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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

I cantori portoghesi di Norimberga

Dom Sébastien roi de Portugal

di Gaetano Donizetti

 

Di Dom Sébastien roi de Portugal di Gaetano Donizetti esiste una versione tedesca alternativa a quella francese andata in scena all'Académie Royale (Opéra) di Parigi il 13 novembre 1843. La versione tedesca fu eseguita per la prima volta a Vienna al Kärnthnertortheater (Teatro di Porta Carinzia), sotto la direzione dello stesso Donizetti, il 6 febbraio 1845. D'allora e fino agli albori del XX secolo l'ultima opera del Bergamasco veniva data nei teatri di lingua tedesca in questa versione viennese. Occorre aggiungere, per completezza, che nel 1996 a Stoccarda e nel 1998 ad Aquisgrana Elio Boncompagni ha diretto la versione viennese ma in italiano. Spetta dunque allo Staatstheater di Norimberga il primato di aver eseguito nell'area tedesca la versione parigina di Dom Sébastien e in francese.

Norimberga, città imperiale e capitale della Franconia nel nord della Baviera, non è una quieta cittadina sperduta nella vasta Germania e vanta un teatro importante che allestisce stagioni liriche rispettabili. Nel mese di luglio vi si rappresentavano anche I Puritani di Bellini e Die Tote Stadt di Korngold. Ma Parigi, ville lumière o perfida Lutezia secondo i punti di vista, dev'essere assai lontana anzi remota. Infatti la rivista "Opéra Magazine" che si pubblica in quella capitale ignora tutto di Norimberga (a meno che non si tratti di una famosa opera di Wagner) e a maggior ragione che da maggio a luglio vi si è dato per la prima volta nella versione francese Dom Sébastien, il più imponente grand opéra composto da Donizetti per Parigi (sette rappresentazioni a cui ne seguiranno altre sei in autunno). A Parigi, chissà perché, Dom Sébastien è assurto a una sorta di tabù, si evita di nominarlo anche quando si deve parlare del Donizetti parigino. Philippe Thanh nel suo Donizetti pubblicato da Actes Sud nel 2005 (Actes Sud è però una casa editrice con sede ad Arles, quindi a notevole distanza da Parigi nonostante i TGV) ha sobriamente riconosciuto che "l'oeuvre compte de superbes moments" (senza menzionare però il quarto atto, che è tra le creazioni supreme di Donizetti e fu ammirato persino dall'ostile Berlioz). Del resto, malgrado talune rivisitazioni recenti, il grand opéra, pur essendo un genere squisitamente francese, è tuttora un mal aimé in Francia, mentre ben volentieri lo si esegue altrove. Basti ricordare Les Huguenots di Meyerbeer e La Juive di Halévy, due massime vette di questo genere, a cui bisogna aggiungere almeno Guillaume Tell di Rossini e Don Carlos di Verdi. A sua volta Dom Sébastien - il cui libretto si deve a Eugène Scribe, autore in precedenza di quelli della Juive e degli Huguenots - può sostenere a fronte alta il confronto con i titoli citati.

Il libretto di Scribe è un "pasticcio" storico, ma Scribe, che deve aver preso come traccia la tragedia in cinque atti Don Sébastien de Portugal di Paul Foucher (1838), dimostra di aver avuto presenti gli avvenimenti e le figure principali dell'aggrovigliata storia del Portogallo tra la fine del regno di Don Sebastiano (1578) e la salita sul trono di Filippo II di Spagna, rimasto unico erede legittimo della corona portoghese (1581). In ogni caso il tradimento più cospicuo della storia è "perpetrato" nel trasformare un giovane re fanatico che vagheggia ancora le Crociate in un eroe romantico generoso e ribelle. (Il che però rispecchierebbe in qualche modo le leggende sorte in Portogallo dopo la tragica fine in Marocco dell'ardimentoso monarca, secondo le quali Don Sebastiano non era caduto in battaglia e sarebbe tornato a salvare il suo paese). Dall'inizio all'epilogo tragico della vicenda Don Sebastiano è accompagnato e secondato dal fedele Camoëns, il poeta-guerriero che l'agile fantasia di Scribe gli ha messo a fianco. E così Donizetti, che ha composto dieci anni prima un'opera con protagonista Torquato Tasso, mette adesso in primo piano in quest'altra opera il cantore dell'epopea nazionale lusitana.

A Lisbona Dom Sébastien, prima d'imbarcarsi col suo esercito per la guerra in Marocco, strappa dal rogo dell'Inquisizione Zayda, principessa marocchina, che gli giura eterna riconoscenza. In assenza del re, la reggenza è affidata a Dom Antonio, zio di Sébastien, ma il malefico Juam de Sylva, Grande Inquisitore, trama già per vendere il Portogallo al re di Spagna. In Africa le truppe portoghesi sono sbaragliate e massacrate dagli arabi, comandati da Abayaldos. Zayda, promessa sposa di Abayaldos, riesce a far fuggire Dom Sébastien rimasto vivo sul campo di battaglia, non prima di avergli dichiarato il suo amore. Ritornato in incognito a Lisbona, il re assiste, in compagnia del reduce Camoëns, ai propri funerali. Interrompendo la cerimonia, si fa riconoscere dal popolo, ma il Grande Inquisitore lo fa arrestare come impostore. Al processo si presenta Zayda per attestare l'identità del re da lei salvato in Marocco, ma è anch'essa arrestata e condannata a morte assieme a Dom Sébastien. Mentre nella prigione il re e Zayda attendono l'ora dell'esecuzione, sopraggiunge Juam de Sylva, che promettendo la salvezza a entrambi, riesce a far firmare a Dom Sébastien un atto di abdicazione a favore del cugino re di Spagna. La fuga di Dom Sébastien e Zayda dalla prigione, organizzata intanto da Camoëns, si conclude però tragicamente: fucilieri appostati uccidono i fuggiaschi e feriscono mortalmente Camoëns. Dom Antonio adesso è sicuro di essere lui il re, ma Juam de Sylva gli mostra esultante l'atto di abdicazione.

Con Juam de Sylva che proclama: Gloire à Philippe deux! a cui replica il morente Camoëns: Gloire à Dom Sébastien! si conclude l'opera.

Giunto all'apice della maturità artistica nonché della padronanza degli strumenti e della tecnica del mestiere, Donizetti ha offerto alla Francia tra il 1840 e il 1843 il meglio della sua produzione. Dom Sébastien (ultima opera composta in senso cronologico) è la più ambiziosa di quante ne ha create finora e nello stesso tempo il suo testamento drammaturgico. Sostenere che l'ispirazione di questa necessariamente mastodontica partitura è affaticata e presaga del male in agguato significa semplicemente non sapere di che cosa si parla! Ricca quanto solida è la scrittura orchestrale e variegato l'ordito strumentale con dovizia di temi suggestivi e irresistibili. Basti ricordare la raggelante marcia funebre, di cui si appropriarono prima Liszt e poi Mahler.

La rappresentazione alla quale ho assistito nell'elegante sala dello Staatstheater, moderna versione di teatro all'italiana, è stata in realtà un'esecuzione in forma di concerto, resa necessaria dalla sostituzione all'ultimo momento degli interpreti di due roli principali.

Non ho visto quindi l'allestimento del regista David Hermann con le scene e i costumi di Christof Hetzer, non graditi dal pubblico della prima (e probabilmente di altre recite), ma ne ho sentito parlare abbastanza. Per darne un'idea, vi si vedono i soldati portoghesi, in pantaloncini kaki e camicia, uscire da un parcheggio armati di bottiglie di acqua minerale in partenza per il Marocco. L'Inquisitore, affetto dalla sindrome di Tourette, tiene in scacco gli eretici con una protesi al braccio che emana una forza segreta. Camoëns è un poeta hippy con chitarra in spalla. Abayaldos lancia arti e teste di gomma di nemici sul campo di battaglia. "Pazzia" registica (con tutto quello che passa oggi il convento)? Shakespeare fa dire a Polonio di Amleto: Though this be madness, yet there is method in't.

Ad eccezione dell' "interminabile" balletto e di un coro nel secondo atto, l'esecuzione è stata pressoché integrale. Ha diretto Christoph Gedschold con bello slancio, egregiamente tradotto dai valenti Nürnberger Philarmoniker, esaltando fin nelle pieghe recondite il cangiante strumentale donizettiano e mantenendo costante la tensione così da dare adeguato risalto all'esecuzione. Il coro dello Staatstheater, qui costantemente convocato, ha corrisposto validamente all'impegno. Emergeva nel cast il mezzosoprano Veronica Simeoni, disegnando con la morbidezza e il calore del timbro una Zayda appassionata, tenera e ardimentosa. Il tenore Jean-Francis Monvoisin (Dom Sébastien) suppliva alla limitata potenza vocale con la grazia e l'espressività del canto, messe in luce in particolare nella celebre romanza Seul sur la terre. Due baritoni ben differenziati, l'elegante e raffinato Kurt Schober e il gagliardo e veemente Bastiaan Everink impersonavano rispettivamente il poeta Camoëns, a cui è affidata la non meno celebre romanza Ô Lisbonne, ô ma patrie! e il comandante arabo Abayaldos. Il basso Nicolai Karnolsky infine, alquanto monocorde nel timbro, si è rivelato un feroce e terrificante Grande Inquisitore. Abili comprimari hanno ricoperto i diversi ruoli minori.

Fulvio Stefano Lo Presti

12/8/2009