| E meno male che di mamma ce n'è una sola!
Perthus
di Jean Marie Bisset
Andrea Luini e Matteo Romoli
Per la rassegna Nuovi Percorsi, dedicata alla drammaturgia contemporanea, il 15 novembre è andato in scena al teatro Brancati di Catania Perthus, un intenso atto unico di Jean Marie Besset, scritto nel 2007, nella traduzione di Anna d'Elia e per la regia di Giampiero Cicciò. Classe 1959, Besset manifesta in quest'opera quell'engagement sociale che sin dai tempi di Jean-Paul Sartre caratterizza la cultura francese in ambito europeo. Il tema di Perthus è dato dall'intrecciarsi di due fili conduttori evidenziati sul palcoscenico dalla dicotomia visiva tra le due coppie di protagonisti-antagonisti: abbiamo così la coppia dei giovani, Paul e Jean Luis, due adolescenti al bivio di una iniziazione-tentazione sessuale, cui fa da contraltare il duetto madri virago, Irene e Marianne, ostensivamente tratteggiate nel loro ruolo di mantidi dall'aver affidato a due attori, con tanto di barbe e baffi, una parte femminile (in apparenza), la cui essenza materna è delegata ad un particolare in apparenza di poco conto, ma che su un abito maschile spicca in tutta la sua inquietante icasticità: le scarpe col tacco.
Donne che hanno fagocitato il maschio, annullandone il ruolo di padre, del resto già inficiato dalle tipiche adulterine manovre dei mariti borghesi, le due madri si riversano come una valanga sui figli, annichilendoli e schiantandoli con le loro aspettative, in una sorta di delirio insano, denso del veleno di mille piccoli fallimenti e di enormi compromessi, che nel corso del lavoro si concreterà in un'altrettanto patologica amicizia tra (pseudo)donne, il cui unico fine pare sia quello di meglio perpetrare, sino alla morte, quel controllo deleterio sui figli, ma soprattutto sulle loro menti, che da sempre costituisce l'aspetto più nefando del troppo decantato amore materno.
Martiri sull'altare della riproduzione, le madri diventano carnefici dei figli, dai quali pretendono quelle rivalse che non state capaci di prendersi da sole, programmandone la vita, obbligandone le scelte, financo quelle sessuali.
In questo gioco perverso, ai due giovani non resta quasi nulla: l'affetto materno viene sapientemente dosato sui voti scolastici, sulla scelta del lavoro e su quella delle ragazze da frequentare.
Da qui uno spaesamento di fondo, che nei due giovani si traduce in un'amicizia speciale, che durante una gita scolastica rischia di travalicare in esperienza omosessuale; ma è interessante notare che, se Jean Luis indietreggerà smarrito, incredulo e inorridito, per ritornare tra le grinfie della madre e votarsi ad una inappagante e conformista esistenza borghese, Paul farà leva proprio sulla sua diversità per costruirsi, lontano dalla madre, una sua dimensione esistenziale autentica che, nel finale, lo vedrà distaccatamente vittorioso sull'amico di un tempo.
Giampiero Cicciò, nei panni della segaligna ed acida Irene, ha dato prova di ottima professionalità, sia come attore che come regista: con pochi moduli di un nero brillante, usati di volta in volta come pedane, sedie e letti, e con una sapiente scelta delle luci ha ben evidenziato il carattere minimalista della pièce, amplificando nello stesso tempo il ruolo degli attori. La sua mimica ha spesso strappato sincere risate al pubblico, che del resto ha mostrato di gradire parecchio lo spettacolo. Molto bravo anche Annibale Pavone, nelle vesti della sciropposa Marianne, madre col complesso del figlio geniale: bellissimo il contrasto tra la sua folta barba e le scarpette a punta col tacco, sulle quali sembrava del resto muoversi con estrema disinvoltura come Cicciò.
Validi anche i due giovani, Andrea Luini (Jean Luis) e Matteo Romoli (Paul), che sono riusciti a ben tratteggiare le figure di adolescenti inquieti e tormentati nate dalla fantasia di Besset.
Giuliana Cutore
17/11/2010
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