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Perché Catania è sempre Catania?
La Menzogna
di Pippo Delbono
Da qualche tempo chi scrive ha preso l'abitudine di recarsi ad assistere agli spettacoli teatrali non alle prime ma, tranne poche e sporadiche eccezioni, alla repliche successive: il pubblico è notevolmente diverso, meno ingessato, più attento, più motivato, e certo più competente, il che permette, dato che la critica teatrale non può prescindere dalla cronaca, di cogliere, durante l'intervallo o alla fine della recita, commenti più incisivi e pertinenti rispetto alle classiche, stereotipe e trite espressioni di convenienza delle prime.
Fatta questa breve parentesi, veniamo a La Menzogna di Pippo Delbono, in scena all'Ambasciatori di Catania fino al 14 marzo: la critica locale non era stata proprio entusiasta, e nemmeno l'autorevole pubblico della prima, e questo ci aveva ulteriormente convinto della necessità assoluta di assistere allo spettacolo.

Conoscevamo già Delbono, che con la sua compagnia di attori non professionisti era stato a Catania alcuni anni fa con Questo buio feroce e L'urlo, lavori che andavano senz'altro ascritti ad un teatro davvero moderno e attuale, e assolutamente non compiacente nei confronti del pubblico; La Menzogna si situa però ad un livello ben più alto e maturo, sia a livello di composizione generale che di pregnanza espressiva, ma soprattutto di coesione interna, giacché non esiste un solo istante scenico che non sia funzionale e significante rispetto a ciò che precede e a ciò che segue.
La Menzogna altro non è che l'epifania di tutte le menzogne nelle quali nuotiamo beatamente, più o meno come un feto nel suo liquido amniotico; solo che questo liquido non nutre, ma è un veleno corrosivo, come l'acido da cui gli operai della Thyssen dovevano ripulirsi con lunghissime docce dopo ogni contaminazione occasionale. Ma quale infinita doccia potrà ripulirci dalla menzogna che ci avvolge? Tutti mentiamo, pur convinti di dire il vero: la menzogna ci aiuta a sopportare noi stessi, il vicino di casa, il marito, la moglie, il capufficio, il politico, e oggi la chiamiamo educazione, civiltà, dimenticandoci magari che il rovescio di questa civiltà è il ridurci a fantocci che digeriscono tutto, financo la morte, inglobandolo come enormi amebe gelatinose.
Delbono ha costruito uno spettacolo sulla demistificazione visiva della menzogna, in un quadro da incubo, dove tutti gli orrori e i tabù dell'uomo sono messi in luce; la parola non è necessaria, a meno che non diventi urlo, abbaiare di cani, in un crescendo ossessivo dove l'onirico si condensa sugli echi dell'intertestualità, in un labirinto semantico infinito, i cui meandri forse nemmeno Delbono riesce a vedere fino in fondo.
Un operaio indossa la tuta all'inizio del suo turno: domina la scena un gelido neon, si capisce che è l'alba per i cani che abbaiano lontano, evocando solitudini immense, mentre il gelo del metallo richiama alla mente gli orrori dei Lager. Ma non c'è compiacimento didattico, nulla viene spiegato: tutto grida in un silenzio surreale.
Corpi nudi percorrono la scena; ma non i nudi patinati che affollano cinema e televisione, perché in questo caso né il pubblico (almeno quello maschile) né la critica avrebbero avuto nulla da ridire. Sono nudi reali, con pance, cellulite, scoliosi, magrezze lugubremente evocatrici.
Preti psicopompi si aggirano, portando con sé belle ragazze, con aria lasciva… La menzogna si fa palpabile, si concreta nell'imbonitore che cerca di vendere un'ignobile crosta snocciolando un mare di fesserie, grida nelle parole di Giulietta al balcone, che urlando tenta invano di sovrastare quella musica wagneriana che accompagnava le torture inumane degli ebrei.
I have a dream: le parole sono quelle di Martin Luther King, ma la lingua è diversa, è quella degli aguzzini nazisti; il tutto con buona pace di Gorgia. La parola, corpo sottilissimo, qui non crea opere mirabili, ma menzogna, nascondimenti, malafede. Non ci aiuta più, perché Delbono afferra fisicamente uno specchio e ce lo piazza negli occhi, divertendosi a fare la gibigiana col pubblico. Va in giro con una macchinetta digitale e ci abbaglia col flash: forse anche la luce mente, impedendoci di vedere?
Domande a cui ciascuno dovrà rispondere senza parole, ricordando magari, per usarlo come un filo di Arianna, quello che una volta disse T.W. Adorno, e cioè che dopo Auschwitz, il tipo di arte narrativa, rassicurante, bella, con una storia da comprendere, non ha più senso, perché, forse, non c'è più nulla da comprendere.
Giuliana Cutore
7/3/2010
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