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La Scuola delle mogli

secondo Turi Ferro ed Enrico Guarnieri

al Teatro Musco di Catania

Tra le tante manie che affliggono (o caratterizzano) i sicilianisti, ce n'è una che, se non fosse davvero patetica, potrebbe anche risultare divertente: i sicilianisti sono convinti che tutto quel che c'è di buono sul pianeta sia stato o inventato dai siciliani, e da persone i cui avi erano siciliani, o da qualcuno che abbia comunque un qualsiasi rapporto di prossimità con i siciliani.

È di qualche tempo fa la scoperta, davvero spettacolare, che Shakespeare sia nato in Sicilia, ma non si è mai capito bene in base a quali documentazioni. Vari tentativi sono stati inoltre fatti per attribuire ai siciliani scoperte varie, dalla cerniera lampo alla penna biro. Ulteriori tentativi di sicilianizzazione vengono compiuti qua e là con Dante e Omero, tradotti in siciliano non si sa perché, evidentemente in riferimento alla scuola poetica siciliana (che nulla ha a che vedere col dialetto siciliano) il primo, e alla colonizzazione greca della Sicilia il secondo.

Tutti questi tentativi riescono soltanto a raccattare pubblico, più o meno come i ludi gladiatorii dell'antica Roma, e a far rivoltare nella tomba i malcapitati artisti oggetto di tali premurose attenzioni.

A questa premurosa abitudine non è sfuggito nemmeno Turi Ferro, che anni fa ridusse in siciliano La scuola delle mogli, del 1662, di Molière, ripresa dallo Stabile di Catania per la stagione 2009-2010, con la regia di Federico Magnano San Lio, e interpretata da Enrico Guarneri, comico siciliano non nuovo ad esperimenti di tal genere.

Chi scrive ricorda ancora le polemiche che infiammavano i melomani ai tempi della Butterfly di Ken Russell, attorniata da frigoriferi, Coca Cola, e abitante in un luogo molto somigliante ad una casa di malaffare; all'epoca si gridò allo scandalo, si affermò che tali regie snaturavano l'opera lirica, e che soprattutto non avevano senso alcuno, se non quello di rendere il libretto un qualcosa di posticcio e inadeguato alla rappresentazione scenica.

Chissà perché, nessuno fa lo stesso ragionamento per il teatro di prosa, né per l'assurda idea di tradurre in siciliano (e rappresentarla!) la Divina Commedia. Ma è possibile immaginare Virgilio, Beatrice, o Farinata, o Caronte, o Bernardo di Chiaravalle che parlano in siciliano?

Allo stesso modo, nessuno ricorda che proprio Giovanni Verga fu un acerrimo nemico dell'uso del dialetto, e che sarebbe il primo a rabbrividire dinanzi a tali scempi.

Scempi sì, perché non potrebbero essere definiti in altro modo: crediamo che il repertorio siciliano abbia farse e commedie a iosa, appositamente scritte per comici siciliani. Commedie che attingono ad un humus sociale idoneo ad un certo tipo di recitazione, idoneo alla macchietta cercata a tutti i costi, reiterata e ripetuta sino alla nausea, con rimandi erotici degni dei fescennini o delle vastasate.

Sì, perché quel che è sfuggito ai premurosi sicilianizzatori di Molière è che il commediografo francese non ha scritto farse, ma commedie, i cui fini erano la satira, la fustigazione di certi malvezzi della sua epoca, la messa in ridicolo di medici, nobilotti e intellettuali: questi erano i fini poetici di Molière, non certo la grassa risata, la recita a soggetto, la macchietta degli zanni.

A questa macellazione di Molière abbiamo purtroppo assistito al Musco il 30 novembre; innanzitutto il testo è stato recitato in un siciliano assolutamente moderno, non aulico, e soprattutto con una gestualità che ricordava molto quella richiesta dai Civitoti in pretura.

Cominciamo dai due servi di Arnolfo, il protagonista che tiene sotto chiave la giovane pupilla scema e ignorante (traduzione non certo felice della naïveté opposta alla saccenteria delle femmes savantes); Giorgina (Barbara Gallo) e Alano (Vincenzo Volo). Definirli sguaiati è dir poco: caricati sino all'inverosimile, paludati in assurdi costumi grondanti salsicce, salami e grappoli d'uva, statici e stereotipi, obbedienti insomma ai canoni delle macchiette da avanspettacolo. Il regista ha certo dimenticato che i servi di Molière hanno poco a che vedere con gli zanni della Commedia dell'Arte.

Passiamo agli amorosi: Agnese (Valeria Contadino) e Orazio (Rosario Marco Amato). Forse i più composti, ma anche loro ben stereotipati: ancora una volta va ricordato che Molière ha poco a che vedere con la Commedia dell'Arte.

E che dire di Guarneri? Per ridere fa ridere, certamente: si muove sul palcoscenico da autentico mattatore, corre di qua e di là con inesauribile energia, ma per il resto? La sua recitazione non ha scuola, non conosce sfumature, passaggi di registro: vuol solo far ridere, ridere, ridere. Carica sulle battute più grossolane senza alcun riguardo per l'autore che recita, si chiami Molière o Eduardo De Filippo, incurante del resto della compagnia, già mediocre di suo, ma in questo caso ridotta ad una folla di burattini legnosi e artefatti, con moduli recitativi dotati di una naturalezza da far invidia ad un regista di telenovelas.

Ne risulta una sproporzione di fondo, con lungaggini assurde, battute ripetute senza alcun profitto, dove del buon Molière non rimane più nulla, se non un nome scritto su una locandina.

Giuliana Cutore

1/12/2009