| Sulle spalle dei Giganti
Flavio Oreglio
inaugura la rassegna Comics
Anche quest'anno la rassegna Comics, operante in sinergia con il Teatro Stabile di Catania, offre al pubblico una serie di spettacoli aventi per protagonisti i comici più affermati del momento. Il primo della serie è stato Flavio Oreglio, validissimo cabarettista lombardo, giunto alla grande notorietà grazie al programma televisivo Zelig, che il 18 novembre ha aperto la rassegna al Teatro Musco di Catania con un monologo dal titolo Sulle spalle dei Giganti.
Attore di grande cultura, Oreglio ha imbastito un soliloquio sinceramente polemico contro certa scuola italiana, che la critica degli Annales avrebbe definito evenemenziale: una scuola che si ostina a propinare agli studenti solo e soltanto geremiadi di battaglie, guerre, riducendo di fatto la storia ad un'enorme macelleria bellica, trascurando assolutamente l'altra storia, quella delle idee, della scienza, dell'arte e della cultura.
Già il titolo galileiano del lavoro indicava chiaramente l'intento di Oreglio: imbastire una sorta di arazzo storico dal quale riemergessero tanti e tanti nomi scomodi che la scuola ignora, limitando così di fatto la storia del pensiero ad una serie di funghi nati pressoché dal nulla, privati come sono dei loro reali collegamenti attraverso i secoli. Tanto per fare un esempio: la storia della filosofia dedica da sempre lezioni su lezioni a Platone, Aristotele, Hegel, Kant, ma dimentica del tutto (con la bieca scusa delle esigenze di programma!) personaggi che hanno invece costituito l'humus dal quale, dal ‘500 in poi, sono sbocciati i grandi scienziati ai quali si devono i passi da gigante fatti dall'umanità in ogni campo del sapere. Ed ecco così riemergere dall'oblio, complice la fluida esposizione di Oreglio, personaggi simbolo di una lotta senza quartiere contro l'oscurantismo religioso, che ben prima di Galileo sono stati martiri del progresso. Basterebbe citare per tutti Ipazia, figlia del matematico alessandrino Teone, trucidata dai cristianissimi parabolani del vescovo Cirillo, oppure il buon Giordano Bruno, bruciato a Campo de' Fiori nel 1600 sempre dai cristianissimi ecclesiastici. Oppure uomini la cui pena è stata l'assoluto oblio della storia (almeno quella scolastica), come Aristarco di Samo, primo sostenitore dell'eliocentrismo, oppure ancora giovani filosofi che hanno pagato prima con la vita e poi con l'oblio, come Giulio Cesare Vanini, squartato vivo a Lione e pochissimo citato nelle storie della filosofia scolastica, e purtroppo dimenticato anche da Oreglio.
La scuola, insomma, almeno quella italiana, sembra per Oreglio agire in combutta più con la Chiesa che con la libertà di pensiero, tramutandosi di fatto in una fucina di ignoranza, o al meglio in una fabbrica di sapere protocollare, limitato allo sciendum e non allo scibile. In questo senso, il sapere più o meno in pillole e fiale propinato dalla nostra scuola non dipende tanto dalla singola riforma, la si chiami Gelmini, Misasi o vattelapesca, ma da un diffuso habitus tipico di un paese essenzialmente cattolico, di fatto pauroso del vero sapere, di quello cioè che rischia ad ogni piè sospinto di mettere in crisi certezze, valori o pseudo valori, interpretazioni codificate dal tempo e dalla polvere.
Oreglio è riuscito a porgere con estrema leggerezza questa materia che sarebbe stata ostica da digerire, se affidata a mani pedantesche e didattiche: la sua verve arguta ha strappato sincere risate al numeroso pubblico che affollava la sala del Musco, e che lo ha applaudito calorosamente, dimostrando, qualora ce ne fosse bisogno, che la cultura reale poco o nulla ha a che vedere con la noia che affligge i poveri studenti dei nostri licei e delle nostre università.
Giuliana Cutore
21/11/2011
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