FESTIVAL DI SALISBURGO 
L'inaugurazione del Festival di quest'anno era promettente... e dava piena soddisfazione. Un concerto a dir poco memorabile della grandissima Filarmonica di Vienna diretta in modo ammirevole da un Pierre Boulez in stato di grazia ai suoi giovanissimi 86 anni. Si ascoltavano la suite di Lulu e l'aria de concierto per soprano e orchestra ‘Il vino' su tre poemi di Baudelaire tratti da Les fleurs du mal – in tedesco – e la prima al Festival dell'opus primum di Mahler, Das klagende Lied. Bravi i solisti (Anna Prohaska per il primo pezzo, Dorothea Röschmann – eccellente – per il secondo. Per il terzo sopra tutti spiccava Johan Botha, ma anche la Röschmann – bei piani ma qualche acuto al limite – e Anna Larsson, sempre un po' ingolata ma di proiezione molto migliorata, fornivano buone prestazioni). Magnifico senz'altro il coro dell'Opera di Vienna che aveva meno da fare – ma sempre bene – insieme ai bambini del Festival nella nuova produzione di Die Frau ohne Schatten: nuovamente la cosa migliore erano loro ma soprattutto la Filarmonica , smagliante sotto la bacchetta di un grande quale Christian Thielemann. Tutto quanto mancava alla regia ‘minimalista' di Christof Loy, soprattutto povera ed arbitraria, piena di giustificazioni in interviste e programma, ma che non si vedevano sul palcoscenico (dopo finita l'incisione dell'opera in uno studio e con dei personaggi un po' particolari – non solo i cantanti intendo dire – cala il sipario e si riapre su un concerto di Natale austriaco per il grande finale). Senz'essere ideale (il timbro brutto e delle volte aspro l'impediscono), la Moglie di Barak di Evelyn Herlitzius era quella più vicina alle richieste di Strauss e di un Festival quale questo. Intensa, la Nutrice di Michaela Schuster era sul piano vocale un esempio constante di malcanto. Il Messaggero di Thomas Johannes Mayer quasi non esisteva per via di una voce che poco si sentiva e troppo chiara per la parte. Nei panni di Barak si calava il tanto corretto quanto scialbo Wolfgang Koch. Stephen Gould potrebbe dirsi anche ‘la trompetta meccanica': le note c'erano tutte, particolarmente i difficili acuti; parlare di fraseggio sarebbe ardito (il suo primo intervento era, da questo punto di vista, sotto i livelli di guardia). L'Imperatrice di Anne Schwanewilms ci faceva riscoprire con piacere una cantante musicale e una brava attrice ma non del tutto attrezzata per la parte (del resto, succedeva lo stesso con la Contessa de Le Nozze di Figaro con una brava Genia Kühmeier che tutt'al più può arrivare, ore come ora, a Pamina). Bravi come al solito i comprimari. Le due serate si svolgevano al Grosses Festspielhaus.
 Per il capolavoro di Mozart si riprendeva lo spettacolo complicato, ben preparato, ma alquanto forzato di Claus Guth: quell'Amore-Cherubino muto diventa ingombrante e quando viene cacciato via da tutti (non da Cherubino che sarebbe il suo ‘alter ego') alla fine é tardi. Ha già rovinato, per esempio, l'aria del Conte che uno straordinario Simon Keenlyside doveva cantare in lotta constante con il dio d'Amore (pazzesco assolutamente, come vedere il ballo con i nobili signori seduti sulle scale di una casa dell'alta borghesia). Il giovane e osannato Robin Ticciati sembrava uno di quei valenti giovani buttati ai leoni un po' presto. Buoni gli interventi di Marie McLaughlin (collaudata Marcellina, senz'aria, come per fortuna è successo con il poco brillante Basilio di Patrick Henckens o la pallida Barbarina di Marlis Christensson) e di Franz-Josef Selig (Bartolo fra la sedia a rotelle e il bastone). Katija Drajovegic ha la figura e un centro ideale per Cherubino; acuti, non so; i pochi gravi che la parte richiede in ‘Voi che sapete' non li ho sentiti (e non credo che sia tutta colpa dell'acustica della Haus für Mozart – ex Kleines – che mi è sembrata meno naturale di prima). Marlis Petersen è una bravissima cantante e attrice e rende bene (senza gravi) la sua Susanna, ma trovo che la voce si addica più ad altre parti che non questa (per di più, se si scopre che ha più volume ed incisività della Contessa...). Erwin Schrott si trova su tutte le pubblicazioni del Festival. Conosce il suo Figaro e lo canta ed interpreta benissimo; peccato che sembri ormai scontato che non cercherà mai di fare dei suoi recitativi qualcosa di più che un parlato costante. Tutti gli interpreti sono stati applauditissimi a fine spettacolo nelle tre serate (e per le tre, anche se c'erano i soliti ‘cerco biglietto', restavano biglietti al botteghino cinque minuti prima dell'inizio della recita... probabilmente i più cari).
Jorge Binaghi
3/8/2011
Le foto del servizio sono di Monika Rittershaus.
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