RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Il Beethoven che non ti aspetti

Quello di lunedì pomeriggio è stato il primo concerto pubblico tenuto da Freddy Kempf nel nostro capoluogo. Va da sé, quindi, che si trattasse di una sorta di “piccolo” avvenimento. La curiosità, da parte di chi scrive, era molta. Finalmente era venuta l'occasione di ascoltare dal vivo uno dei giovani pianisti forse tra i più promettenti e interessanti del momento. Quello che fece gridare allo scandalo pubblico e critica per aver conquistato soltanto il terzo premio al concorso “Cajkovskij” di Mosca, uno dei più prestigiosi al mondo, che annovera tra i suoi trionfatori gente del calibro di Vladimir Ashkenazy, John Ogdon e Grigory Sokolov. Il trentaduenne londinese è stato artefice di una registrazione degli studi di Chopin fra le più interessanti e originali degli ultimi anni, nonché di alcune pagine celebri di Schumann come il Carnaval e la Humoresque. Ho ascoltato personalmente tutte queste registrazioni, rimanendo molto colpito dalla travolgente passionalità delle interpretazioni di Freddy Kempf. Dalla ricerca di un qualcosa d'altro, anche se si trattava di pagine tra le più eseguite e conosciute dell'intera letteratura pianistica. Trasporto travolgente, coinvolgente e ricerca del nuovo: cosa chiedere di più ad un interprete? Con queste premesse, venuto a conoscenza che il recital palermitano si sarebbe aperto con due sonate di Beethoven, ci si aspettava di essere inghiottiti in un vortice di inesauribile passionalità. E che sonate! Le due che per antonomasia inquadrano l'eroicità beethoveniana: l'opera 53 in do maggiore (nota ai più come Aurora) e l'opera 57 (la titanica Appassionata). Sonate eroiche per definizione, dunque, in cui per la prima volta Beethoven valica i limiti delle possibilità pianistiche fino ad allora conosciute, per sperimentare timbriche e tecniche del tutto innovative. La caratteristica stilistica su cui si basano queste sonate risiede tutta nei contrasti. I forti, brucianti, repentini contrasti dinamici con cui il Maestro di Bonn traslava in musica il suo focoso temperamento, la sua ardente anima rivoluzionaria. Si tratta, quindi, di un dato stilistico cui non si può prescindere e che se non messo nel dovuto rilievo rischia di far crollare l'intero impianto concettuale delle sonate. Il lettore avrà già capito che, con mio grande stupore, è proprio questo che ho trovato come assente ingiustificato nell'esecuzione di Kempf. Un approccio fin toppo timido, controllato ha caratterizzato l'opera 53. La timbrica di Kempf aveva anche un suo fascino suggestivo in alcuni passaggi, ma mancava di contrasti; quella brusca e fulminea alternanza dal forte e/o fortissimo al piano e/o pianissimo che, mi ripeto, ritengo sia l'autentica cifra stilistica di questo Beethoven. Eccolo, dunque, il Beethoven che non ti aspetti, e per di più da un artista col temperamento di Freddy Kempf. A dire il vero credo che il Nostro non fosse proprio in giornata di grazia. Per tutto il primo tempo del'op.53 si notava qualcosa di strano. Era come se qualcosa non funzionasse al meglio. Nessun errore evidente, per carità, nessun vuoto di memoria grave tale da far credere che da un momento all'altro si possano perdere le coordinate di quello che si sta facendo, ma c'era qualcosa nell'esecuzione che denunciava un malessere. Magari si tratta solo di una impressione, molto personale e come tale contestabilissima, comunque molto forte. Ma al di là della condizione, che poteva non essere al top, è indubbio che la linea interpretativa di Kempf sia il frutto di una ponderata e personale riflessione. Ovviamente non sono mancati momenti di grande interesse interpretativo, in cui si vede la personalità dell'artista che viene fuori. Mi riferisco alla scelta di alcuni pedali, con impasti armonici interessanti ed efficaci, e a quello che ritengo sia il pezzo forte della tecnica di Kempf, sfoderato anche nel seguito del recital, ossia la grande facilità con cui esegue i passi di agilità estrema nel pianissimo. La leggerezza di una piuma sposata ad altissima precisione nell'articolazione; davvero notevole. Assistere alla seconda parte del recital potrebbe far supporre un'altra considerazione sulla partenza, diciamo così, “frenata” di Kempf. Con le Variazioni su un tema di Corelli di Rachmaninov e la Ciaccona Bach /Busoni, infatti, è inevitabile che i giochi cambino. E infatti così è stato. Entrambi i pezzi sono costituiti da un tema e variazioni che mettono a dura prova la tenuta psico-fisica di chi si accinge a suonarli, per di più se vengono dopo due colossi come le sonate beethoveniane di cui sopra. Si potrebbe pensare, dunque, ad un sapiente e precauzionale dosaggio di energie da parte del pianista, il quale voleva tenersi lucido e reattivo per il resto del programma. E un abbandono c'è stato, in alcune variazioni di Rachmaninov, ma soprattutto nella Ciaccona. Eseguite in modo tecnicamente convincente, nelle Variazioni Corelli sarebbe stata gradita una ipocondria maggiore. Un brano in cui armonie volutamente aspre, che rompono qualsivoglia legame sociale, fanno ripiegare il brano in se stesso in una malsana condizione esistenziale. Molto ben riuscito è apparso il finale, con i suoi salti impegnativi. Nella Ciaccona, a parte un momento nelle prime variazioni veloci, in cui ha rischiato di andare letteralmente su di giri e perdere il controllo, vi erano alcune cose fra le migliori. Come unico bis Freddy Kempf ha proposto lo Studio in la bemolle op.25 n.1 di Chopin. Brano rilassante, dopo opere così granitiche, con il quale un Kempf visibilmente stanco, si è congedato da questa sua prima e non proprio riuscitissima esperienza palermitana.

Benedetto Ciranna

11/2/2009