RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

DA HAENDEL A STRAUSS

 

La stagione al Liceu di Barcellona finiva con due versioni di concerto (due recite ciascuna) di Tamerlano e di Dafne. Due successi enorme di pubblico e la prima volta per entrambi i titoli al Teatro (benché l'opera di Strauss si fosse ascoltata già, pure in concerto, almeno una trentina d'anni fa al Palau de la Música ).

Quasi certamente, per quanto riguarda il capolavoro di Haendel, la scelta non era indifferente alla presenza nella compagnia di canto di Placido Domingo, semplicemente grandioso nella parte di Bajazet: difatti, non solo rendeva in modo impressionante la grande scena finale della morte, ma in ogni suo intervento c'era il segno della singolarità della sua arte (non si è cimentato praticamente mai con il barocco e i risultati non erano solo pregevoli). Il suo rivale, il Tamerlano del titolo, era un altrettanto geniale Bejun Mehta che ha – sembra impossibile – ulteriormente approfondito la psicologia del personaggio e l'esecuzione musicale (già eccezionali cinque anni fa ad Amsterdam; è stato l'unico a non guardare neanche un attimo la partitura, e come tutti gli altri, anche in abiti da sera riusciva a dare un'interpretazione completissima di un ruolo davvero smisurato).

Si presentava finalmente al pubblico catalano (un po' tardi per la verità) Anne Sofie von Otter nei panni d'Irene), sempre un esempio di musicalità ma con volume piuttosto scarso. Il volume non era il problema di Sarah Fox, Asteria, che ha ben altri e più seri problemi nell'emissione degli acuti e nell'incapacità per gli ornamenti (non un solo trillo, per esempio). Molto bravo Vito Priante (peccato che il suo Leone sia stato ridotto a qualche recitativo e una sola aria, difficilissima ed eseguita da manuale).

Max Emanuel Cencic (Andronico) è un controtenore che oggi va per la maggiore; confesso ch'io resto sempre un po' perplesso. La tecnica e lo stile ci sono eccome, ma la voce è, a dir poco, strana: scolorita ma incisiva in acuto, bella ma sorda più di una volta in centro e grave.

L'orchestra del Teatro, una compagine ovviamente ridotta, sorprendeva con un'ottima serata grazie alle cure di un altro nome nuovo a Barcellona, il valente maestro William Lacey, più di una volta anche al cembalo.

Invece per Strauss l'orchestra era quella di Barcellona e della Catalogna, insieme al suo titolare, Pablo González: una saggia decisione (oltre che una collaborazione stabilita da un certo tempo) anche se la perfezione non si raggiungeva in ogni momento (si tratta di un'opera difficile e non ogni momento è il migliore Strauss, dovuto, credo, soprattutto al libretto di Gregor,benché supervisato dal censurato Zweig)

Eccellente il coro di uomini del Teatro (preparato come al solito da José Luis Basso) e molto a posto i soliti per le parti minori (non sempre facili). Il veterano Robert Holl (Peneios) dimostrava ancora una volta e dopo Domingo che un bravo cantante lo sarà sempre ad onta degli anni. Janine Baechle (Gaia) si dimostrava molto più in forma che in altre occasioni. Jörg Schneider, arrivato all'ultima ora per sostituire un Rainer Trost sfortunatamente malato, si comportava da bravo professionista, ma Leucippo richiede ben altro. La fama internazionale è arrivata per Ricarda Merbeth proprio con il ruolo della protagonista. Lo canta molto bene, seppure con una voce non ideale, poco lirica e luminosa, per niente flessibile e insomma più un'eroina di Wagner che non la ninfa di Strauss. La sorpresa maggiore (in positivo) veniva dalla prova maiuscola fornita da Lance Ryan in quel ruolo infernale per il tenore che è il dio Apollo: per la prima volta mi convinceva totalmente sparando degli acuti terrorifici come se niente fosse, osservando una linea di canto e un'espressività assolutamente perfette, con un timbro non bellissimo ma incisivo e chiaramente tenorile e una figura da vero olimpico (passato senz'altro dal Canada).

Queste – e altre – versioni di concerto mettono in rilievo il poco bisogno di una messinscena se si hanno i cantanti adatti. Da riflettere in tempi di crisi. Sicuramente la musica ci guadagna. Per conto mio, poi, non trovo che ci sia meno ‘teatro', anzi…

Jorge Binaghi

14/7/2011