RECENSIONI
-

_ HOMEPAGE_ | _CHI_SIAMO_ | _LIRICA_ | _PROSA_ | _RECENSIONI_| CONCERTI | BALLETTI_|_LINKS_| CONTATTI

direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 

Una prima assoluta:

Roméo et Juliette

Roméo et Juliette andò in scena il 27 aprile 1867 al Théâtre–Lyrique di Parigi. L'opera nacque mentre Gounod preparava la nuova versione del Faust per l'Opéra e si apprestava a rivedere la Mireille. Roméo et Juliette non andò esente da rifacimenti e da aggiustamenti nel passaggio dal Théâtre–Lyrique, all'Opéra Comique e poi all'Opéra, dove approdò nel 1888. Con il Faust è l'unico titolo di Gounod ad entrare stabilmente in repertorio. La circolazione di Mireille è sporadica e limitata alla Francia. Tra i motivi della riuscita c'è la felice riduzione della tragedia di Shakespeare, l'individuazione musicale dei protagonisti con pagine solistiche travolgenti, a cominciare dai Duetti d'amore: un flusso inesausto di passione che attraversa l'opera. C'è poi l'abilità di articolare il dramma in strutture musicali costruite con solido mestiere, come il grande concertato del III che ritrae gli affetti dei protagonisti di fronte alla catastrofe. Nell'ottica della produzione francese, il cui esito finale è il palcoscenico dell'Opéra, Roméo et Juliette è un lavoro per ugole eccezionali in un abbraccio reciproco tra dramma e virtuosismo, tra pagine ispirate e scintillio di stelle. Così l'albo d'oro dei grandi interpreti è un parterre de roi, dove accanto alle voci francesi o francofone si sono aggiunti via via esecutori provenienti da differenti aree geografiche.

Il ritorno di Roméo et Juliette alla Scala ci permette di osservare che uno dei capitoli più avvincenti della storia dell'arte e, dunque della musica, è quello della fruizione del prodotto artistico. Così può capitare di scoprire che quello che è considerato un caposaldo della storia dell'opera sia stato rappresentato ben di rado nei teatri italiani. Roméo et Juliette di Charles Gounod non è un capolavoro. Non è la Traviata, non è il Tristan und Isolde, non è la Carmen e non è il Wozzeck. Ma è un'opera degna che si ascolta con piacere e, che forte del talento melodico del suo Autore, prende il pubblico. Eppure, non ci credereste, al Teatro alla Scala di Milano, mancava dal 1934, quando ebbe per protagonisti Mafalda Favero e Beniamino Gigli. Prima di allora era stata messo in scena per tre volte. I cultori di voci storiche stupiranno di fronte alla locandina dell'edizione del 1911: diresse Tullio Serafin, con Lucrezia Bori e Leonid Sobinov. Il celebre tenore, punta di diamante della scuola russa dell'età imperiale, era sinonimo di canto angelicato e charme, di paradisiache mezze voci e di elegante virilità, declinate secondo i canoni imperanti della Belle Epoque.

Andrà però osservato che quella odierna può essere considerata una vera e propria prima assoluta locale, dal momento che finalmente Roméo et Juliette si canta alla Scala in lingua originale, dopo esservi stata eseguita sempre in italiano con il titolo di Romeo e Giulietta. Per questo sarebbe stato opportuno non tagliare i balletti del IV Atto, che Gounod aggiunse per l'Opéra. Vi arriva con uno spettacolo che non è di nuova produzione. Si tratta piuttosto di quello già presentato qualche anno fa al Festival di Salisburgo con le scene di Michael Yeargan, i costumi di Catherine Zuber, le luci di Jennifer Tipton e la regia di Bartlett Sherr, coadiuvato dal Mestro d'armi B.H. Barry, per coordinare i movimenti dei duelli.

Il passaggio scaligero, però, ha comportato un problema. L'allestimento fu pensato per la Felsenreithschule. Tutti sanno che questa sala, che fa parte del Palazzo del Festival, è ricavata dalle scuderie degli Arcivescovi di Salisburgo. E' un luogo particolare il cui palcoscenico, aperto a vista sulla platea, è chiuso da arcate sovrapposte che si appoggiano alla roccia di uno dei colli che sovrastano il centro storico della città austriaca. La struttura non comporta dunque alcun fondale, ma crea un episodio architettonico difficile eppure originale. Il palcoscenico è insomma uno spazio evocativo, una sorta di pedana dove tutto può avvenire, mentre l'assenza di fondale non vincola mai lo svolgimento dell'azione. Al contrario le conferisce una suggestione del tutto particolare. Alla Scala, come in qualsiasi teatro dall'impianto tradizionale, questo non è possibile. Si è dovuto procedere ad un rimaneggiamento provocando gravi squilibri. La scena è stata chiusa da strutture architettoniche che andavano a completare le quinte. Il risultato: una piazza, dove l'azione, trasportata nel Settecento, risulta soffocata e spesso assurda. Tutto si svolge lì: la festa in Casa Capuleti, la scena del balcone, il matrimonio tra Roméo e Juliette, la scena della morte. Per rimediare al problema, lo scenografo studia di volta in volta degli accorgimenti. Ma sono soluzioni non felici. Ciò nonostante, il pubblico, in gran parte ignaro di cos'era lo spettacolo al suo esordio salisburghese, applaude contento. Ha ritrovato l'opera tradizionale, con scene imponenti, costumi sgargianti, scenografie d'effetto ed una regia didascalica, ma efficace. Gli basta.

La presenza di due protagonisti credibili fa passare lo spettacolo in secondo piano. Il loro successo comincia dal phisique du rôle che permette all'uno e all'altro di non sfigurare nei panni degli innamorati di Verona. Roméo è Vittorio Grigolo, tenore che oggi va per la maggiore, reduce dai successi londinesi, mentre il Duca del Rigoletto televisivo, inviso ai melomani, gli ha dato fama planetaria, consacrata anche dal felice debutto al Metropolitan. Grigolo è un tenore lirico dalla voce fresca e generosa, di quelle che si impongono e piacciono al pubblico. È una voce che non ti lascia indifferente, ma che per il timbro esce dall'anonimato. Essa si sposa assai bene al personaggio dell'innamorato che rende con moderno sentire, tale da andare incontro al nostro gusto. In questi anni Grigolo ha imparato a cantare sempre meglio, così che la sua tecnica gli permette di affrontare con sicurezza la parte di Romeo. Va da sé che la canti con generosità tutta italiana che può increscere ai puristi per i quali l'opera francese vive di un rapporto particolare con la lingua dalla quale promana la melodia. Da qui nasce l'inevitabile confronto con Roberto Alagna, che in tempi recenti ha dato mirabile interpretazione del personaggio. Non dimentichiamo poi che Grigolo deve confrontarsi con Roméo storici: quello di Kraus e di Björling che sono ben presenti ai melomani di tutto il mondo. Tra giganti di questo genere e interpreti più recenti, ma altrettanto validi, come Giuseppe Sabbatini e Rolando Villazon, che fu il protagonista dell'edizione salisburghese, finita in video, Grigolo riesce a ritagliarsi un suo spazio. La sorgiva schiettezza del suo canto supplisce ad un più complesso scavo di colori e di accenti, mentre l'acuto attende di trovare una ancor maggiore sicurezza e di far tacere i detrattori non sacrificando la puntatura del concertato del III Atto. Converrà però osservare che il suo stile è corretto. Grigolo non abusa di quei portamenti che, nonostante l'eccezionalità della voce, costituiscono una pesante ipoteca vocale sul Roméo di Corelli. Dice le frasi con partecipazione e trova accenti convincenti. Radioso nella Cavatina del II Atto, è travolgente nei Duetti d'Amore, dove sa passare dalla delicatezza del Madrigale del I Atto, ‘Ange adorable', alla passione di quello del IV, ‘Nuit d'hymenée!'.

Juliette è Nino Machaidze, artista di fama internazionale, che compensa con il canto il limite di una voce non bella, dal timbro asprigno. Ma nel Valzer la sa fare danzare con charme, rubando ad arte il tempo, non temendo il trillo e l'acuto. Nei Duetti ha abbandono, mentre l'Aria del veleno, ‘Dieu! Quel frisson court dans mes veines?', è più problematica, dal momento che la tessitura insiste nel centro e scopre la gracilità di una zona non felice della voce. Attorno ai protagonisti la Scala riunisce un cast onesto, ma non segnato da particolari illuminazioni, così che ci sembra inutile diffonderci sui singoli elementi dopo averli nominati: Alexander Vinogradov è Frère Laurent (genericamente all'altezza della situazione), Russel Braun, Mercutio (debole nella Ballata della Regina Mab), Cora Burggraaf (pallida nella Canzone del III Atto, ‘Que fais–tu blanche tourterelle'), Stéphane, Franck Ferrari, Capuleti, Juan Francisco Gatell, Tybalt, Susanne Resmark, Gertrude, Olivier Lallouette, il Conte Paris, Ronan Nédélec, Grégoire, Jaeheul Kwon Benvolio, Simon Lim, Le Duc.

Gioverà piuttosto osservare che Yannick Nézet–Séguin ha dato unità allo spettacolo, con una direzione coerente che sa assecondare la melodia di Gounod, metterne in risalto l'aspetto formale e fare risaltare con sufficiente chiarezza la tavolozza timbrica. La sua bacchetta trova sostegno nell'eccellente esecuzione orchestrale e in un Coro, che diretto da Bruno Casoni, partecipa all'azione da protagonista. Basta il Concertato del III Atto a provarne la forza espressiva.

Alla nostra recita, quella del 13 giugno, il successo è stato caloroso con grandi festeggiamenti: Grigolo e la Machaidze con stati applauditi a scena aperta e al termine dell'opera.

Giancarlo Landini

8/7/2011