RECENSIONI
-

_ HOMEPAGE_ | _CHI_SIAMO_ | _LIRICA_ | _PROSA_ | _RECENSIONI_| CONCERTI | BALLETTI_|_LINKS_| CONTATTI

direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

L'ultima ballata di Fabrizio

Fabrizio de André: così, senza altri fronzoli, si intitola la mostra che la sua città, Genova, ha voluto dedicargli, nel decennale della scomparsa, e che è stata inaugurata nell'austera sede di Palazzo Ducale il 31 dicembre scorso. Lo ha fatto con intelligenza e con riserbo, immaginando un percorso celebrativo lontano da sterili mitizzazioni quanto efficace nel ricostruire le coordinate di una parabola, umana ed artistica, che ha segnato un'epoca.

Due aspetti dell'esposizione colpiscono favorevolmente. Per cominciare la sua concezione innovativa, straordinariamente interattiva. Le cinque sezioni in cui si articola la mostra stimolano la partecipazione ludica del visitatore: da quella dedicata alla poetica, in cui i manoscritti delle ballate vengono illuminati seguendo le fonti sonore; a quella in cui campeggiano i personaggi delle sue ballate, eroi di enormi tarocchi – ai quali il cantautore era legato da viscerale passione – che si “costruiscono” con pochi tocchi sullo schermo di fantasiose, creative installazioni multimediali. Per questa via è possibile impossessarsi non soltanto del “messaggio” di uno dei primi musicisti italiani che hanno utilizzato la canzone d'autore per veicolare contenuti di carattere politico-sociale («Le canzoni servono a formare una coscienza. Sono una piccola goccia dove servirebbero secchi d'acqua. Cantare, credo che sia un ultimo grido di libertà. Forse il più serio. Scrivere canzoni sta diventando una responsabilità sociale, ma se ne sono accorti in pochi. Esse entrano a far parte del patrimonio culturale di un popolo, sono parte della coscienza.»), ma soprattutto di entrare in contatto con la fase creativa, autenticamente poietica, di un lavoro che è solo in ultima analisi musicale, ma prima, d'istinto, letteraria.

Basta dare un'occhiata ai manoscritti dei testi delle canzoni di De André – anche quando, negli ultimi anni, sarebbe passato alla veste dattiloscritta – per coglierne la singolare, inaspettata redazione secondo norme tipografiche che evocano i libretti d'opera dell'Ottocento: versi perfettamente ordinati in strofe e in rime, inseriti in blocchi che perfettamente ne squadrano l'impianto. Forme che, poi, suggeriscono, evocano, “contengono” storie e personaggi, seguendo una tradizione che, dall'Ottocento in poi (e non sarebbe fuor di luogo citare il Wagner del Fliegende Holländer e, prima di lui, l'Auber della Dame blanche o l'Hérold di Zampa), fa della ballata il genere privilegiato per il racconto breve, folgorante, icastico. Bene fa dunque la mostra – elaborata su pregevole progetto da Studio Azzurro, mentre l'elegante catalogo, per i tipi di Silvana Editoriale, è stato da questo curato con Vittorio Bo e Guido Harari – a visualizzare questi personaggi, a tratteggiare, ora con ironia, ora con raffinata cura storica, Carlo Martello e Marinella, la guerra di Piero e la passione di Bocca di rosa, Nancy e Andrea, il bombarolo e Sinàn Capidàn Pascià, ritratti tutti passati alla storia dell'immaginario collettivo di un'intera generazione, cresciuta nell'ultimo scorcio del Novecento.

Di quel secolo, della sua Storia e delle sue storie, Fabrizio De André diventa così interprete privilegiato, raccontato per suoni e per immagini. Lo leggiamo, ancora bambino, in una lettera a Gesù bambino, in cui chiede un cannone e soldatini italiani e americani e un violino; quindi adolescente, zazzera appiccicata dalla brillantina, studente poco incline agli studi (una pagella riporta un 2 in religione e 1 in matematica); quindi giovane contestatore, ciuffo al vento, in groppa al vespone, con la sua arma al collo, l'inseparabile chitarra. E poi la preziosa galleria dei suoi album, che segnano tappe importanti nella storia della canzone italiana come nell'evoluzione del gusto, della grafica, delle strategie di comunicazione. E ancora la nascita della canzone ‘etnica' (Crêuza de mä, in genovese arcaico, una sorta d'incomprensibile melting pot aperto alle più diverse suggestioni mediterranee) e tutti i temi che Fabrizio De André non smette di cantare: l'amore e la guerra, l'anarchia e la libertà, la Genova degli ultimi, la morte.

Forse non è un caso che la mostra si possa visitare fino al 21 giugno: perché – come accadde a Bocca di Rosa, quando fu costretta a lasciare Sant'Ilario – con lui «se ne parte la primavera». Nuvole, trasportate dal vento che soffia impetuoso sull'antico porto di Genova.

Giuseppe Montemagno

15/6/2009