RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Un Bellini veneziano a Liegi

Non si addicevano a Vincenzo Bellini i tempi ristretti di composizione, a cui erano invece avvezzi Rossini, Donizetti e tanti altri. Dovette nondimeno fare di necessità virtù per l'opera commissionatagli dalla Fenice di Venezia nel gennaio 1830, quando mancavano due mesi all'andata in scena. In realtà riutilizzò, adattandola magistralmente, musica già composta, tra cui la maggior parte di Zaira (che, immeritevole della mala accoglienza ricevuta a Parma nel 1829, figura degnamente nel catalogo belliniano, oltre a funzionare meglio dei Capuleti sulla scena, come le recenti riprese di Gelsenkirchen e Montpellier hanno dimostrato), e non molto aggiunse di nuovo. A sua volta, Felice Romani gli riscrisse, sfrondandolo più che migliorandolo, il libretto di Giulietta e Romeo fornito a Nicola Vaccai cinque anni prima. Nacquero così, tra i rigori di un terribile inverno veneziano, I Capuleti e i Montecchi, che al loro battesimo mandarono letteralmente in estasi il pubblico della Fenice.

Preceduti da una pregevole esecuzione in forma di concerto nel 2004, I Capuleti e i Montecchi sono ritornati a Liegi in forma scenica, ospitati questa volta al Palais Opéra, elegante e funzionale teatro tenda situato ad Outremeuse.

Alle redini della valida Orchestra dell'Opéra Royal de Wallonie, Luciano Acocella riesce a imprimervi il pathos delle irresistibili melodie belliniane, evocando le varie atmosfere e delineando le diverse passioni che animano questo melodramma, con un equilibrato rapporto tra il golfo mistico e il palcoscenico. Tra i ruoli maschili si è ascoltato con piacere il suadente Tebaldo del tenore Aldo Caputo, espressivo e soave, e ha impressionato favorevolmente l'autorevole e incisivo Capellio del basso Maurizio Lo Piccolo di fronte al modesto Lorenzo dell'altro basso Luciano Montanaro. Ma I Capuleti è anzitutto opera di voci femminili, quelle dei due innamorati protagonisti. Il soprano Patrizia Ciofi incarna qui una fragile quasi diafana Giulietta e traduce in un canto avvincente e straziante la dolcezza e la disperazione della creatura condannata a servire da vittima di... interessi superiori. Suo degno contraltare il Romeo intrepido e appassionato del mezzosoprano Laura Polverelli, che, con verità di accenti, dall'ardimentoso esordio approda alla desolazione dell'ultima ora. Le arie solistiche, i duetti e il poderoso concertato si sono giovati di questi interpreti così partecipi ed eloquenti.

Il coro, diretto da Marcel Seminara, ha, tutto sommato, disimpegnato onorevolmente il suo vario contributo e hanno ben figurato i magnifici costumi di Alessandro Lai, mentre passerebbe quasi inosservata la regia di Maria Cristina Mazzavillani Muti senza quella stravagante girandola di proiezioni di particolari dipinti di scuola veneziana (Carpaccio, Giorgione e altri), di cui sfuggono senso e funzione, e senza, ahinoi! la trouvaille di contaminare la scena conclusiva - che vede i tragici amanti veronesi riuniti nella tomba - con l'intrusione di un preambolo sotto forma di pantomima funebre accompagnata dietro le quinte da una nenia (sufi?), che equivale né più né meno ad un insulto gratuito a Vincenzo Bellini!

Fulvio Stefano Lo Presti

12/2/2010

Per le foto del servizio: © ORW Croisier.