| Cavalleria e Pagliacci
Il ritorno
Quindici recite con tre (quasi quattro) cast alternativi e un pienone: ritorno con buon successo, dopo venti anni e passa, per il ‘dittico' Cavalleria-Pagliacci. Il perché di una così lunga assenza si capisce subito. Le voci che richiedono questi titoli così amati dal pubblico (alla faccia di postmoderni ed intellettuali piuttosto snob) sono sempre più scarse; al Liceu si avevano dei nomi che contano tra i più quotati per le parti dei protagonisti, eppure....
Marcello Giordani e José Cura rivestivano i panni di Turiddu e Canio nelle stesse serate (oggi una vera e propria sfida). Scommessa non del tutto vinta: Giordani è un buon Turiddu (la voce ancora lirica e di acuto squillante si trova più a suo agio qui) e un Canio tutto sommato corretto, ma l'interpretazione latita. Cura è noto soprattutto invece per le sue capacità come attore. Non però questa volta: sembrava apatico tutto il tempo e quanto si sentiva era poco piacevole, opaco, di fiato corto e un'emissione –s e si può parlare in questi termini – tutta ‘sua' (Turiddu, naturalmente, gli riusciva molto meno ma soprattutto era noioso; in Canio c'era qua e là qualche bagliore).
 Ildiko Komlosi e Luciana D'Intino offrivano due versioni diverse ma più che accettabili di Santuzza (la prima più ‘aristocratica' e di registri più omogenei; la seconda, di centro e grave opulenti, non sembrava a suo agio negli acuti ed era più una donna in preda a tutte le ambasce). Ángeles Blancas, intensissima Nedda, ha la voce quasi a pezzi, mentre invece Inva Mula, corretta interprete, era senz'altro la migliore in campo di tutta la serata dal punto di vista vocale. Marco Di Felice, eccellente Alfio, alternava il ruolo, tra altri, con un tonitruante George Gagnidze sull'orlo della macchietta. Andrzej Dobber è un baritono notevole, ma il suo Prologo/Tonio (in particolare il secondo) mancava d'intenzione (Vittorio Vitelli, che è migliorato, non ha purtroppo lo spessore che la parte richiede e come interprete seguiva tutta la tradizione ma senza cogliere nel segno – esempio supremo, il duetto con Nedda). Jean-Luc Ballestra era un Silvio di bella presenza e voce, forse ancora un po'acerbo nel modo di recitare e sopratutto intento a fare tutte le note (bene). David Alegret offriva un Beppe discreto dalla voce piccola e un po' nasale, e lo stesso (senza la nasalità) va detto della Lola di Ginger Costa-Jackson. Sulla ‘mamma Lucia' di Josephine Barstow meglio tacere.
 Il coro del Liceu (rinforzato – perchè? – da quello della città di Puig-Reig e dal coro di bambini di Granollers) suonava ben preparato come al solito dal maestro Basso ma, per la prima volta, non poche volte troppo forte. Altrettanto capitava con un'orchestra avara di espressività e in particolare restia al lirismo intenso, ma in questo sicuramente seguiva la direzione di Daniele Callegari. La messinscena di Liliana Cavani (che sostituiva senza spiegazioni quella annunciata dell'ENO per la regia di Richard Jones) si limitava a mescolare stili cinematografici italiani (per intenderci, una sorta di Visconti ‘gattopardesco' per la Cavalleria, e ‘uno squarcio di vita' ispirato al neorealismo), con tante comparse inutili e un coro invece quasi sempre impacciato, seduto o in piedi.
Jorge Binaghi
16/4/2011
Le foto del servizio sono di Antonio Bofill.
|