RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Prima la musica poi le parole

Riccardo Muti si racconta

Una vita spesa per la musica, quasi un sogno  nel compenetrarsi  da un'orchestra all'altra,dirette anima e corpo in cinquant'anni di carriera, nei teatri più prestigiosi del mondo.  Una passione raccontata da Riccardo Muti nell'autobiografia  edita dalla Rizzoli Prima la musica poi le parole (da un divertimento teatrale di Giovanni Battista Casti, musica di Antonio Salieri). Il maestro, di recente colto da malore  a Chicago, e svenuto dal podio dell'omonima orchestra americana, nonostante la ferita al viso e le fratture multiple alle mascelle, non ha affatto perso il buon umore. Ricoverato al  Northwestern Memorial Hospital di Chicago, dove è stato sottoposto a intervento chirurgico, ha già chiesto gli spartiti per tornare a dirigere.

L'amore per la musica permea la narrazione di Muti, che ripercorre le tappe della sua formazione, sin dalle  origini napoletane, classe 1941. Subito dopo, a Molfetta, in Puglia, dall'input del padre, bravo medico dalla splendida voce tenorile, inizia l'avventura musicale del piccolo Riccardo, con un'esibizione al violino, all'età di nove anni, di un concerto di Vivaldi in la maggiore,di fronte a trecento seminaristi pontifici, sull'accompagnamento al piano del maestro Aldo Gigante. Dal conservatorio Piccinni di Bari a quello di Napoli, la scuola pianistica di Vincenzo Vitale conferisce a Muti  un abbraccio tout court alla musica, inducendolo al rispetto del fraseggio naturale interno al periodare, senza abbandonarsi a interpretazioni arbitrarie.

Ed ecco i primi passi dell'attività direttoriale di Muti sino al premio del concorso Cantelli, nel 1967. Il maestro, sollecitato da Jacopo Napoli, direttore del conservatorio di S.Pietro a Majella, apprende i due compiti differenti da Ugo Ajello, ovvero “la destra fa il ritmo e la sinistra il cuore”, nella prima esperienza alle prese con i concerti di Bach per due e quattro clavicembali. In seguito, a Milano, lontano dall'ambiente “caldo” del Vesuvio, sarà Antonino Votto, collaboratore di Toscanini alla Scala, a plasmare l'impronta gestuale di Muti, con le braccia quale naturale estensione della mente,  dal  tratto severo che ha sempre contraddistinto il porgersi del maestro. E con l'essenza del comunicare, per abbattere l'isolamento del podio, cantando spesso le frasi da far comprendere “senza troppe parole”, nel felice sodalizio con numerose e pregevoli  orchestre: i “leoni” dei Wiener Philharmoniker al festival di Salisburgo, il cui podio ha accolto Muti ben 200 volte per quarant'anni, invitato a suo tempo da Herbert von Karajan; la Philharmonia   Orchestra di Londra, la ferrata “macchina da guerra” di Philadelphia , gli ensemble di Berlino, del Teatro La Scala di Milano, del San Carlo di Napoli  e del Maggio Fiorentino. Dal  fondatore di quest'ultimo, Vittorio Gui, Muti attinge una direzione come fatto culturale, di pensiero, dove il gesto  appare  secondario. Da lì, alla domanda retorica posta dal maestro: “Che cos'è l'interprete se non un critico che batte alle porte della creazione?”, il nuovo approccio filosofico di Muti   sulla scia di chi aveva riscattato l'arguzia colta di un Rossini o il leggero garbo di un Donizetti.

L'autore afferma di aver riletto con devozione Giuseppe Verdi puntando a sviscerarne l'imponderabile dietro il segno musicale, con le sue possibilità infinite, spirito col quale affrontò la trilogia popolare di Rigoletto, Trovatore e Traviata nel 2001, accanto ad altre opere ricondotte alla partitura originale. Ma il passato, secondo Muti, lungi dall'essere museo, va rinnovato anche  alla luce di nuove proposte interpretative, quasi una sfida ai mitici Corelli, Tebaldi  o Callas. Il maestro lancia un monito anche sulla tutela dei grandi teatri lirici, come il San Carlo, dalla splendida acustica che lo rende orgoglioso. “Salvarne uno o due è un atteggiamento antistorico " – specifica, citando quelli delle più grandi città italiane, tra cui anche Catania. Ama rievocare della nostra terra, “dove fioriscono i limoni” nel ricordo di Goethe, l'intenso profumo di zagara quando  vi atterrò nel 1967, per dirigere nel teatro catanese Bellini, Parodi e Dvorak, e  il calore dell'allora primo violoncellista Paladino, quando in piedi coinvolse tutta l'orchestra, “calda e appassionata" quasi una direzione a quattro mani, nulla a che vedere con la compostezza di adesso. Il maestro si sofferma su registi innovativi quali Erwin Piscator,  Luca Ronconi (strepitoso nel Nabucco di Verdi), Antoine Vitez (Le nozze di Figaro), Miklòs Jancso, e scenografi eclettici come Giacomo Manzù. E dichiara la sua grande fiducia nella potenza espressiva della musica, sempre in grado di colpire lo spettatore, al di là dell'azione scenica ritenuta invece essenziale da alcuni registi, mentre si rammarica per una mancata collaborazione con Federico Fellini, Ingmar Bergman e Bernardo Bertolucci.  Rievoca la grandezza di Giovanni Paolo II nella sua semplicità, e nel condividere il degrado dell'attuale musica sacra, come afferma Benedetto  XVI,  si dichiara favorevole alla messa in latino. Con l'orchestra di formazione giovanile Luigi Cherubini, Muti ha visitato città martiri come Sarajevo e Beirut; e ancora in virtù di una musica senza confini ha raggiunto Ground Zero, per dirigere sul luogo dell'esplosione il coro della Filarmonica della Scala. Muti  ricorda la “meravigliosa umanità" dei carcerati di Bollate, di fronte ai quali si esibì al pianoforte ricordando loro che ciò che importa non è capire la musica da intenditore o melomane, ma recepirne  un messaggio interiore,  le emozioni che essa comunica.

Anna Rita Fontana

13/2/2011