L'Impresario delle Smirne
fra dolce vita e lustrini rosso fuoco 
Tanti anni fa, acquistando il sistema operativo Windows, il pacchetto di installazione conteneva anche un disco con vari giochini elettronici, fra i quali ce n'era uno il cui fine era quello di creare, a partire da una serie di animali, varie sequenze di ibridi. In tal modo si poteva dar vita ad un essere col torso di ippopotamo, le zampe di coccodrillo, le chele di un granchio e magari la testa di maiale. Ibridi graziosi ma improbabili, buoni per un giochino, ma nulla più. Eppure proprio a questi strani ibridi ci ha fatto pensare, tra uno sbadiglio e l'altro, L'Impresario delle Smirne, andato in scena al Verga di Catania la sera del 5 gennaio. A dire il vero lo spettacolo prometteva molto: la poco nota commedia di Goldoni era stata adattata da Luca De Fusco e Antonio Di Pofi, fornita dalle musiche di Nino Rota e aveva nel cast, oltre ad un attore di indubbio talento come Eros Pagni, nel ruolo dell'impresario Alì, artisti del calibro di Gaia Aprea, della quale ricordavamo ben altre e pregnanti prove sullo stesso palcoscenico.
Ma le belle premesse hanno ceduto pian piano alla noia e alla delusione. Il teatro goldoniano, si sa, nonostante i tentati di rivivificarlo dall'interno, risulta ormai francamente datato, in quanto tutte le situazioni, gli spunti comici e la vis polemica che lo animavano fino al secolo scorso, hanno perso non solo attrattiva, ma anche e soprattutto il loro referente reale, a partire dal gioco amoroso, passando per la società veneziana del ‘700, per finire con i vari strati sociali esaminati, ormai distanti anni luce da quelli attuali.
L'Impresario delle Smirne metteva in ridicolo una sequela di cantanti a caccia di ingaggi che oggi, nell'epoca delle agenzie, di Internet e dei concorsi canori, non esistono più. E lo stesso dicasi per l'impresario e i suoi accoliti, figure in questa commedia più simili a quelle dei lenoni, cosa che magari nel 1700 aveva un senso e una vis comica, ma oggi non più. E su questo corpo da brontosauro sono state disposte vesti ambigue, a metà tra i costumi settecenteschi, gli abiti moderni (specialmente per i maschi) e i vestiti sparluccicanti delle sciantose.
Già a questa prima mescolanza venivano fuori discrepanze vari, ma ben stridenti, tra l'ambientazione della commedia, una locanda settecentesca tramutata in un improbabile albergo dove i cantanti giungevano su strani trabiccoli a metà tra il risciò e la toilette da camerino, la lingua, un italiano aulico che faceva a pugni con i costumi e la gestualità degli attori, più o meno come un elmo romano su un frac.
Ma la vanificazione del copione e della trama ha toccato il fondo con l'inserimento delle musiche di Nino Rota, che richiamavano esplicitamente La dolce vita e Il Padrino, e che hanno tramutato in un musical raccogliticcio e confuso la commedia, un musical dove le parti da sopranista si alternavano alle arie e alle canzoni, in un guazzabuglio sonoro e stilistico dominato dal rosso squillante dei costumi femminili e delle scene, e dove Eros Pagni, piuttosto a disagio e quasi costipato nella parte, tentava invano, con la classe che qui ci è apparsa francamente sprecata, di riprendere e serrare le fila di una rappresentazione che ha fatto dell'incongruenza e della frammentarietà il suo tratto dominante.
Lo scarso pubblico presente ha tributato alla compagnia poco più che applausi di cortesia, e non sono mancate le defezioni alla fine del primo atto.
Giuliana Cutore
8/1/2010
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