno nazionale), è stabilita da un decreto governativo ma la decisione ha, ancora oggi, carattere provvisorio. Difatti, in tempi recenti, va segnalato che l'atto del Senato n. 821 XV Legislatura, il quale ha per oggetto “ Modifica dell'articolo 12 della Costituzione ”, fu assegnato alla 1 a Commissione permanente (Affari Costituzionali) in sede referente il 12 settembre 2006. Sette giorni dopo, nella seduta pomeridiana n. 33 non si giungerà ad alcuna risoluzione. A tutto ciò si aggiunge che, in data 1 luglio 2007, per la relazione del senatore Saporito (AN) col titolo Riconoscimento di “Fratelli d'Italia” come inno ufficiale, la Commissione Affari Costituzionali ne riavviò l'esame senza, comunque, giungere ad una conclusione. Con l'elezione del nuovo Parlamento italiano, sembrava che la questione dovesse avviarsi verso la soluzione nel maggio 2008. Ma tutto è scivolato nel solito dimenticatoio. Ma tornando al nostro discorso. Perché mai, ci chiediamo, Il canto degli italiani (questo il vero nome del brano), è passato alla storia col nome del poeta (alla maniera ottocentesca) e non del musicista? Molto probabilmente, la causa è da individuare nella prematura, quanto gloriosa, scomparsa del giovane Mameli, morto nella difesa di Roma nel 1849. La glorificazione dell'uno causò l'oblio dell'altro, eppure entrambi, già giovanissimi, condivisero lo stesso ideale di libertà e di patriottismo. Come nacque Fratelli d'Italia è storia risaputa, seppure avvolta in un'aura di leggenda.

Lo scrittore e patriota Anton Giulio Barrili narra che il 10 novembre 1847, a Torino, presso la casa del patriota Lorenzo Valerio, il pittore genovese Borzino portò a Michele Novaro, ospite di quel cenacolo, la composizione che Mameli gli aveva mandato per suo tramite. Novaro lesse immediatamente lo scritto e si mise subito a comporlo al pianoforte. Preso dalla foga se ne ritornò a casa per porre in musica i versi dell'amico Goffredo.In un primo momento, Mameli aveva pensato di adattare i versi de Il canto degli italiani a musica già composta. Poi si rivolse ad altri musicisti genovesi, tali maestro Magioncalda e maestro Giuseppe Novella. Ma entrambe le composizioni non piacquero al poeta. Quindi decise di rivolgersi al suo amico vicino di casa (già famoso cantante) emigrato a Torino.

Un'altra versione musicale di Fratelli d'Italia è stata scritta da Alessandro Botti nel 1847 (e stampata, molto probabilmente, l'anno successivo). E mentre l'Inno seguiva al sua strada, diventando estremamente popolare, Michele Novaro proseguiva nella sua carriera di secondo tenore e direttore dei cori presso il Teatro Regio e Carignano, a Torino. Tra le altre cose, sicuramente interpretò Sir Bruno Robertson, nei Puritani di Bellini, la sera del 26 dicembre 1841, al Regio e, sempre nello stesso teatro, fu Don Riccardo, nell' Ernani di Verdi, del 26 dicembre 1844.

Come tenore, il giovane cantante si era fatto le ossa (sotto l'egida dello zio?) presso il Carlo Felice di Genova. Aveva frequentato la “Scuola di canto Gratuita” promossa da A. Costa e legata all'attività del Carlo Felice, ove si distinse per la spiccata musicalità.

Il suo nome compare per la prima volta in una produzione del Gianni di Calais di Donizetti, rappresentato presso il massimo teatro genovese la sera del 6 ottobre 1838, con esito infelicissimo.

Ancora al Carlo Felice, lo vediamo impegnato ne La marescialla d'Ancre di Alessandro Nini (31 dicembre 1839) e, sempre dello stesso compositore, nella Cristina di Svezia, il 6 maggio 1840. In quello stesso anno cantò nella Parisina di Donizetti, sempre al Carlo Felice (19 febbraio).

Quindi il balzo di qualità, quando, nel 1842 cantò, a Vienna, alla prima della Linda di Chamounix e, l'anno successivo, fu Armando Gondì nella prima di Maria di Rohan [prima che la parte fosse trasformata per musico nell'edizione parigina del novembre 1843], entrambe di Donizetti.

Non sappiamo come furono i rapporti tra Donizetti e Novaro, né come Novaro ebbe l'opportunità di esibirsi a Vienna in queste due prime donizettiane. Né tantomeno se essere nipote di Michele Canzio, scenografo del Carlo Felice (il quale conosceva personalmente Donizetti), sia valso a procuragli la scrittura di Vienna.

Donizetti e Canzio si conobbero all'epoca dell'inaugurazione del massimo teatro genovese (7 aprile 1828), quando lo scenografo realizzò, fra le altre, la scenografia di Alina, regina di Golconda contributo donizettiano all'inaugurazione (12 maggio 1828) e più tardi, per la versione genovese del Diluvio universale, sempre di Donizetti, andata in scena al Carlo Felice il 17 gennaio 1834. L'anno successivo, p er il pagamento della Lucia di Lammermoor, la Compagnia d'Industria e Belle Arti, che nel 1835 gestiva (in maniera disastrosa) il San Carlo di Napoli, utilizzò alcuni titoli di credito a favore di Donizetti. Uno di questi titoli era intestato a Michele Canzio. Si può verosimilmente supporre che Donizetti sia riuscito a riscuotere, o girare, la cambiale durante il suo viaggio verso Milano, tra la fine di novembre e i primi di dicembre 1835 (il 3 dicembre era già a Milano per la Maria Stuarda), passando velocemente da Genova com'era solito fare andando a Milano (da Napoli).

Dopo l'unità d'Italia, Michele Novaro lasciò Torino. Tornò a Genova dove, con la moglie Elisabetta Breytweieser, la figlia Giuseppina e la suocera Carlotta, visse, per lungo tempo, in una casa in piazza Tessitori. In quegli anni lo raggiunse il conferimento della croce di cavaliere della Corona d'Italia.

L'impegno e la partecipazione agli ideali del Risorgimento si concretizzarono non solo in una cospicua produzione musicale ma anche nella entusiastica realizzazione di concerti e spettacoli per la raccolta di fondi destinati alla causa nazionale. Ricordiamo, tra gli altri: È risorta, un composizione per coro a tre voci e pianoforte (su parole di A. G. Barrili) con dedicata a Vittorio Emanuele II. Nel 1848 compone l'inno Il nuovo anno dedicato al re Carlo Alberto (poesia di Giuseppe Bertoldi). Ancora Fede e concordia (I Liguri ai fratelli Piemontesi ), Un giorno di battaglia, La ronda della Guardia nazionale italiana, Unione e Libertà e Grido siculo ossia la Rivoluzione siciliana (tutti su parole di Dall'Ongaro) che prevedono l'uso di campane, un cannone oltre a tamburi e pianoforte.

Tra tutte queste attività, spicca senza alcun dubbio, la fondazione di una “Scuola gratuita popolare di canto”, a Genova. Questa scuola ebbe qualche rinomanza, e fama, se riuscì a realizzare alcune rappresentazioni di cui rimangono traccia sulla stampa dell'epoca.

La prima uscita degli allievi avviene il 1° ottobre 1869, presso il Teatro Nazionale di Genova, ne Il maestro del villaggio, con musiche di maestri vari (tra i quali Cimarosa) messi insieme dal Novaro.

Il 4 ottobre 1873, presso il Teatro Andrea Doria, fu rappresentata l'opera Don Finocchio di Cotti Caccia; il 15 ottobre I due ciabattini di Francesco Ruggi e il 21 ottobre l' Ajo nell'imbarazzo di Donizetti, tutte nel medesimo teatro. Il 22 ottobre 1874, presso il Teatro Nazionale, gli allievi della Scuola popolare misero in scena l'opera, in dialetto genovese, O mego per forza, composta dallo stesso Michele Novaro su parole di N. Bacigalupo (probabilmente l'unico esempio di teatro musicale genovese del XIX secolo). Il 16 dicembre 1876 la Scuola del Novaro mette in scena un Barbiere di Siviglia di Rossini, presso il Teatro Paganini. Pare che, con i suoi allievi, Novaro abbia realizzato una parodia della Norma di Bellini (La sacerdotessa d'Irminsul ) nel 1875 (ma lo scrivente sta ancora cercando conferma alla voce).

Il Canto degli italiani fu eseguito per la prima volta a Genova, il 10 dicembre 1847, durante la manifestazione per il 101° anniversario dell'insurrezione antiaustriaca.

La prima stesura manoscritta del Canto degli italiani è conservata all'Istituto Mazziniano di Genova. È all'interno di un quaderno personale del poeta con appunti, poesie e scritti vari. Dal manoscritto si evince chiaramente che il poeta cambiò l'incipit: da «Evviva l'Italia» in «Fratelli d'Italia» Il secondo manoscritto si trova al Museo del Risorgimento di Torino. È la copia che Mameli inviò a Novaro. Sempre all'Istituto mazziniano di Genova è conservato un manoscritto musicale recante le seguenti parole «Torino 5 Xbre 1847. Quando la mia Patria dopo tanti anni di infame servaggio, respirava le prime aure di libertà», vergate dalla mano del Novaro. Si tratta, sicuramente, di una copia tarda poiché, accanto al nome del poeta (“Mamelli” sic!), sempre di mano del compositore, si legge: «Ucciso dai Francesi combattendo per la libertà Italiana a Roma».

Oggi la musica del Novaro, legata a Fratelli d'Italia , è criticata aspramente ed è spesso ritenuta inadatta a rappresentare l' Italia. Addirittura, qualche politico, di quelli che inventano gli argomenti tanto per fare qualcosa in Parlamento, qualche tempo fa, chiese la sostituzione col «Va pensiero» dal Nabucco di Verdi.

Ma proprio Il canto degli italiani fu (ed è) veramente rappresentativo degli ideali risorgimentali – anche perché nacque in quei frangenti – e non è per caso, forse, che Verdi stesso, elaborando i brani per il suo Inno delle Nazioni (1862), accanto alla Marsigliese e all'inno inglese God Save the Queen, vi aggiunse, a rappresentare l'Italia, la musica del Novaro, ignorando bellamente la Marcia reale, che pure era l'inno ufficiale del regno.

Francesco Cento

19/12/2010