RECENSIONI
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Parenti e altri guai

La Casa della Nonna di Nino Romeo al Brancati di Catania

Da sinistra: Graziana Maniscalco e Mariella Lo Giudice.

La sfera femminile dei rapporti parentali ha sempre costituito un oggetto d'indagine privilegiato sia della letteratura che della drammaturgia siciliane, quasi ossessionata da quell'ambivalenza della donna, inquietante e consolatoria, maliarda e casalinga, strega e fata benefica, che certamente rappresenta un ancestrale retaggio dei nostri progenitori greci.

Come non ricordare le pagine magistrali del funus di donna Marianna degli Asmundo, madre e noverca, che aprono i Vicerè? E come non rimanere sbigottiti dinanzi alla ferina lussuria della Lupa di Verga?

E l'elenco potrebbe divenire un catalogo di mozartiana memoria, in un caleidoscopio femminile al quale ogni autore siciliano ha aggiunto una tessera, sino persino ad Andrea Camilleri, che alla dolce Livia di Montalbano non ha potuto non contrapporre la bellissima Ingrid, bionda svedese forza panica del femminile.

Rischieremmo però di tediare il lettore, cosa che non vogliamo fare, consapevoli e ossequienti ad un'aurea regola estetica greca, che recita mega bibliòn mega cacòn

Ed è davvero un peccato che Nino Romeo, apprezzato drammaturgo italiano, che ha debuttato il 19 novembre al teatro Brancati di Catania con La Casa della Nonna, non abbia tenuto presente questa regola, magari incorniciandola a mo' di fermacarte sulla sua scrivania. Sì, perché se ha mostrato di saper fare buon uso di una tradizione consolidata del teatro moderno, che privilegia il serrato dialogo fra pochi attori, peraltro ricco di resipiscenze classiche, residuo ormai irriconoscibile del tragico greco, sull'intreccio naturalistico, sostituendo alla vicenda che dovrebbe svolgersi sul palcoscenico i flashbacks mnemonici dei protagonisti, non è però stato in grado di dosare tempi, ritmi e lunghezze del lavoro, inficiandolo di tutta una sproporzione di fondo, che ha danneggiato sia la tensione drammatica, sia l'interessante impianto linguistico del primo tempo (una contaminatio tra italiano e dialetto siciliano che conferiva profondità e presenza al personaggio assente della Nonna), sia a lungo andare la recitazione delle due protagoniste, Mariella Lo Giudice e Graziana Maniscalco, due sorelle che ricordano la nonna morta, offrendone contemporaneamente due ritratti contrastanti, ciascuna in perfetta rispondenza con la fittizia personalità (perbenista e bigotta l'una, dissacratoria e anticonformista l'altra) che presentano al pubblico all'inizio della pièce.

Se infatti nel primo tempo la tensione drammatica, egregiamente intrisa di umorismo nero, faceva registrare un klimax di grande efficacia, incanalando anche la recitazione in un suggestivo straniamento, che la tetra scenografia di Umberto Naso contribuiva ad amplificare, nella seconda parte, intrisa qua e là di lungaggini talvolta assurdamente da avanspettacolo, la vicenda si è banalizzata in una scurrile caricatura, che nulla aveva più, come nel primo tempo, di dissacratorio e funzionale all'azione, caricatura dove l'ecolalia ha sembrato dominare, e senza più alcun fine espressivo, trascinando purtroppo, nell'irrompere sempre più marcato dal dialetto, anche la qualità della recitazione, ormai pallido ricordo dell'algido distacco postespressionista del primo tempo.

Un'occasione sprecata, dunque, un de-cadere nella penosa tentazione del comico dialettale, e con tutti i suoi limiti, alla quale né la Maniscalco, ma soprattutto la Lo Giudice, sono riuscite a sottrarsi.

Giuliana Cutore

21/11/2010

La foto del servizio è di Francesco Ruggeri.