RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Die Tote Stadt:

faticoso e doloroso viaggio tra sogno e realtà negli anni venti

“Un sogno ha distrutto il mio sogno.... i morti mandano tali sogni quando noi viviamo troppo con loro ed in loro. Vita e morte non può unire sulla terra umano desire, attendimi nei cieli di luce in terra risorgere non lice”.

Con queste elucubrazioni Paul, il protagonista della Città morta, si congeda dal pubblico lasciando un messaggio dolorante ma anche inquietante. Quale sarà la sua fine data l'incapacità di elaborare il suo lutto, che cosa l'attende lasciando la brumosa Bruges? Questo è il mistero che aleggia nell'opera giovanile ma significativa di Erich Korngold l'originario compositore moravo che nel 1920 presentò sulle scene di Colonia ed Amburgo quello che é ritenuto il suo capolavoro, estremo omaggio all'ultimo romanticismo e nello stesso tempo documento della sensibilité decadente per il modo inquietante di guardare alla vita e alla morte con quella staticità psicologica dell' “uomo senza qualità” che si lascia travolgere dagli avvenimenti con un sottile compiacimento, quasi masochistico, fatto di ritualità ed imbalsamazione dei pensieri e dei sentimenti. La città é morta perché é morta la donna amata e nascono dal suo gelo i fantasmi della sua mente che offuscano e appannano l'esistenza.

Die tote Stadt è un melodramma regolare poiché conserva al canto un ruolo in risalto rispetto alla densa scrittura sinfonica e appartiene ad un periodo che precede la crisi del teatro d'opera. Essa profuma di antico, di già ascoltato pur incamerando tematiche moderne e ha come tema una vicenda sentimentale vissuta a Bruges che come Venezia, Ravenna, Pisa, Toledo veniva considerata città simbolo di una modalità di sentire rivolta al culto del passato nel quale un decadente vedeva il termine di una civiltà col bagaglio dei dolci ricordi incarnandosi in essa. Essa diventa così non solo città del passato ma racconto di una relazione nel passato.

Paul, il protagonista vive nel ricordo lancinante della moglie Maria, crederà di ritrovarla incarnata in Mariette, giovane soubrette che ne ripropone il fisico ma non ne possiede l'anima. In sogno, tormentato dai rimorsi, cederà alle tentazioni della giovane, intenta con la sua carica erotica, come una novella Salome, ad annientare la memoria della defunta e allorchè lo provoca lui la strangola con la treccia di Maria, unica reliquia dell'amore scomparso ma risvegliandosi congederà Mariette con indifferenza e poiché il sogno ha distrutto il sogno, lascerà la città con l'amico Frank. Egli non ha voglia di edificare dal dolore percorsi di vita nuova, preferisce trascinarsi ed annientarsi, schiacciato e bloccato ad ogni iniziativa, quasi a desiderare l'afasia del cuore.

L'opera è giunta a Palermo a quasi un secolo dal suo debutto sulle scene, un postumo omaggio ad un musicista non troppo fortunato e forse a lungo dimenticato per le sue vicende umane e politiche; non gli si può chiedere una decisa originalità e se la sua scrittura musicale si giova e rivela influssi da Strauss, Mahler, Puccini, Debussy per cui fu accusato di essere un eclettico, un epigono, bisogna invece ammirare la sua voglia di tenere conto e di saper elaborare le suggestioni che gli provenivano dal panorama musicale a lui coevo con sapienti e toccanti risultati frutto dell'acuta sensibilità del giovane compositore che a quell'età si pone e affronta il tema della morte e della cognizione del dolore.

Al teatro Massimo, per la Stagione 2009 veniva realizzata in lingua originale con sopratitoli in collaborazione con La Fenice di Venezia e si avvaleva dell'intelligente regia di Pier Luigi Pizzi che disegnava i costumi e anche l'unica scena raffinata e pertinente di uno spettacolo minimalista con i dovuti riferimenti simbolisti. Ad apertura di sipario ci attendeva un funereo apparato scenico, quasi camera ardente nella quale s'imponeva ed incombeva un grande ritratto della moglie morta; tutto era bianco e nero nel tempio dove prima c'era la vita, ora vi grondava il dolore enfatizzato di una tragedia dalle tinte forti ed evocative. Bruges limacciosa era lo sfondo dell'anima di una scena sobria attraversata e attanagliata da una gelida luce che si apriva come una voragine sui canali ad accogliere altro dolore, in sintonia col dolore cosmico.

Pur non essendo un'opera di facile esecuzione tutto ha funzionato a meraviglia e il risultato era davanti agli occhi di tutti. La direzione affidata all'autorevole presenza di Will Humburg risultava di straordinaria qualità sia dal punto di vista musicale che da quello drammaturgico intenta a privilegiare il piano vocale che così ne riceveva sostegno ed illuminazione.

Il cast è risultato complessivamente omogeneo: John Treleaven rivestiva i panni di Paul, sempre sulla scena, con una responsabilità di canto gravosa fino allo spasimo, metteva a disposizione del personaggio dalla psicologia assai contorta, la sua voce che anche se non dotata di bel timbro e afflitta da qualche suono fisso e belante, era di buona tenuta e supportata anche da una tecnica per lo più sicura e salda; la sua interpretazione è parsa decisamente convincente. Nicola Beller Carbone nel doppio ruolo di Mariette e Marie, ci ha offerto una prestazione di alto valore grazie ad una voce lirica piena, di bel timbro, luminosa e capace di piegarsi a tutte le richieste con autorevole presenza scenica di autentica attrice; ci ha offerto anche un saggio di sciolta danzatrice allorché con ritmo selvaggio e passionale tentava di ammaliare l'imbarazzato Paul. Efficaci le presenze di Christopher Robertson (Frank) e Tiziana Tramonti (Brigitta). Apprezzabile poi Franco Pomponi (Fritz) che in Mein Sehnen mein Wahnen, la canzone di Pierrot, ci regalava un momento di bel lirismo musicale. Completavano il cast i partecipi: Mina Yamazaki (Juliette), Julia Oesch (Lucienne), Gino Potente (Gaston), Clemens Bieber (Victorin), Federico Lepre (Il conte Albert).

Pieno il consenso del pubblico soddisfatto di avere assistito ad uno spettacolo di buon profilo che suonava come un omaggio riparatore verso un compositore ricordato purtroppo più per le sue colonne sonore cinematografiche che per il valido apporto al teatro d'opera e alla musica sinfonica.

Salvatore Aiello

29/4/2009