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Amori di poeta
Andrea Chénier al teatro Real di Madrid
L'ovazione che accoglieva la presenza sul palcoscenico di Giancarlo Del Monaco alla fine della prima recita di Andrea Chénier al Real di Madrid aveva tutta l'aria, senza niente togliere al successo della regía, di una dimostrazione di ringraziamiento al sovrintendente uscente, Antonio Moral, e anche di avvertimento al nuovo, il polemico – e un po' noioso nella sua ormai vecchia modernità o posmodernità che si voglia – Gérard Mortier.
Perchè, come si sa, il signor Mortier detesta la giovane scuola, Puccini in testa, e siccome è stato abituato a spendere il danaro pubblico in operazioni culturali del suo particolare gusto, è sicuro che poco o niente si sentirà di questo repertorio…E non solo, ma anche di questo regista e questi cantanti. Si sa che ci sono sempre i fedelissimi pronti al riscatto della ‘vera cultura'…
Intanto Giordano e il suo capolavoro dimostrano la sua presa, musicale e drammatica, su un pubblico che sopporta stoicamente un intervallo di ben 45 minuti tra primo e secondo atto (dunque più di quanto durano separatamente) più un altro di 25 tra secondo e i due ultimi (e si badi che io mi trovo tra gli scarsi dinosauri che, pure volendo rientrare presto, vorrebbe che si rispettassero le divisioni in atti previste in origine dagli autori –compositore e librettista). Si sa che Giordano è irregolare anche nei migliori dei suoi titoli, ma si sa anche che era un maestro dell'effetto (ebbene, che c'è di male?) e che scriveva per voci privilegiate, per cui ogni tentativo che non abbia presente queste particolarità (oggi alcuno vorrebbe scrivere ‘difetti') è votato all' insuccesso.
Si diceva della regia di Del Monaco, molto tradizionale e molto impressionante, con belle scene e costumi (dell'epoca, non di quella di Giordano o la nostra…purtroppo di Rivoluzione Francese finora ce n'è stata solo una in quel preciso momento della storia). Forse un pò troppo carica nel secondo atto, forse un pò statica nell'inizio dell'atto terzo (ma diventato un vero spettacolo in un vecchio teatro lirico in rovine durante la scena finale del giudizio) e con i due protagonisti che alla fine salgono – immagino che alla libertà – arrampicandosi sul muro della prigione. Intelligente poi la direzione di artisti.
Maestro concertatore e direttore lo spagnolo Víctor Pablo Pérez che ha frequentato più il podio dei concerti sinfonici che la buca delle opere liriche. L'orchestra suonava bene, ma l'inizio del secondo atto (per esempio) e alcuni momenti del primo non sapevano di nulla e mancavano di sfumature. Per il resto cercava di evitare – quasi sempre con successo – che l'orchestra di Giordano travolgesse il palcoscenico e il suo lavoro si può considerare favorevolmente sperando sempre in ulteriori approfondimenti. Molto bravo il coro preparato da Peter Burian.
 Le ugole? Avere Stefania Toczyska nei panni della Coigny e, ancora di più, Larissa Diadkova in quelli della vecchia Madelon fa quasi svenire. Carlo Bosi ‘è' l'Incroyable: un caratterista di lusso e ottimo attore. La Bersi era Marina Rodríguez-Cusí, un bravo mezzosoprano messo un po' a dura prova con gli acuti sopranili della parte al secondo atto (qui viene uccisa dall' Incroyable). Bene anche Felipe Bou in Rocher (un basso, direi che sarebbe forse preferibile un baritono) e Luis Cansino in Mathieu. Corretti gli altri e competenti i ballerini dell'atto primo (ricevimento della Contessa, un teatrino privato con danze per il coro delle pastorelle e la fine dell'atto).
Per i tre protagonisti sono stati scritturati tre tenori, tre soprani e due baritoni (qui con qualche sostituzione di ultim'ora come sembra essere di regola dappertutto, e mai non si sa bene per quale ragioni, giustificate o meno).
Marcelo Álvarez sarà probabilmente il migliore Chénier oggi in campo. La voce è bella e squillante, l'attore assolutamente convenzionale e di figura forse non ideale ma neanche inadatta. Il cantante è indubbiamente bravo e intelligente. Ha fatto più di una volta dichiarazione sulla vocalità di questo e altri ruoli e naturalmente ha tirato in ballo Gigli: sono d'accordissimo. Salvo che quanto si ascolta ha più del primo Di Stefano: suoni belli, ma acuti aperti, portamenti, qualche frase parlata anziché cantata e sorprendentemente qualche piccola incertezza nell'ultimo atto (perfino nell'aria che dovrebbe essere il pezzo più adatto ai suoi mezzi). I migliori momenti sono stati l'inizio del secondo atto e un ‘Sì fui soldato' di tutto rispetto.
Il suo antagonista era Marco Vratogna. Si tratta di un baritono che, quando l'ascoltai per la prima volta a Bruxelles in una versione di concerto del non facile ruolo de I Masnadieri verdiani, mi sembrava destinato a una grande carriera. Con il correre degli anni (non troppi) però la voce si è ‘irrigidita', ci sono suoni fissi, ingolati, un acuto crescente e stanco e soprattutto non è scorrevole nè troppo espressiva (come interprete anch'esso è stato convenzionale al cento per cento).
 Fiorenza Cedolins era al suo primo appuntamento con Maddalena (aveva cantato l'aria solo in concerto). Qualche critico che ammette unicamente l'approccio della Callas o della Caballé (ma nessuna delle due canta più) ha detto che cantava bene ma sbagliava la concezione drammatica dell'aria. Toh! Forse non sa, o non apprezza, che la signora Cedolins si rifaceva nella sua interpretazione vocale, di modo probabilmente naturale ed intuitivo per le caratteristiche del suo strumento, alla grande tradizione delle maggiori interpreti italiane del personaggio. Con una figura squisita, un fraseggio sfumato e prezioso, come conviene a una giovane aristocratica, che è nel primo atto una ‘giovinetta bella' per diventare poi una donna innamorata ma soprattuto incapace di gestire la sua vita in un momento storico particolarmente violento e difficile (“Ancor nessuno. Ho paura”: come ha detto queste parole, fra tante altre, la Cedolins , e come si capiva tutto). Molto applaudita, comunque, l'aria, con acuti saldi, come del resto nei due grandi duetti (il primo iniziato con un pianissimo etereo) e, tengo a sottolineare, con un fraseggio e un senso dell'accento tutto moderno e personale ma innestato, come detto, nella migliore tradizione (parola che, lo so, oggi non piace troppo). Del trionfo finale per tutti si è detto.
Jorge Binaghi
18/2/2010
Le foto del servizio sono di Javier del Real.
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