Un Mefistofele farfallone 
L'interpretazione che il basso baritono Erwin Schrott ha dato al personaggio di Mefistofele si è ben sposata con lettura che del personaggio ha proposto il regista Jean-Louis Grinda nell'ambito di questa produzione dell'Opéra di Monte-Carlo, ospitata nel grande teatro del Grimaldi forum (sala da circa 2000 poltrone situata sotto il livello del mare). I due infatti hanno voluto un diavolo che, conformemente a quanto delinea Boito, non suscita particolare timore ma piuttosto simpatia: un diavolo impegnato a teorizzare e illustrare il proprio ruolo più che una temibile creatura soprannaturale dotata di potere. Schrott, prima ancora che un bravo cantante, è un ottimo attore: lo ha dimostrato con alcune eloquentissime espressioni del viso, come quella che ha chiuso il II atto, e nello stesso stile di canto non improntato a conferire al proprio personaggio una autorevolezza soprannaturale quanto a sottolineare con efficacia alcuni passaggi in cui Mefistofele tradisce la sua natura vanitosa e autocompiaciuta. Ne è stato esempio l'aria del II atto, in cui la finezza ha prevalso sull'incisività; ed in particolare l'espressione «la formidabil mano», sulla quale una pausa, seguita da un'improvvisa ironica mezza voce, ha perfettamente disegnato il carattere di un personaggio convinto, forse più del dovuto, della propria eccezionalità, e che pensa furbescamente di essere sul punto di dimostrare la propria invincibilità. Un Mefistofele, insomma, un po' farfallone, impegnato – senza che questo voglia significare una mancanza di sprezzatura – a recitare la propria parte.
 La regia (che si avvaleva delle scene di Rudy Sabounghi e dei costumi di Buki Shiff) ha puntato su suggestivi quadri visivi di sicura presa sul pubblico: dalla “cartolina greca” con l'acropoli in controluce nel crepuscolo al Paradiso fatto di creature in candida veste filtrate da un velo di tulle, immerse in nuvole che ricordano la pubblicità di una nota marca di caffè; dall'«aurora pallida» della morte di Margherita alla pioggia finale di petali di rosa (in realtà carta colorata) che scende anche sulla platea. Le scene con presenze soprannaturali sono state valorizzate da un efficace uso delle luci, mentre completamente fuori luogo si è rivelata la scena della domenica di Pasqua a Francoforte, trasformata in una carnevalata di pessimo gusto, realizzata, fra l'altro, tagliando alcuni passi del coro e sostituendo la parata del Principe con una sfilata dei vizi capitali (chissà che impressione deve aver fatto ad Alberto II, se si è accorto della sostituzione). Al direttore Gianluigi Gelmetti non si possono in questa sede muovere gli elogi tributatigli in occasione delle recenti produzioni parmensi poiché, oltre ad accondiscendere ai tagli di cui si è detto poco sopra, la sua direzione è parsa approssimativa, incapace di conferire una vera caratterizzazione alla partitura boitiana.
 Il tenore Fabio Armiliato ha affrontato il difficilissimo ruolo di Faust in pessime condizioni di salute, annunciate all'inizio dello spettacolo. Non è quindi opportuno soffermarsi sui molti difetti che hanno caratterizzato la sua prestazione vocale, ma piuttosto mettere in luce l'impegno che egli ha dimostrato nella disponibilità a salvare la recita, nel tentativo riuscito di non danneggiare i colleghi che cantavano insieme a lui e nel cercare di valorizzare la partitura nella misura in cui glielo consentiva il suo strumento compromesso. In particolare bisogna rilevare come la sua aria dell'epilogo, «Giunto sul passo estremo», abbia saputo nonostante tutto commuovere: il timbro straziato rendeva l'età avanzata di Faust e, soprattutto, l'abilità nel fraseggio riusciva a delineare la passione di questo personaggio che dopo il lungo traviamento inizia ad intuire un futuro di redenzione. Il soprano Oksana Dyka, con la sua voce calda e voluminosa, nel III atto ha fornito un'interpretazione drammatica e vibrante della figura di Margherita: non tanto giovane fanciulla che si affaccia alla vita quanto donna che affronta un terribile dramma interiore. Una scelta al limite dell'espressionismo, della quale anche chi avrebbe forse preferito un po' più di nuance deve riconoscere la legittimità e l'efficacia. Il ruolo di Elena era invece interpretato dal soprano Mirela Gradinaru, dotata di buona estensione verso il registro grave, e capace di azzeccate sfumature cupe.
L'opera è stata rappresentata con un solo intervallo, scelta sempre più frequente ma che il sottoscritto non si stancherà mai di criticare perché, invece di far apprezzare le singolarità di ogni atto, rischia di creare arbitrariamente delle unità diverse da quelle prospettate dall'autore.
Marco Leo
23/11/2011
Per le foto del servizio: © Opéra de Monte-Carlo.
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