RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Un surrealista del nostro tempo:

Grigory Sokolov

Palermo, Teatro Politeama, 20 gennaio 2009

 

 

Per la terza volta in pochi anni ho assistito ad un recital di Grigory Sokolov. Praticamente è diventato per me un appuntamento fisso ogni qual volta fa tappa in Sicilia. Perdere un suo ascolto, significa privarsi di qualcosa di ormai molto raro nel panorama concertistico mondiale. Non mancare ad un suo concerto è fonte di sicuro arricchimento per lo spirito e per la mente. Già, la mente. Una volta Bruno Monsaingeon parlando dell'amico di sempre Gould, disse che per il pianista canadese la musica era principalmente una questione cerebrale, una “cosa mentale”. Con Sokolov non siamo poi così distanti da questo assunto; ogni nota eseguita si carica di significati che trascendono la realtà, nettare divino che nutre e illumina la mente. E ad ogni concerto si ripetono e confermano le stesse inossidabili convinzioni e certezze. La prima volta, nell'ormai lontano 2004, fu la volta di Bach e Beethoven, con una interpretazione della sonata op.111 da antologia per lucidità mentale e profondità di comprensione dei contenuti. Due anni fa, al Bellini di Catania, così come la prima volta, si passò a Schubert e Skrjabin, con un recital che, a mio avviso, è stato uno dei migliori che il Bellini abbia organizzato negli ultimi anni. Quest'anno, per la stagione serale dell'Associazione siciliana amici della musica di Palermo, gli autori scelti sono stati Beethoven e Schubert, quasi una sintesi ideale dei precedenti incontri. Di Beethoven, due sonate che simbolicamente aprono e chiudono il percorso, a dirla come il Lenz, giovanile: la sonata op.2 n.2 e la sonata “quasi una fantasia” op.27 n.1. Di Schubert, una delle sonate dai toni più marcatamente accesi, in cui la drammatizzazione beethoveniana (I tempo) ed un gusto umoristico protoschumanniano (presente in molti degli episodi puntati disseminati un po' ovunque nel brano) si sposano in felice connubio. La dota più grande di Sokolov, cosa che lo rende tra i migliori interpreti in assoluto, è l'estrema naturalezza con cui riesce a porgere all'ascoltatore una lettura del tutto personale senza che questa risulti troppo eversiva o addirittura discordante rispetto al testo. Una qualità che a tutta prima può sembrare banale da sottolineare, giacché dovrebbe essere l'obbiettivo imprescindibile verso cui tende ogni interprete. Eppure, pochi come Sokolov riescono in siffatto processo con risultati altrettanto efficaci e convincenti. L'attacco dell'op. 2 n.2 evocava una leggiadria di giovanile spensieratezza, con un gioco dinamico superlativo ed un equilibrato abbandono emotivo, che sapeva cogliere il germe preromantico presente nel giovane Beethoven, presente in specie nel Largo appassionato. Ovviamente erano presenti scatti di bruciante ardore, nel finale di sonata così come nell'op.27 n.1. Brano, l'op.27 n.1, che nel catalogo beethoveniano ricopre un ruolo particolare. Tutti sanno che essa fa parte di un binomio in cui l'altra faccia della medaglia è rappresentata dalla ben più celebre op. 27 n.2, nota ai più con l'apocrifo titolo di “Al chiaro di luna”. Per entrambe le sonate Beethoven aveva posto un titolo programmatico molto significativo: Sonata quasi una fantasia, per il Clavicembalo o per Piano-Forte. Nell'op.27 n.1 convivono due anime, come le definisce Rattalino, una ardentemente progressista e una biecamente reazionaria. La prima appartiene a Beethoven, il quale aveva realizzato una sonata che rompeva nettamente con gli schemi formali tradizionali. La seconda al suo editore, che furbescamente invogliava i possessori del clavicembalo ( a quei tempi ancora lo strumento per eccellenza e il più diffuso) ad acquistare musica che in realtà rappresentava la definitiva affermazione delle nuove potenzialità del pianoforte. In effetti, un recupero di certi tratti stilistici oltre che tecnici propri del clavicembalo l'op.27 n.1 li presenta, frutto di quel continuo ripensamento del passato che non abbandonerà mai Beethoven , fino alle vette estreme toccate con le ultime sonate e con le Variazioni Diabelli. E proprio in virtù della duplice destinazione della sonata si può leggere la scelta di una approccio indubitabilmente clavicembalistico della sonata da parte di un interprete del calibro di Glenn Gould (il quale, sia detto per inciso, trovò in questo caso terreno fertile per uno stile esecutivo che per lui era la regola).

Per quanto riguarda Sokolov, non vi è dubbio alcuno che il pianista russo vi legga, come è logico fare, un mezzo naturale per mettere in evidenza una ricerca timbrica squisitamente pianistica. In essa, come del resto nelle altre opere interpretate, mette in rassegna tutto l'arsenale musicale a sua disposizione, ottenuto attraverso attacchi differenziati dei tasti e suoni timbricamente cangianti. A riguardo si può portare ad esempio il magnifico contrasto creato nell' Allegro molto e vivace tra l'intima, vellutata dolcezza colloquiale delle semiminime delle prime undici battute cui segue un repentino, brusco cambio nelle tre seguenti, con una brutalità tipicamente beethoveniana e accenti dal sapore ferrigno. E che dire del finale? Una condotta delle parti che dà risalto ad una raffinata arte polifonica. Le proprietà cangianti del suono di Sokolov risaltano ancor di più in Schubert. Una sonata dalle dimensioni titaniche, l'op.53 in re maggiore, che dura quasi quaranta minuti. E soprattutto è un brano difficilissimo da passare a memoria, ricco di episodi e sviluppi tematici dalla scrittura fra le più intricate. Ebbene, la tenuta di Sokolov è semplicemente magistrale, con pieno controllo di ogni aspetto tecnico ed emotivo e in più quel tocco di visionarietà che da sempre contraddistingue ogni sua interpretazione. La sonata è brano ricco di ritornelli che Sokolov, ovviamente, rispetta alla lettera con metodicità certosina. Da grande interprete qual è, il Nostro fornisce una diversa lettura in alcuni ritornelli. Un esempio su tutti: Nel Trio dello Scherzo, unica vera oasi lirica di tutta la sonata, sapientemente messo in evidenza da Sokolov, nel finale della seconda volta in cui viene eseguita la seconda frase effettua un decrescendo e rallentando molto più netti e definiti di prima, dando appieno il senso della conclusione di un episodio e chiarendo a tutti che quanto appena sentito non si sarebbe più ripetuto. Altra perla, sempre nello Scherzo , la capacità di cambiare totalmente umore dai furiosi accordi ribattuti dell'inizio al gioco divertente e divertito con cui attacca, a battuta cinquantadue, la trasformazione umoristica dello stesso episodio iniziale.

L'affermazione di sé, della propria personalità, della propria condizione umana e artistica sono al centro degli interessi di Sokolov. La visione magica e irreale che assumono le sue interpretazioni sembrano avvicinarlo alla poetica del surrealismo, fondato sulla rivalutazione dell'inconscio, dell'immaginazione, del meraviglioso e del magico, come vera realtà e verità umana, contro la logica, il razionalismo e gli stessi valori estetici e morali tradizionali. Ma i pensatori surrealisti, come ci ricorda Arturo Schwarz (da molti considerato oggi l'ultimo surrealista vivente), avevano come principale prerogativa quella di cambiare il mondo, concetto in realtà utopistico e comune un po' a tutte le correnti artistiche. Quello che li distingueva dagli altri era il credere che ciò fosse possibile solo attraverso la conoscenza del proprio io, della propria interiorità. Conoscere bene se stessi per poi cambiare il resto del mondo. Senza questo passaggio fondamentale non è attuabile, e neppure concepibile, alcun cambiamento. Sokolov potrebbe benissimo rientrare in quest' ottica, considerando che è un pianista che presenta se stesso attraverso la letteratura musicale. Anzi, è proprio grazie alla musica che, forse (naturalmente è solo un'ipotesi), riesce a conoscere meglio se stesso e a presentarlo al pubblico. Come un surrealista Sokolov impara a leggersi dentro, ad entrare in contatto sempre più diretto con la sua anima (e quindi con la sua psiche), e lo fa per mezzo della musica, da sempre considerato potente strumento di conoscenza. Inoltre lo Schwarz ci fa notare che legata al pensiero dei surrealisti è anche la tradizione alchemica dei cercatori della pietra filosofale, che aveva il potere di trasformare il piombo in oro, e insiste nel ricordare che questa non è altro che una metafora simbolica con cui si vuole rappresentare la pesantezza dell'ignoranza (il piombo) che viene trasformata nella conoscenza e nel sapere (l'oro). Tema, come si è già notato, caro ai surrealisti e alla loro ricerca della verità interiore e che in qualche modo può essere ripreso anche per simboleggiare l'arte di Sokolov che, alchemicamente, sembra in grado di trasformare la materialità fisica del suono in un universo indefinito e fantastico, liberando lo spirito verso la conoscenza di mondi superiori del sapere in cui la ragione non ha accesso, ma varcabili solo dal potere dell'inconscio.

Benedetto Ciranna

22/1/2009