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Debora Bernardi e Filippo Brazzaventre in
Margarita e il Gallo
di Edoardo Erba 
Da sinistra: Lino De Motta, Alessandra Cacialli, Debora Bernardi, Filippo Brazzaventre e Vittorio Bonaccorso.
Il teatro Brancati prosegue la sua varia ed interessante programmazione, che incontra un favore sempre crescente di pubblico, al punto da costringere la direzione a predisporre nuove recite fuori abbonamento de L'incidente, la brillante commedia andata in scena il mese scorso con uno strepitoso Tuccio Musumeci. Mercoledì 3 dicembre è stata la volta di Margarita e il gallo, una gradevolissima commedia di Edoardo Erba, affermato drammaturgo italiano formatosi alla scuola del Piccolo Teatro di Milano, i cui lavori sono stati rappresentati dalle migliori compagnie. Questo Margarita e il gallo, vincitore del Premio Olimpici del teatro per la migliore novità italiana, è un piacevole lavoro d'intreccio, dal quale traspare, ma senza pedanteria, la profonda cultura di Erba, che qui ha giocato con i temi classici della commedia rinascimentale italiana, arricchendoli e riesprimendoli con una vena satirica e dissacrante assolutamente moderna, senza però mai indulgere alle tanto facili contaminazioni farsesche che rendono quanto mai stucchevoli esperimenti del genere.
Un intreccio semplice, dove le ambizioni di un tipografo squattrinato si spingono sino alla vendita per una notte della moglie ad un potente offerente, in cambio di un impiego stabile a corte; la moglie, naturalmente molto timorata di Dio, deve essere persuasa ad accettare da un prete compiacente, secondo lo stilema classico della Mandragora machiavelliana. La novità consiste però nella successiva complicazione della trama: un improvviso disguido priva il marito della presenza della moglie, che viene rimpiazzata per la bisogna dalla serva, una ragazzotta di campagna appena arrivata in città. Ma Margarita, la serva, è figlia di una strega, e lo scambio di favori, per il quale la donna dovrebbe offrire al potente gentiluomo quello che oggi si chiama lato B, manifesta risvolti inaspettati che costituiscono la parte più esilarante e dissacratoria della commedia, e che qui non si svelano per non togliere il gusto della sorpresa allo spettatore.
La compagnia è stata perfettamente all'altezza della situazione, da Lino De Motta, un fraticello dall'aria spaurita e umile, ma ben in grado di farsi i suoi bravi conti, a Vittorio Bonaccorso, che è stato un elegante e disinvolto Visconte Morello, sino ad Alessandra Cacialli, nel ruolo di Bianca, la moglie devota e timorata di Dio, che ha interpretato con la sua consueta classe e con quella dolcezza di toni che la caratterizza.
Filippo Brazzaventre, nei panni di Annibale, il tipografo squattrinato, si è mosso sulla scena con estrema disinvoltura, ma ha dato il meglio di sé nella seconda parte, dove ha offerto un'interpretazione di grande livello, passando con estrema scioltezza dal ruolo maschile a quello femminile: la magia della madre di Margarita prevedeva infatti uno scambio di anime, per cui l'anima della serva doveva entrare nel corpo di Annibale, con tutti i prevedibili risvolti. Ne risultava in tal modo un rovesciamento di ruoli che, affidato a mani inesperte, avrebbe potuto dare esiti catastrofici, con facili involgarimenti e cadute nella caricatura. Brazzaventre, dal canto suo, si è mosso benissimo, riuscendo a far ridere e a far emergere tutti i possibili equivoci di una situazione del genere, ma ogni suo sforzo sarebbe stato naturalmente vanificato se non avesse avuto come partner Debora Bernardi, nel ruolo di Margarita, che ha ancora una volta dato prova della sua estrema versatilità e del suo sapersi muovere anche nei ruoli più impervi.
Sì, perché la parte di Margarita, a ben vedere, non risultava affatto facile: nel primo atto infatti il personaggio era quello della serva, rozza, volgare e ignorante, e bisognava recitare, per esigenze di mimesis, in dialetto, ma ricordando sempre di essere dentro una commedia di stampo rinascimentale. Andava dunque evitata ogni caduta nel ridicolo, l'inflessione dialettale doveva essere sempre ben calibrata, mantenendo però intatta l'ingenuità di fondo del personaggio. Nel secondo atto invece il personaggio diventa proteiforme: deve parlare con voce maschile, passare all'italiano aulico e ad una gestualità maschile e femminile al tempo stesso. Come si vede, un ruolo che, pur nella sua comicità, e forse appunto per questo, richiede una notevole scuola, una grande abilità nei mutamenti di registro, e soprattutto un'acuta intelligenza teatrale. Tutte queste doti non sono mancate a Debora Bernardi, che ha saputo doppiare con estrema abilità i rischi del suo ruolo, offrendo una recitazione sempre impeccabile, briosa e al tempo stesso misurata.
Ottima la regia di Angelo Tosto, che ha curato anche le scene, ed è riuscito ad imprimere il giusto ritmo alla commedia, evitando i rutilanti mulinelli che affliggono spesso questi lavori comici. I costumi di Giuseppe Andolfo, storicamente attendibili e di grande affetto, insieme alle luci di Domenico di Gesù e alle belle decorazioni di Salvo Manciagli, hanno completato uno spettacolo di ottima qualità, che il numeroso pubblico ha applaudito con entusiasmo.
Giuliana Cutore
4/12/2009
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