RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Del perduto incanto

Fa un certo effetto, agli inizi del secondo decennio del XXI secolo, vedere un teatro d'opera, traboccante di pubblico in ogni ordine di posti, rimanere improvvisamente con il fiato sospeso, in religioso silenzio, desideroso di condividere uno di quei momenti del teatro d'opera diventati simbolo dell'identità di una nazione. Certo la maggior parte di quel pubblico, era andato ad assistere al Nabucco verdiano, scelto dal Teatro Massimo di Palermo quale titolo inaugurale della nuova stagione lirica, meno per seguire le tormentate smanie di potere di Abigaille, ma sicuramente per ascoltare quel “Va' pensiero”, che dell'opera è considerato vertice emozionale, se non musicale. Ed è stato bello – dopo la felice intuizione registica di far volare una colomba di pace, al termine del brano – ritrovarsi tutti uniti in un applauso, non unicamente rivolto alla compagine corale, ma forse – ci piace crederlo – a quello che il melodramma ha rappresentato per l'Italia nel corso della sua storia.

Certo la questione del legame tra Nabucodonosor (1842) ed il Risorgimento italiano – come ormai unanimemente riconosciuto a partire dagli studi di Roger Parker, evocati nel bel contributo di Claudio Toscani ristampato nel ricco, interessante programma di sala – è più complessa di quanto si sia voluto far credere, da parte di un'abbondante aneddotica, fiorita all'indomani dell'unificazione italiana per rintracciare miti e simboli fondanti, universalmente riconosciuti, di un idem sentire che la neonata nazione era ancora lontana dall'avvertire. E tuttavia, se l'opera è entrata a pieno titolo nell'immaginario collettivo, è certo in forza di quella sua capacità di raccontare tempi eroici, un'età dell'oro del patriottismo italiano che forse è esistita solo negli auspici di una ristretta minoranza, e che vibra, incandescente di vibrante passione, nelle pagine del melodramma verdiano. Al Massimo di Palermo, dunque, Nabucco è stato rappresentato non solo al termine di una breve, ma significativa retrospettiva verdiana, di un itinerario à rebours avviato nell'autunno scorso con Simon Boccanegra e felicemente proseguito con uno dei titoli più celebri dell'intero catalogo verdiano, Rigoletto; ma è stato opportunamente inserito nel calendario delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, che sarà celebrato l'anno venturo.

Ma poi Nabucco rivela ben altro, al confronto con la scena. Mentre sullo sfondo si racconta infatti la deportazione degli Ebrei, esiliati a Babilonia dopo la conquista del tempio di Gerusalemme, tutt'altro accade nel corso dell'opera, in cui si assiste allo scontro senza esclusioni di colpi per la conquista di quel «trono aurato» che vacilla sotto i piedi del protagonista, e che per questo diventa oggetto dell'insano desiderio della (creduta) figlia Abigaille. È questo che Verdi racconta, in una delle sue partiture più corrusche, trascinanti, tesa nella descrizione di affetti che dilaniano i personaggi in un vortice che ne mette perennemente in discussione identità e idealità, sentimenti e azioni. Per rappresentare Nabucco , dunque, non bisogna mai rallentare il passo, mantenendo sempre un'elevatissima velocità di crociera per assicurare dirompente teatralità ad ogni coup de théâtre, efficacia drammatica all'articolazione scenica. Tutto questo è stato solo in parte realizzato, nello spettacolo palermitano, per varie ragioni.

Il nuovo allestimento puntava su una presenza di spicco alla consolle registica, quella di Saverio Marconi, meglio noto sui palcoscenici italiani, tuttavia, per la ventina di musicals che ha montato con la Compagnia della Rancia, da lui diretta sin dal 1988. E poiché Nabucco è – tra le altre cose – opera corale, molto ci si aspettava dal suo impegno. In realtà, il meglio si è avuto dall'impianto scenico firmato da Alessandro Camera: arioso, felicemente illuminato da Valerio Tiberi, magistralmente valorizzato dai sontuosi costumi di Carla Ricotti. L'idea di fondo consisteva nel differenziare Ebrei e Babilonesi attraverso l'uso di forme ed indizi culturali: a Gerusalemme, dove si veste nei colori del grigio e dell'azzurro, il tempio è un enorme parallelepipedo arricchito da iscrizioni tratte dalla Torah, mentre Babilonia, dove si prediligono le tinte del giallo e dell'arancio, è inscritta all'interno di un gigantesco cono, un'enorme Torre di Babele decorata da segni cuneiformi. Tutto questo nel pedissequo rispetto delle prescrizioni librettistiche – anche le citazioni bibliche, poste in esergo a ciascuna delle quattro parti, vengono proiettate prima che si alzi un candido velario – ed in maniera tale da garantire un'esemplare leggibilità all'azione. Ma certo sarebbe stato auspicabile che i personaggi, di per sé tagliati con l'accetta, talora rinunciassero all'insistente pertinacia con cui riproponevano gesti degni di vigili urbani – mano al petto/braccia divaricate – e che i concertati fossero maggiormente animati, invece di stagliare tutti i personaggi al proscenio, immobili, imperturbabili. Se Marconi era stato scelto perché osasse apportare all'opera una ventata di aria fresca – come lasciava presagire lo spiritoso, inventivo Elisir d'amore allestito allo Sferisterio di Macerata – questo non è avvenuto: il che non vuol dire che lo spettacolo fosse privo di rigore e di eleganza, come si richiedeva al titolo inaugurale di una stagione.

Ma era di salda tenuta anche la componente musicale, affidata alla bacchetta ampiamente collaudata di Paolo Arrivabeni. Il quale comincia in maniera piuttosto cauta, senza scatenare, nella Sinfonia d'apertura, gli smaglianti clangori che era lecito attendersi, e che proseguono nella più incandescente Introduzione mai scritta da Verdi. Ma è, la sua, la prudenza del ‘buon padre di famiglia', di chi desidera che la nave approdi senza eccessivi sconvolgimenti, di chi non vuole smarrire un equilibrio, volutamente precario in quest'opera più che in altre. Perché poi bisogna riconoscergli il merito di far progredire – lentamente ma inesorabilmente – la temperatura drammatica dell'opera, di assecondare quei rapporti di forza, tra tensioni e distensioni, che la tradizione italiana predilige e dal quale deriva la resa teatrale dello spettacolo. Tutto questo con quella ricerca della ‘parola scenica', ancora in nuce in quest'opera giovanile, ma che pure già connota i due protagonisti, soprattutto quando l'azione prende il sopravvento.

Gli rispondeva un coro – diretto da Andrea Faidutti – in buona forma, ma talora carente di un'omogeneità di impasto ancora da costruire; e soprattutto una distribuzione, che senza essere indimenticabile è perfettamente funzionale alla riuscita dello spettacolo. I due protagonisti, peraltro, facevano gradito ritorno sulla scena palermitana, dopo il recente impegno nel Simon Boccanegra autunnale. Nel ruolo del titolo, Roberto Frontali si confermava interprete di pregio del repertorio verdiano, timbro tornito e seducente, più sicuro nel cantabile che nello slancio delle cabalette: appena un briciolo di fantasia in più gli garantirebbe risultati tali da valicare la professionalità, su cui si attesta. Sotto questo profilo, maggior rilievo assume la Abigaille di Amarilli Nizza: soprano di notevole tenuta e di cospicui mezzi vocali, ma costretta talora a forzare, alle prese con uno dei ruoli più impervi del melodramma verdiano, per rendere in maniera convincente lo slancio e la foga irruente di un personaggio irresistibilmente attratto dal potere. In crescendo la prova di Roberto Scandiuzzi, Zaccaria poco incisivo nella scena iniziale, ma poi capace di valorizzare un timbro ancora vellutato nella preghiera del secondo atto, con un magistrale controllo del legato e del canto a fior di labbro, ben secondato dal clima dolente instaurato dai violoncelli. Nei panni di Fenena una debuttante di lusso, Anita Rachvelishvili, nota per il recente successo scaligero nella Carmen inaugurale, e che qui è parsa, nei limiti del ruolo, provvista di uno dei più fiorenti, screziati timbri mezzosopranili in circolazione. Una menzione meritano, ancora, il giovanile, baldanzoso Ismaele proposto da Thiago Arancam, la svettante Anna di Francesca Micarelli, e ancora Manrico Signorini (Gran Sacerdote di Belo) e Alberto Profeta (Abdallo). Partecipe, vibrante, commosso, il pubblico ha tributato unanimi consensi allo spettacolo, convincente apertura di una stagione di sicuro interesse.

Giuseppe Montemagno

23/2/2010